Chissà se morirò per un colpo di pistola
La cronaca sull'ossessione degli Stati Uniti per le armi da fuoco la conoscete. Io vi racconto quanto vicino alla nostra vita quotidiana arrivano le sue conseguenze
Sorseggiavamo un drink e ammiravamo la vista sul Millennium Park e il suo Bean di un sabato sera di fine settembre, io e il mio caro amico Christian in visita a Chicago da Seattle. Appoggiati al parapetto, ricordavamo l’anno di scambio universitario passato insieme a Santa Barbara, in California, e le nostre risate italiane si intromettevano nel vociare anglofono di Cindy’s Rooftop, la terrazza da cocktail che torreggia sulla centralissima e trafficatissima Michigan Avenue.
Poi lo sparo.
Poi un altro.
Lo sguardo si precipita in basso a destra verso l’origine della detonazione, all’incrocio tra Michigan Avenue e East Monroe Street: l’isolato appena a sinistra del celebre Art Institute.
C’è un uomo che si accascia al suolo.
C’è un altro uomo che fugge su una bicicletta BMX, le braccia estese verso il manubrio alto, i pantaloni scuri e larghi, stile baggy.
C’è una donna che in una frazione di secondo comprende quanto sta accadendo, si getta sul marciapiede a fianco dell’uomo accasciato e comincia a gridare e agitare le braccia in un gesto di estrema disperazione. È all’immagine di questa donna che la mia mente tornerà ossessivamente nei giorni successivi, con la consapevolezza di aver assistito in tempo reale alla repentina trasfigurazione dell’aspetto e del portamento di una persona nel preciso istante in cui si rende conto che una persona cara non c’è più, e che la vita è cambiata, per sempre.
Oh my gosh somebody was shot!, hanno sparato a qualcuno, esclama una persona sulla terrazza di Cindy’s.
È il tempo di una constatazione, qualche secondo di sbigottimento generale, prima che la folla torni alla sicurezza di un cocktail da quindici dollari. È questa la norma all’interno del Loop, il distretto commerciale, delimitato dai binari sopraelevati della metropolitana, che separa il North Side dal South Side di Chicago. Le sparatorie e il crimine appartengono al South Side, non a Michigan Avenue tra il Bean e l’Art Institute.
A centocinquanta metri in linea d’aria dalla terrazza, la donna continua a disperarsi accovacciata di fianco a Peter Fabbri, 54 anni, la vittima dello sparo. È la fidanzata o la sorella; le due stavano passeggiando con Fabbri su Michigan Ave quando lui ha cominciato a discutere con un passante, un uomo di 32 anni con in tasca una pistola e una lunga lista di precedenti. Fabbri morirà il giorno successivo, domenica 25 settembre 2016.

Un anno e mezzo dopo, all’ora di pranzo del 3 aprile 2018, James, che ora è il mio compagno ma della cui esistenza allora ero ignara, stava sviluppando codici in C++ nella sede di YouTube a San Bruno, in California, quando è scattato l’allarme antincendio. Pensando che si trattasse di un’esercitazione di routine, James non si è affrettato ad abbandonare il computer, finché non ha visto un gruppo di colleghi che invece di camminare tranquilli correvano agitati verso l’uscita.
There’s a shooter!, ha gridato una persona. La polizia ha ordinato ai dipendenti di evacuare l’ufficio in fila per uno con entrambe le mani alzate e ben in vista. Così ha fatto anche James. Fuori, per strada, un enorme spiegamento di veicoli di forze dell’ordine circondava il perimetro dell’ufficio.
Un’attivista vegana per i diritti degli animali, convinta che YouTube penalizzasse sistematicamente il ranking e le visualizzazioni dei suoi video sulla piattaforma, era entrata nella sede dell’azienda evadendo i sistemi di controllo degli accessi e aveva sparato e ferito tre persone, di cui una gravemente, prima di rivolgere la pistola verso di sé.
In un altro ufficio di Google, a Cambridge, in Massachusetts, sulla costa opposta degli Stati Uniti, la notizia della sparatoria a YouTube ha raggiunto il team di News in cui lavoravo io. Ricordo di aver aperto il sito del New York Times e di aver visto la foto dei dipendenti che evacuavano l’ufficio di San Bruno con indosso lo stesso badge aziendale che portavo anche io alla cintura. Persone come me, insomma, il cui 3 aprile 2018 era cominciato e avrebbe dovuto svolgersi esattamente come il mio.
È banale e ordinaria così, la violenza da armi da fuoco negli Stati Uniti.
Poco meno di quattro anni dopo, io e James ci siamo trasferiti a Boulder, in Colorado. La città si stava riprendendo dalla sparatoria del 22 marzo 2021 al supermercato King Soopers: dieci persone sono morte mentre facevano la spesa, senza motivo apparente se non le gravi disabilità mentali dell’uomo che ha sparato spinto dal desiderio di commettere un omicidio di massa. King Soopers è la catena di supermercati più diffusa in Colorado; il negozio dov’è avvenuta la sparatoria dista dieci minuti da casa nostra.
A cinquanta minuti si trova invece Columbine High School, il liceo del Colorado che ha inaugurato la lunga stagione, ancora in corso, delle sparatorie di massa nelle scuole di ogni ordine e grado degli Stati Uniti. Qui, il 20 aprile 1999, due studenti dell’ultimo anno armati di un fucile e una pistola per ciascuno hanno ammazzato quattordici persone. È la generazione di studenti di scuole superiori di cui fa parte James, che all’epoca frequentava il primo anno di liceo in Virginia.
Alla collezione di episodi di violenza da armi che, con più o meno gradi di separazione, sono avvenuti in prossimità del mio nucleo familiare statunitense appartiene anche la sparatoria di Isla Vista: nel 2014, tre persone sono morte sulle strade del campus della University of California, Santa Barbara, dove tre anni prima scorrazzavo in bicicletta insieme a Christian e altre amiche e amici.
James e io, da soli, possiamo citare cinque sparatorie che hanno toccato la nostra vita o luoghi a noi cari mentalmente o vicini geograficamente. Una di queste è avvenuta di fronte ai miei occhi; un’altra ha messo concretamente a rischio la sicurezza di James e ne ha influenzato la salute mentale per settimane. “Mi spaventavo ogni volta che sentivo una sirena”, mi ha detto dei giorni successivi alla sparatoria a YouTube.
E io negli Stati Uniti ho passato solo un terzo della mia vita. Non ho dati per confermarlo, ma credo sia una regola e non un’eccezione, esistere negli Stati Uniti e avere pochi gradi di separazione da una qualche sparatoria.
Vivere negli Stati Uniti è un fattore di rischio per morte da arma da fuoco.
Può succedere ovunque, in ogni momento, in uno stato rosso o uno stato blu, che fuori nevichi o ci sia il sole, che a imbracciare il fucile sia una donna repubblicana o un uomo democratico, che il presidente sia Barack Obama o Donald Trump, che tu sia ricca o povera, che tu provenga da un contesto socio-economico privilegiato o da una famiglia indigente con precedenti penali, mentre impari le tabelline o preghi il tuo Dio, quando fai la spesa o compili un codice in C++, durante un pranzo o una passeggiata per la strada.
Chissà se anche, per il semplice motivo che vivo negli Stati Uniti almeno nove mesi all’anno, morirò per un colpo di pistola. Forse non è probabile, ma di sicuro è possibile: per la precisione, è il 938% più possibile che in Italia (13,5 decessi da arma da fuoco ogni centomila persone negli Stati Uniti, di contro a 1,3 in Italia).
È addirittura più possibile di un incidente stradale (12 decessi ogni centomila persone negli Stati Uniti). In Italia, invece, è più probabile perdere la vita in un incidente stradale (5,2 decessi per centomila persone) che per un colpo di arma da fuoco, in linea con il resto del mondo.
Per quanto riguarda le sparatorie di massa con ampia risonanza pubblica — un sottoinsieme squisitamente statunitense della violenza da arma da fuoco —, le probabilità che io ci schiatti sono una ogni nove milioni all’anno. Più facile che accada in una sparatoria di massa, quindi, che in un incidente aereo (una probabilità ogni dieci-undici milioni a volo).1
È così non inverosimile, che dopo l’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis ho deciso di rimandare il viaggio-reportage tra Minnesota e North Dakota che avevo inizialmente pianificato per queste settimane di febbraio. Andrò invece a Boise, in Idaho (il mio quarantanovesimo stato), da oggi (mercoledì) a venerdì, da cui vi porterò indietro una storia interessante.
Boise è una città piuttosto sicura, ma il punto non è tanto il pericolo di un luogo specifico — il punto sono gli Stati Uniti. Può succedere ovunque, a chiunque, per nessun motivo in particolare.
Definire come “ossessione” il rapporto degli Stati Uniti con le armi da fuoco, come spesso faccio e ho fatto nel sottotitolo di questo pezzo, prende in prestito un linguaggio e metri di giudizio moderni che fraintendono la natura esistenziale di questa relazione. Per gli Stati Uniti le armi non sono l’oggetto di un vizio: sono soggetto e strumento di costituzione.
Le armi sono inseparabili dalla nascita del Paese: nei mesi che precedono e poi durante la guerra d’indipendenza dalla Gran Bretagna, la resistenza al sovrano tirannico fu organizzata principalmente da milizie di cittadini volontari armati. A dare inizio ufficiale alla guerra furono le battaglie di Lexington e Concord, in Massachusetts, il 19 aprile 1775, seguite al tentativo delle truppe britanniche di distruggere le riserve di armi e polvere da sparo dei coloni. Senza di queste, infatti, i coloni non avevano speranza di difendersi.
Solo in possesso di armi i patrioti delle tredici colonie potevano opporsi alle angherie del governo britannico; qualsiasi tentativo di quest’ultimo di distruggere le armi dei patrioti era un attentato alla libertà.
Il diagramma di flusso è logico, costitutivo, esistenziale:
Armi —> libertà —> Stati Uniti.
È in questo principio, pertinente a quel particolare contesto storico, che ha origine il Secondo emendamento alla Costituzione: ratificato nel 1791, stabilisce e tutela il diritto a possedere e portare armi (the right to keep and bear arms), che “non può essere violato” (shall not be infringed) poiché una “milizia ben organizzata” (a well-regulated militia, sottinteso di cittadini) è “necessaria alla sicurezza di uno stato libero” (necessary to the security of a free State).
Il campo semantico della libertà negli Stati Uniti è stratificato e complesso (e per questo infinitamente affascinante, anche perché costantemente contraddetto nella pratica quotidiana di vita statunitense). Ma il significato originario è questo: libertà dalla tirannia del governo. Ed è inseparabile dalle armi.
Duecentocinquanta anni dopo, il contesto storico è mutato profondamente. È cambiata anche la tecnologia delle armi da fuoco: compiere un massacro con una pistola è molto più semplice oggi rispetto al 1791.
Emblematico in questo senso il video del 2013 dell’associazione States United To Prevent Gun Violence: un uomo entra in un ufficio armato di un moschetto a pietra focaia come quelli utilizzati durante la guerra d’indipendenza nel diciottesimo secolo. Dopo uno (uno solo) sparo a vuoto, l’uomo deve già ricaricare il fucile di polvere da sparo; nel frattempo, tutte le persone nell’ufficio hanno il tempo di scappare incolumi. Il video si conclude con la provocazione: Le armi sono cambiate. Non dovrebbero cambiare anche le nostre leggi?
Avvertenza sul contenuto: questo video contiene immagini di violenza da arma da fuoco. Può essere riprodotto solo su YouTube da persone adulte.
Per tante persone, tuttavia, l’identità statunitense è ancora inscindibile e imprescindibile dalla proposizione originale: armi —> libertà —> Stati Uniti. Qualsiasi tentativo da parte del governo di controllare la vendita e il porto d’armi viene respinto come un amaro e ironico ritorno a quella stessa tirannia da cui il Paese si era emancipato grazie alle armi.
È ovvio che non è così, e che il governo esiste per la libertà, non contro di essa. È ovvio che la conseguenza più amara e ironica della mancanza di controlli più stringenti è la privazione della libertà di andare a scuola, al lavoro, in biblioteca, al supermercato, nel luogo di culto, per la strada senza temere per la propria incolumità. Ma il contesto socio-culturale in cui ha luogo il dibattito sul controllo delle armi complica la questione.
Non sono solo le persone conservatrici a possedere armi e ritenerlo un diritto fondamentale. Le persone statunitensi che conosco che possiedono armi si contano sulle dita di una mano, ma alcune di loro sono solidamente democratiche o comunque progressiste. Anche Alex Pretti era un progressista con la pistola in tasca! Quando è sceso per strada a protestare l’intervento di ICE a Minneapolis, Pretti portava occultata alla cintura (concealed carry), in ottemperanza con la legge del Minnesota, una pistola regolarmente registrata.
Mi ha colpito, nei giorni successivi all’omicidio di Pretti, vedere quanti editoriali su testate di orientamento democratico hanno invocato il Secondo Emendamento per condannare la condotta riprovevole degli agenti di ICE. “Il messaggio dell’amministrazione”, ha scritto Tyler Austin Harper su The Atlantic, “[è che], se eserciti il tuo diritto costituzionalmente protetto a portare armi, agenti federali mascherati possono ammazzarti a sangue freddo, semplicemente perché un cittadino americano che esercita i diritti del Secondo emendamento li spaventa”.
È un’argomentazione intelligente, perché espone finalmente l’amministrazione Trump alle critiche delle stesse persone che l’hanno voluta al governo, per le quali il Secondo emendamento è intoccabile. Mi è anche dispiaciuto leggerla, però, perché dà per scontato che sia in effetti normale operare nel mondo con un’arma in tasca, poiché è a sua volta normale non fidarsi mai del prossimo.
Si torna così al concetto di violenza come valore positivo nell’identità statunitense, strumento di bene, di verità e di giustizia. Veicolo di libertà.
Scrive ancora Harper nel sopracitato editoriale su The Atlantic:
Il Secondo emendamento è una libertà unicamente americana e, di fatto, è quella che rende possibili tutte le altre.
Già: come la libertà di chiedersi se un giorno, vivendo negli Stati Uniti, si morirà per un colpo di pistola.

La popolazione degli Stati Uniti ammonta a meno del 5% del mondo, ma è sul suo territorio che si verificano più del 30% delle sparatorie di massa globali.





Quanto è vero quello sgomento sui loro volti quando si accorgono che gli altri non li vedono come “buoni”! E il problema è che solo una parte di loro si interroga criticamente e onestamente sul perché; il resto rigetta e si rifugia nella reazione alla Trump: ingrati, non capiscono niente, non sanno qual è la verità…
Il parallelo tra la fissazione con le armi e il sistema sanitario è assolutamente da esplorare — il diritto alla difesa dal presunto tiranno è sacrosanto, ma la possibilità di curarsi non è neanche un diritto? L’uno è premessa di libertà, l’altro non importa?
Non sono ancora stata in visita al memoriale di Columbine ma mi hai spinto a farlo presto. Solo 50 minuti di macchina! Dietro l’angolo, insomma. (E si, a proposito, anche il dato di mortalità stradale è alto e motivato dal maggiore utilizzo delle auto, immagino)
Il legame degli statunitensi e' ingiustificabile per noi che anbiamo costruzioni culturali completamente diverse e spiegabile sulla base di una interpretazione distorts della loro storia e del concetto stesso di liberta'.
Come dici tu Enrica, la liberta' di morire in una sparatoria in nome del rifiuto di norme imposte.
E' l'immagine speculare della liberta' di morire per patologie curabili, nell'ostilita' ad un sistema sanitario vissuto non come servizio essenziale, ma come vessazione.
Poiche' non credo che gli statunitensi siano mediamente piu' stupidi, mi rendo conto del peso esercitato da un sistema educativo indirizzato e da una propaganda di indottrinamento per creare la convinzione del destino manifesto e della superiorita' sugli altri.
Al punto da vedere lo sgomento quando ci si accorge che gli altri non provano ammirazione e non li individuano come "i buoni".
Piccola considerazione personale, la visita al memoriale di Columbine porta con se un carico emotivo straziante.
Grazie Enrica per le tue riflessioni.
P.S. e' pesante anche il dato di mortalita' stradale!