Il senso di questo Paese
Per il duecentocinquantesimo compleanno degli Stati Uniti, l'augurio che il popolo statunitense possa ritrovarsi nel destino condiviso che ha dato vita a questa nazione
Avviso: nelle prossime settimane il calendario di uscita di Anche una donna qui potrebbe subire un po’ di scossoni, compresa la possibilità di saltare qualche uscita. Non è la mia preferenza, ma farò quel che potrò!

Questo sabato, 4 luglio 2026, ricorre il duecentocinquantesimo anniversario della dichiarazione di indipendenza dalla Gran Bretagna di tredici colonie che nel 1776 si costituirono in una nazione sovrana: gli Stati Uniti d’America.
Un’umida sera di fine maggio scorso, nel parcheggio di un ristorante di pesce situato nella ex colonia che oggi è lo stato del South Carolina, un uomo si è fermato con interesse di fronte alla macchina di Ed, lo stepdad1 del mio compagno James: come frequente negli Stati Uniti, la targa della macchina di Ed è circondata da una cornice di alluminio personalizzata con la scritta “Veteran” sul lato superiore e “U.S. Marine Corps” su quello inferiore.
«Chi è il marine?», ha chiesto l’uomo al gruppo che stava per entrare nella macchina: io, James, la madre Nancy, Ed.
Ho indicato Ed, che stava aprendo la portiera del guidatore e probabilmente non aveva sentito. Tredici mesi di artiglieria in Vietnam si sono tenuti metà delle facoltà uditive con cui era partito dagli Stati Uniti.
I due uomini hanno chiacchierato brevemente delle rispettive esperienze militari. Mentre Ed si era arruolato volontariamente solo per prestare servizio in Vietnam, l’altro uomo era stato militare di carriera nell’esercito fino a metà degli anni ’90. Anche la targa della sua macchina affermava la sua identità di veterano.
«This is what this country is about», ha commentato l’uomo indicando Ed, visibilmente più anziano, dopo avergli chiuso la portiera dell’auto come gesto di gentilezza e rispetto.
Questo è ciò che rappresenta questo Paese: in poche parole, il suo senso.
Che cos’è “questo”, e cosa significa che è “il senso” degli Stati Uniti d’America?
“Questo” è l’amore di un uomo per la patria, e nel caso di Ed anche amore per la famiglia: si arruolò volontario nel 1968 sperando di risparmiare la stessa sorte al fratello minore, al quale, in quanto unico figlio maschio rimasto a casa, il governo magari non avrebbe chiesto di compiere lo stesso sacrificio.
“Questo” è il sacrificio di un uomo che accetta di mettere salute e vita in pericolo in nome della nazione, a prescindere dal merito dell’azione militare.
“Questo” è l’umiltà di abbassare la testa e sporcarti le mani per obbedire a ciò che ti è stato chiesto.
“Questo” è il volto solcato dalle rughe di un uomo che si gode il riposo dell’età avanzata non solo dopo aver servito la nazione, ma anche per averlo fatto. In questa visione, fondamento di un intero sistema esistenziale di reverenza e gratitudine verso la figura del veterano militare, è proprio la consapevolezza di aver accettato e completato con onore il sacrificio ultimo che consente la pace dell’anzianità anagrafica e del servizio prestato, ironicamente, in guerra.
“Questo” è quel sistema stesso di reverenza e gratitudine, come emerso dal breve incontro tra due veterani nel parcheggio del ristorante di pesce in South Carolina.
Con tutte le sue sfumature di significato, perché è proprio questo il senso degli Stati Uniti d’America?
Sulla base di quanto appena detto, è forte la tentazione di concludere che il senso di questo Paese trovi motivazione nella guerra. L’ho già fatto in passato, del resto: almeno in parte, è la verità.
Ma non è l’unica verità.
L’uomo che con orgoglio ed emotività ha dichiarato che “questo è il senso di questo Paese” era con tutta probabilità un conservatore. Gli anni di carriera militare sono stati i più belli della sua vita, ha detto a Ed, che ha replicato ridendo che per lui, invece, i tredici mesi in Vietnam tra il ’68 e il ’69 hanno rappresentato l’esatto contrario.
Dal “senso di questo Paese”, tuttavia, traspare anche una componente umana che trascende il sistema di valori politici legato all’ossessione per le forze armate, le armi e la presunzione di supremazia nel resto del mondo.
È la dignità di una persona che cammina nella direzione del suo destino nei limiti di ciò che la vita le ha riservato. È la condivisione di un desiderio di felicità terrena che ci accomuna al prossimo anche quando i suoi valori sembrano essere incompatibili con i nostri.
L’anno che ho perso il lavoro a Google, provavo un rancore costante nei confronti non solo dell’azienda, ma anche e soprattutto della reverenza incondizionata di cui continuava a godere tra le persone che lavorano nel settore tecnologico, nonostante fosse inequivocabile che Google non ricambiasse la stessa cura.
Mi sfogai con la mia collega e amica Lucy, che mi rispose, e cito testualmente dal messaggio: «Certo che a Google non importa niente di noi. […] Ma io credo che a Mogan e Ryan [due direttori di Google News al tempo, ndr] invece importi di noi. Come colleghe, certo, ma anche come esseri umani. Non sono grata a Google, ma sono grata che a Google ho incontrato queste persone buone e intelligenti, tra cui anche te. Questo significa molto per me».
Lucy mi ha ricordato che di fronte a un’entità astratta come una grande azienda o un grande Paese, soprattutto nei momenti di delusione, la salvezza va cercata nelle persone.
È questo, in fondo, il senso degli Stati Uniti d’America: le sue persone.
A queste persone, il certificato di nascita degli Stati Uniti, datato 4 luglio 1776, attribuisce il diritto alla libertà e alla ricerca della felicità. Lo sappiamo che, allora, libertà e felicità allora erano riservate solo agli uomini bianchi e protestanti, e tuttora rimangono inaccessibili a chi non soddisfa certi requisiti di razza, etnia, sesso, ceto sociale, professione e conto in banca.
È enormemente ironico che l’unica nazione al mondo che promette cotanta poesia nella burocrazia che l’ha fondata sia anche quella le cui istituzioni e sistemi sociali più di tutti gli altri negano il diritto a una vita felice. Diritto alla felicità, sì, solo se hai un lavoro dipendente. Diritto alla libertà, certo, solo se partecipi attivamente a un sistema economico basato sul debito. Diritto alla vita, ovvio, purché accetti di non riposare mai, e non capiti per caso nella traiettoria di un proiettile di pistola.
Ma c’è qualcosa, in quella promessa originaria di felicità, che nell’occasione del suo duecentocinquantesimo anniversario ci indica la direzione in cui guardare per ritrovare speranza negli Stati Uniti d’America: le persone e l’anelito di libertà e dignità che le accomuna, nonostante le differenze.
Il senso di questo Paese, da questa prospettiva, è l’immigrazione. «L’immigrazione è centrale per sostenere la narrazione del sogno americano», ha scritto Hua Hsu sul New Yorker la settimana scorsa. È virtualmente impossibile, per l’amministrazione di Donald Trump, restituire la cosiddetta “grandezza” e aspettativa di opportunità che gli Stati Uniti offrono senza citare storie di immigrazione.
Il senso di questo Paese è anche la cittadinanza acquisita tramite diritto di appartenenza al territorio: se una persona nasce entro i confini degli Stati Uniti, ne è automaticamente cittadina. Proprio mentre scrivo queste righe un po’ disordinate, è arrivata la notizia che la Corte Suprema ha confermato lo ius soli stabilito dal quattordicesimo emendamento alla Costituzione, a cui il presidente Trump voleva imporre forti limitazioni.
È un sollievo che, a pochi giorni dal duecentocinquantesimo compleanno degli Stati Uniti d’America, la sentenza della Corte Suprema ne abbia ribadito e non negato il senso.
Il migliore augurio di compleanno che si può fare agli Stati Uniti in questo momento storico, quindi, è la speranza che le persone che appartengono a questo Paese possano ritornare al senso ultimo che le accomuna: la condivisione di un destino di felicità e libertà e la capacità di riconoscersi in un’esperienza comune di dignità. Un po’ come ha fatto quell’uomo con Ed nel parcheggio di un ristorante di pesce in una delle tredici ex colonie britanniche.
In italiano sarebbe “patrigno”, un vocabolo brutto e connotato negativamente, come del resto tutti i termini che la nostra lingua ha creato per denotare relazioni familiari che non rientrano nella visione di famiglia nucleare unica e immutabile (matrigna, fratellastro, sorellastra). Poiché ancora non abbiamo trovato alternative, e la perifrasi “marito della madre” pare eccessiva, l’unica soluzione è usare il prestito inglese stepdad.


