Le cose più americane
Gli Stati Uniti hanno 250 anni. Una lista personale e non esaustiva su esperienze, comportamenti, concetti, paesaggi, usanze che rendono il Paese quello che è
Dovete sapere che scrivere Anche una donna qui richiede la bellezza di due giorni lavorativi, il lunedì e il martedì, tra preparazione del materiale, ricerche supplementari, scrittura e revisione del testo. Il contenuto non è mai dato in anticipo, oltre al tema generale, perché le riflessioni che propongo prendono forma durante e grazie al processo di scrittura, non prima o al di fuori di esso. Levigare la forma, poi, è tanto importante per me quanto illustrare il contenuto, il che raddoppia il tempo necessario per produrre ogni uscita.
Questa pubblicazione è la parte più importante del mio lavoro, ed è una fortuna potervi dedicare così tanto tempo. In queste settimane, però, faccio più fatica a trovare sia il tempo, sia la presenza mentale che richiede — senza contare che ad agosto spererei di fare qualche settimana di ferie in Italia (ma per motivi familiari non si sa ancora se si potrà).
Pertanto, oggi esco con una lista “sformata” (ovvero: una successione di brevi paragrafi o enunciati o singole parole) delle cose — esperienze, comportamenti, concetti, paesaggi, usanze, manierismi, manufatti — che più di tutte, dal mio punto di vista, esprimono l’identità, il carattere e lo spirito degli Stati Uniti e del popolo statunitense, a dieci giorni dal duecentocinquantesimo compleanno della nazione. L’ispirazione mi è venuta ascoltando l’episodio del podcast The Daily del New York Times uscito durante il weekend del 4 di luglio.
Per compilare questa lista, del tutto personale, attingo a undici anni di vita quotidiana negli Stati Uniti. Non vi ritroverete, spero, i classici luoghi comuni su questo angolo del mondo. Laddove incontraste allusioni a rinomati stereotipi su vita, cultura e società statunitense, ho cercato di dipingerli con una complessità e uno spessore che difficilmente traspaiono da film, serie televisive e brevi visite per motivi di turismo o lavoro.
Si tratta comunque di una lista scritta da una persona straniera, che osserva gli Stati Uniti da fuori pur essendoci molto dentro. È probabile che una persona statunitense, soprattutto se ha avuto poche occasioni di interrogarsi sull’identità del suo Paese, non abbia mai pensato a certe voci di questa lista come “cose spiccatamente americane”.
La lista che compilo oggi non è la stessa che avrei compilato (con un fascino per gli Stati Uniti ancora innocente e ingenuo) dopo il mio primo soggiorno in questo Paese, in California, nell’estate 2004, o dopo il viaggio della maturità a New York nel 2008, e neanche dopo due interi anni di scambio universitario in California e in Pennsylvania nella prima metà del decennio scorso. Dopo queste esperienze ero convinta di aver scoperto l’America — ma non era vero, o lo era solo in parte.
Da un lato, per accedere a un certo tipo di conoscenza degli Stati Uniti sono necessari anni di stabile vita quotidiana.
Dall’altro, la scoperta dell’America è un viaggio all’infinito, che inizia ogni mattina in cui apro gli occhi in questo Paese e prosegue fino all’ora in cui li richiudo, per poi ricominciare il giorno successivo, e così, avanti, per sempre.
Ringrazio Alice Orrù 🩵 per l’incoraggiamento a prendere la pubblicazione di Anche una donna qui con più calma quest’estate (come lei stessa sta facendo con Ojalá), risparmiandomi la pressione di pubblicare nella congiuntura particolare della vita in cui mi trovo e concedendomi la scrittura di pezzi un pochino più leggeri e meno esigenti, come questo.
Prevedo almeno un’altra uscita prima di prendere una pausa estiva.
Le cose più americane
In ordine sparso, come mi vengono in mente. La lista non è esaustiva e non ambisce alla perfezione. Continuerò ad aggiornarla nel tempo con nuovi elementi e spunti e tutto ciò che certamente ho dimenticato di citare durante la prima stesura.
Al ristorante, la premura a comunicare solo con la cameriera o il cameriere assegnatə a servire il tuo tavolo, quellə che si è esplicitamente venutə a presentare dicendoti il suo nome e che sarà la tua cameriera o il tuo cameriere per oggi (hi, my name is Ashley/Ben, and I’ll be your server today). La cultura della mancia al ristorante significa che, nella maggior parte dei casi, una persona non assegnata a servire il tuo tavolo non viene adeguatamente compensata per assecondare una tua richiesta. Prima di essere una forma di retribuzione, la mancia è una forma mentis regolata da un rigido contratto sociale. Quante occhiatacce mi sono presa al ristorante per essermi comportata secondo una forma mentis diversa.
Di conseguenza, il codice di comportamento, più palese che tacito, a cui cameriere e cameriere devono attenersi come clausola del contratto sociale che regola il sistema delle mance nel settore della ristorazione: convenevoli, carinerie e cordialità spesso forzate in barba alla stanchezza e al disinteresse.
L’accesso alla salute legato al lavoro dipendente.
Gli strip mall, ovvero agglomerati di negozi come questi:

I suburb con le loro case monofamiliari provviste di giardino anteriore e posteriore (front yard e back yard) e a volte veranda (porch), con gli strip mall di cui sopra, i cul-de-sac, le catene di ristoranti e negozi, gli edifici scolastici sterminati e dotati di campi da football, baseball e softball, calcio e tennis e piste da corsa. È difficile tradurre suburb in italiano senza l’aiuto di una perifrasi altamente contestualizzata: il suburb non è la periferia ad alta densità che allarga i confini di una città ed è spesso popolata da famiglie a reddito inferiore a chi vive più vicina al centro; non è neanche il sobborgo che evoca l’immagine di una graziosa frazione sulle colline che circondano il capoluogo. Il suburb statunitense è una vasta area residenziale a bassa densità, abitata perlopiù da famiglie di classe media o medio-alta con la villetta a due piani, il garage con parcheggiata di fronte l’auto tipo SUV (acronimo che significa, appunto, suburban utility vehicle: utilitaria suburbana; in Italia il SUV rappresenta l’immaginario di un uomo ricco che occupa spazio con arroganza, negli Stati Uniti invece è la tipologia di automobile che risponde alle legittime necessità di una classe media che trasporta prole e spesa per spazi e distanze maggiori), il canestro da basket, la cassetta della posta, il numero civico a quattro o anche cinque cifre, la bandiera a stelle e strisce ma di sti tempi anche no1, la zucca di Halloween a ottobre.
Le finestre delle case che non si aprono, non come si dovrebbe aprire una finestra.
Le porte principali che ugualmente rimangono chiuse, perché in casa si entra dalla porta secondaria del garage, non solo dopo aver parcheggiato la macchina, ma sempre, anche quando si arriva a piedi.
I film ambientati nelle scuole superiori (high school).
I paesaggi degli stati desertici: Arizona, Nevada, New Mexico, parti di California e Utah. Come hanno scritto La McMusa e Luciana Grosso in States, alla natura negli Stati Uniti non si può fare appunto alcuno. E la natura che si manifesta negli stati desertici è completamente inedita agli occhi di un’europea.
Le strade immense e sterminate che per questi paesaggi si snodano.
La quantità di spazio a densità zero, dove non c’è nulla e non c’è nessuno.
I campi di grano o mais o soia che si stagliano contro il cielo immenso nei cosiddetti flyover states, gli stati sui quali si sorvola muovendosi da una costa all’altra e poi basta, perché chi invece appartiene alle coste crede che che non valga la pena farci altro (non è vero).
La probabilità che scambiare convenevoli con una persona sconosciuta — per la strada, sui mezzi pubblici, in sala d’aspetto, in un negozio — sia un’interazione genuinamente piacevole e che la persona con cui interagisci si comporti in maniera gentile e accogliente, ben più di quanto di solito accada in Italia.
La superficialità, se non a volte falsità, che si nasconde dietro a tante di queste interazioni (non tutte).
A scuola e sul lavoro, l’incapacità di dare feedback negativo esplicito. Questo è un tema a me carissimo, sul quale dovrò tornare in un’uscita dedicata e approfondita; per ora mi limito a qualche riga. Checché propagandino di loro stessi, gli Stati Uniti non sono un Paese eccezionale, così come nessun Paese al mondo è eccezionale. Ma la visione politica e culturale dell’eccezionalismo è anche una forma di poetica sociale: la convinzione che tutte le persone abbiano in sé il seme dell’eccellenza. Spesso, che se ne rendano conto o no, è un atteggiamento di facciata, che non si traduce in una universalità di accesso a opportunità di riconoscimento individuale, serenità, felicità. È la contraddizione originale e ultima degli Stati Uniti, la pretesa poetica che siamo tutte brave tutte buone tutte straordinarie, però non a tutte spetta il diritto alla salute, giusto per citarne uno. La filosofia del diritto alla ricerca della felicità inscritto in Costituzione, che sembra elevare la vita umana al di sopra di tutto il resto, perde di senso quando non è accompagnata da un sistema sociale fondato sull’universalità dei diritti. Fatta questa necessaria premessa, una cosa estremamente americana è la reticenza, a scuola e sul luogo di lavoro, a dire la verità sul rendimento altrui se la verità sembra contraddire la premessa di eccellenza di tutte e tutti. Bravissima Enrica, lavoro eccezionale! Però sei ancora molto lontana dalla promozione. In Italia abbiamo il problema opposto: l’utilizzo della parola “eccezionale” è fin troppo scarno. Non solo siamo parche e severe nel riconoscimento di un risultato altrui, ma proviamo anche tanta invidia. Però, però, se mai una persona italiana mi dice che ho fatto un lavoro eccezionale, io so di poterci credere. Se me lo dice una persona statunitense, invece, è un po’ come bere un caffè allungato con l’acqua.
La facilità con cui si striscia una carta di credito e, in generale, si spendono soldi, anche se i soldi in banca non ci sono.
La fissazione con l’istituto del matrimonio. Vi chiederete: ma come, un popolo relativamente più progressista dell’Italia confida nell’antico istituto del matrimonio più di quanto ci tenga il cattolico e conservatore popolo italico? Sì, direi proprio di sì, almeno per quanto riguarda le nostre nuove generazioni. Da un lato, la propensione della società statunitense al matrimonio è sicuramente influenzata dalle maggiori opportunità di stabilità lavorativa e, di conseguenza, dalla maggiore disponibilità di denaro nelle tasche individuali. Ma anche a livello di funzionamento della società, l’appartenenza a una coppia sposata apre porte e fornisce benefici e riconoscimenti in misura superiore all’Italia.
La regolarità del calendario elettorale. Le elezioni presidenziali si tengono ogni quattro anni, precedute da una stagione di primarie che culmina nei congressi dei partiti nell’estate che precede il giorno delle elezioni, il primo martedì di novembre. I governi statunitensi non cadono: si sopportano.
La cassetta della posta intasata di irresistibili proposte per contrarre debito.
Lo sport come parte integrante dell’esperienza scolastica, soprattutto nelle scuole superiori, ognuna con la sua mascotte e i suoi colori e il suo orgoglio:
L’ossessione per le armi, le forze armate, la guerra.
Le dichiarazioni di limitazione di responsabilità stampate in tutti i luoghi e tutti i laghi. Il rischio di azioni legali collettive è sempre dietro l’angolo.
Persona A: Hi how are you. Persona B: I’m good how are you. Dove “how are you” non è una vera domanda ma parte della formula di saluto, infatti ho omesso la relativa punteggiatura: niente virgole, perché il saluto è pronunciato tutto di fila, senza il respiro che aiuterebbe a separare semanticamente “hi” da “how are you”; niente punto di domanda, perché “come stai” non si aspetta una risposta. “I’m good”, infatti, non è una risposta: è sinonimo di “hi”. Quando ancora non avevo capito come funziona, ho dato risposte genuine e diverse da “I’m good” che a volte non sono state recepite dall’interlocutore (che non era in attesa di risposta), altre volte lo hanno spiazzato (mo’ devo veramente interessarmi a come sta costei?). Ora mi succede il contrario: in Italia, mi capita di entrare in un negozio salutando con “buongiorno come va”. Immaginatevi la faccia della negoziante.
I grandi viaggi con la famiglia allargata, al mare o al lago o in montagna.
Le magliette personalizzate per marcare le occasioni più disparate. La nonna compie novant’anni e facciamo una festa? Bene, stampiamo una bella maglietta per ricordarcene. Andiamo in viaggio? T-shirt con su scritto “Italy, France & Spain Summer 2026”, e via che si parte.
I bicchieroni di bibite gassate che paghi una volta e riempi gratis tutte le volte che vuoi:
Le folle ai comizi politici che sventolano cartelloni con il nome della candidata o candidato accompagnati da brillante slogan di marketing.
I suddetti cartelloni piantati nel giardino anteriore delle case monofamiliari nei suddetti suburb.
L’utilizzo del demonimo del Paese (soprattutto se europeo) di emigrazione dei propri antenati per definire la propria identità. Sono tedesca, sono italiano, sono mezzo irlandese e mezzo olandese, anche se magari in questi Paesi non hai mai messo piede, non ne conosci la lingua, non ne sai nominare la presidente o il primo ministro. E va bene così: non è sempre quello il punto dell’identità nazionale; sicuramente non nel caso di una persona statunitense. Mi ci sono voluti diversi anni per capirlo e per accettare che anche una persona italo-americana può dirsi italiana, in una maniera diversa dalla mia, ma comunque valida — appunto perché diversa.
Lista in continuo aggiornamento…
Sarà che vivo e ho sempre vissuto in zone profondamente democratiche, ma da qualche anno vedo sempre meno bandiere degli Stati Uniti issate alla porta di casa.







Ode alla calma e alle liste estive (sono felice di aver fatto quella conversazione con te 💙)
Mi hai fatto venire in mente che il saluto spagnolo "hola qué tal" viene spesso usato come "hi how are you" negli USA, uguale!
I am curious, Enrica, have you noticed things that are particular to California? I personally, am very attached to my progressive città natale in California partly because it feels like a different country than much of the US.
Here are examples of some of the things that make me feel like I'm in a different country when I am in California versus many other states:
I did not grow up with the bicchieroni di bibite gassate, nor did anyone in my world buy them, (not when I was in a kid in the 1970s or a teenager in the 1980s, or now) but I realize that a big portion of Americans happily consume these bicchieroni of poison daily.
I was raised with an emphasis on healthy eating. My family had a large organic vegetable garden and a fruit tree orchard. We always made home-cooked meals and never ate out. In the 1990s farmers markets became popular in my town and the emphasis on organic, healthy eating grew ever stronger.
Californians pioneered curbside recycling in the 1970s and then the state told all 400+ cities and all 58 counties that they legally had to reduce the amount of trash they sent to landfills by 50%. Since Californian cities faced massive penalties if they failed, they poured resources into public school education. This resulted in a psychological shift in the minds of Californians (by the 1990s) that was rare to see in other states. Tossing a recyclable bottle into a trash felt like a shameful act of littering. We in California (of course particularly in the progressive areas) adopted a mindset about the environment that many states still have not.
And this last one is more about the difference between my world in California and my world in Italy: I never saw ANYONE smoking a cigarette when I was growing up. Literally, even in the 1970s! And still today, no one who I know in California would dream of smoking cigarettes.