Abbracciare armi
La guerra come dimostrazione di fedeltà alla nazione
Negli Stati Uniti, la procedura di naturalizzazione si conclude con un giuramento di fedeltà, recitato in gruppo insieme ad altre persone che hanno fatto domanda di cittadinanza, durante una cerimonia aperta al pubblico. Lungo 140 parole, il testo del giuramento è il più verboso tra quelli previsti a livello federale; il giuramento per la presidenza, ad esempio, contiene solo 35 parole.
Il giuramento è quello che in linguistica chiamiamo “enunciato performativo”: l’atto stesso di pronunciare le parole ne realizza il significato. La cittadinanza statunitense si acquisisce nell’esatto momento in cui si recita il giuramento. Curiosamente non è così per la cittadinanza italiana, che invece si ottiene il giorno dopo aver recitato le 16 parole del giuramento di fedeltà: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi dello Stato”.

Se una forma di giuramento di fedeltà per la cittadinanza statunitense è sempre esistita, il testo non è stato standardizzato fino al 1929. A quei tempi, il concetto di cittadinanza doppia o multipla non era diffuso. Il passaggio “Rinuncio e abiuro assolutamente e interamente ogni fedeltà e alleanza a qualsiasi principe, potentato, stato o sovranità straniera, di cui sono stato finora suddito o cittadino” aveva quindi ancora ragione di appartenere al testo. È stato verso la fine del secolo scorso che sempre più Paesi hanno iniziato ad ammettere la doppia cittadinanza, compresi gli Stati Uniti alla fine degli anni 60 e l’Italia con la legge sulla cittadinanza del 1992.
Ne è conseguito, e ancora sussiste, un parziale annullamento del valore performativo del giuramento di fedeltà, almeno sulla carta. Come cittadina italiana che può mantenere più di una cittadinanza, nel momento in cui dovessi un giorno trovarmi a completare la procedura di naturalizzazione negli Stati Uniti, pronunciare le parole “rinuncio e abiuro […] ogni fedeltà […] a[lla] sovranità straniera di cui sono stata finora cittadina” non realizza il significato di queste parole. Il governo degli Stati Uniti lo sa benissimo e non lo ritiene un problema.
La formulazione diventa quindi pura formalità. Il risultato atteso — l’acquisizione della cittadinanza — si compie ugualmente, ma una parte dell’enunciato è essenzialmente falsa da un punto di vista semantico.
È proprio al concetto di falsità che continuo a pensare da quando ho iniziato a compilare online la mia domanda di naturalizzazione. Già la settimana scorsa vi parlavo della domanda sul genocidio nella sezione “Carattere morale”; l’ultima parte di questa sezione interroga l’aspirante cittadinə sulle sue intenzioni di fedeltà agli Stati Uniti tramite la seguente domanda:
Se la legge lo richiede, sei dispostə a portare armi per conto degli Stati Uniti?
Il giuramento riprende il contenuto di questa domanda in forma affermativa: “Dichiaro sotto giuramento […] che porterò armi per conto degli Stati Uniti quando richiesto dalla legge” — passaggio aggiunto al testo nel 1950, ed è difficile pensare che il breve lustro intercorso tra la Seconda Guerra Mondiale e questa modifica sia solo un caso. In precedenza, la Corte Suprema aveva ritenuto che questa specificazione non fosse necessaria perché implicita nella promessa di lealtà alla Costituzione e alle leggi degli Stati Uniti “contro ogni nemico”. La Corte cambiò poi direzione con una sentenza del 1946.
Se il giuramento che conclude la procedura di naturalizzazione prevede una dichiarazione di questo tipo, va da sé che l’unica risposta possibile alla domanda durante la procedura è un sonoro sì; un no è ragione di disqualifica immediata. Si può richiedere un’esenzione — sia alla risposta affermativa sul modulo, che alla recita di quello specifico passaggio nel giuramento — esclusivamente sulla base di motivazioni religiose, come se fossero le uniche possibili.
Davvero la fedeltà a un Paese si misura in base alla volontà di imbracciare un fucile e partecipare a un conflitto armato?
Davvero questa volontà è segno del “carattere morale” di una persona?
Se così — ed è palesemente così, per gli Stati Uniti — cosa ci dice un requisito di questo tipo del Paese che lo prevede?
Ci dice che la guerra non è un evento — è un valore.
Ci dice che questo evento non rappresenta una soluzione drammatica e indesiderabile — è invece benvenuto come espressione suprema del potenziale e della potenza della nazione.
Ci dice quindi che la violenza non è una tragedia — è un atto performativo di creazione della nazione e costruzione della sua identità, del suo dominio nel mondo, dell’autorità e del rispetto che senza sconti né pietà la nazione pretende da amici e nemici stranieri in egual modo.
Fa riflettere che una persona nata cittadina degli Stati Uniti, a meno che non entri a far parte delle forze armate, non debba mai confermare la propria volontà a portare armi per conto del Paese, ma una persona straniera in fase di naturalizzazione invece sì. È come se nascere negli Stati Uniti fosse già garanzia di una forma di fedeltà alla bandiera che passa anche per l’utilizzo di armi.
La disposizione a questa forma di fedeltà non fa parte di me, e il fatto che non sia nata americana non c’entra nulla. Non porterei armi, per nessuna ragione, neanche per conto dell’Italia.
Quando ho manifestato la mia renitenza alla promessa di portare armi in conversazione con la docente di storia statunitense per la cittadinanza della biblioteca pubblica di Boulder, mi ha risposto che forse è un segno che, almeno per ora, non dovrei presentare domanda di naturalizzazione.
La docente ha più di ottant’anni e una visione molto romantica della procedura di naturalizzazione. Il suo ragionamento fa leva sulle emozioni e ha senso solo per chi fa domanda di cittadinanza da una posizione di privilegio, che regala il lusso di poter dare la precedenza ai propri valori e indugiare in quisquilie filosofiche sul rapporto tra cittadinanza e identità.
Ma se la cittadinanza statunitense ti cambia davvero la vita, non ci pensi due volte a rispondere affermativamente alla domanda sulle armi. Probabilmente non ti soffermi neanche a leggerla. Ti basta solo sapere che l’unica risposta giusta è sì.
È per questo, quindi, che anche la formulazione del giuramento riguardante le armi è di dubbio valore performativo. Se vale solo il sì, quanti sì corrispondono alla verità della propria coscienza?
Se e quando deciderò di presentare quella domanda, dovrò anche io rispondere di sì, tappandomi il naso. L’idea mi provoca molto fastidio, e anche rabbia. La volontà di partecipare a un conflitto armato non è dimostrazione di fedeltà a una nazione — e non dovrebbe mai esserlo, se vivessimo in un mondo giusto.
Come volevasi dimostrare

Proprio mentre finivo di impaginare questa edizione della newsletter, è uscita la notizia che Trump ha intenzione di rinominare il Pentagono da Dipartimento della Difesa a Dipartimento della Guerra. “Non voglio che sia solo difesa; vogliamo anche l’offesa”, ha dichiarato il presidente — come se le forze militari statunitensi non fossero continuamente in posizione offensiva e come se il suolo domestico dovesse essere continuamente difeso da attacchi stranieri.
Un Dipartimento della Guerra era esistito dal 1789, con l’istituzione del primo governo presieduto da George Washington, fino al 1947, nel secondo dopoguerra.
NOVITÀ! Anche una donna qui a settembre ✈️ 🚙 🛣️
Per tutto il mese di settembre sarò nuovamente in viaggio, con tutti gli ostacoli del caso nella produzione settimanale di questa newsletter. Ai fini della cura e della crescita di questo spazio, tuttavia, non ho nessuna intenzione di sparire per un mese. Ho trovato quindi quello che mi sembra un ottimo compromesso.
Ho deciso di tradurre in italiano un racconto di viaggio in sei parti che ho scritto e pubblicato in inglese nella primavera del 2023 dopo un road trip in Nebraska e South Dakota. Sei puntate allungheranno la pubblicazione fino a metà ottobre; più del tempo in cui sarò in movimento, ma credo e spero che ne valga la pena.
Il lungo racconto di viaggio tocca tutti i temi che ritrovare d’abitudine su Anche una donna qui: riflessioni di politica, società e cultura statunitense che integrano conversazioni con persone americane in contesti principalmente poveri e rurali.
Tre dei sei saggi previsti saranno fruibili gratuitamente nella loro interezza. Gli altri tre conterranno un paywall parziale: la prima metà leggibile in chiaro, la seconda riservata alle persone abbonate. Un abbonamento ad Anche una donna qui si basa proprio su questa promessa, per ringraziare coloro che sottoscrivendolo sostengono il mio lavoro di scrittrice e giornalista indipendente e mi permettono di effettuare questi reportage.
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—Enrica




Sempre interessante leggerti. Io ho fatto domanda di cittadinanza in Svizzera e a parte conoscenze linguistiche, richiedono un test di cultura generale: ordinamento politico, ma anche storia, poeti, fiumi, musei e castelli più famosi. Il giuramento alla fine non sempre c'è, dipende dal comune, mi pare. Comunque qui le domande che mi hanno fatto al colloquio sono per fortuna di natura molto diversa.
- Che rapporto hai con i tuoi vicini di casa?
- Sei in qualche associazione?
- Conosci il sistema scolastico Svizzero?
- Cosa migliorersti nel nostro comune?
- Conosci i consiglieri comunali?
Diciamo che puntano molto su integrazione, partecipazione e contributo positivo alla società (paghi le tasse, ...). L'unico problema che vedo è che la decisione del comune non è standardizzata e quindi può essere molto arbitraria. Se nel comune di residenza decidono che non sei integrato perchè una volta non sei andato alla festa del paese o hai protestato perchè i campanacci delle mucche della fattoria dietro casa ti tengono sveglio la notte o hai messo fuori l'immondizia nel giorno sbaliato, non puoi farci molto.
Anche io non ho fatto domanda immediatamente dopo essere diventata "eligible", proprio per questo motivo (cosa che ovviamente non hanno lasciato passare inosservata quando ho consegnato la carta verde, perché non concepiscono che se una ha la possibilità di diventare americana non ci vada subito di corsa, e la cosa diventa sospetta). Poi quando ho deciso di presentarla, i tempi erano diventati stretti a causa di un viaggio imminente, ma mi avevano detto (non so se la fonte è attendibile) che avrei potuto fare obiezione di coscienza rispetto a quella parte del giuramento (solo che la cosa avrebbe allungato i tempi d'attesa di vari mesi). Ti risulta?