Tutti e cinquanta
Ho finito di visitare tutti i cinquanta Stati Uniti! Vi racconto perché ho deciso di raggiungere il traguardo in North Dakota e ripercorro le tappe più significative
Al principio degli anni ’10 del secolo corrente, un’addetta allo sportello di accoglienza (travel ambassador, nel gergo meritocratico dei titoli professionali statunitensi) dell’ufficio di promozione turistica di Fargo-Moorhead, al confine tra North Dakota e Minnesota, si è accorta che sempre più persone entravano nella struttura bianca dal tetto verde dichiarando che il North Dakota era l’ultimo dei cinquanta stati che mancava loro da visitare. Spesso, avevano organizzato un viaggio in North Dakota solo per raggiungere l’ambito e ambizioso traguardo.
Secondo un sondaggio di YouGov del 2022, meno del 2% delle persone statunitensi ha visitato tutti i cinquanta stati. Non si tratta per forza di amore per viaggi e avventure o elenchi di cose da fare prima di morire: a volte basta lavorare come camionista, rappresentante di farmaci o giornalista per tagliare a spese aziendali il traguardo del cinquantesimo stato.
Da un successivo sondaggio di YouGov, nel 2025, è emerso che una persona statunitense ha visitato in media 16 stati oltre a quello di nascita e/o residenza. L’11% non è mai uscita dallo stato di nascita.
Non esistono dati sull’ordine più frequente in cui i cinquanta Stati Uniti vengono visitati: varia enormemente su base geografica (chi vive sulla costa orientale, ad alta densità di stati, può raggiungere più stati più velocemente), economica, logistica (macchina o aereo), accademica e professionale, tra i tanti fattori che delineano ciascun percorso individuale da uno stato all’altro.
Sappiamo, tuttavia, quali sono gli stati visitati più di frequente, che tendono a precedere gli altri nell’ordine: Florida (ci è stato il 65% della popolazione statunitense), New York (56%), Texas (51%), California (50%).
E sappiamo quali sono gli stati visitati meno di frequente e che, di riflesso, tendono a rimanere per ultimi: l’Alaska, che ha visto solo il 12% della popolazione; le Hawaii, dove è stato il 22% della popolazione ma che, come l’Alaska, sono lontane dagli Stati Uniti continentali1 e richiedono un notevole dispendio di energie, tempo e denaro. Sia Alaska che Hawaii suscitano comunque un forte desiderio turistico.
E poi c’è il North Dakota, dove è stato appena il 14% delle persone statunitensi.
Se in Alaska e alle Hawaii si va poco e tardi perché sono lontane e costose, ma il desiderio esiste, al contrario «non c’è nessun motivo di andare in North Dakota», è stato il ritornello, spesso accompagnato da una risata un poco snob, di amiche e amici statunitensi a cui ho detto che era tra gli ultimi stati che mi mancavano.
Incastonato quasi perfettamente all’incontro tra il confine settentrionale con il Canada e l’asse che divide gli Stati Uniti a metà, il North Dakota è geograficamente isolato rispetto al resto del Paese, distante dalle maggiori rotte stradali che collegano le due coste. È raro transitare in North Dakota per caso: serve intenzione, e questa è più difficile da trovare se, rispetto ad altri stati settentrionali come Washington, Montana e Maine, il North Dakota non vanta una città famosa come Seattle (Washington) o parchi naturali letteralmente mozzafiato come Glacier (Montana) e Acadia (Maine).
Tutto ciò è assolutamente irrilevante per chi, come la sottoscritta, appartiene alla categoria di persone che ha fatto del traguardo dei cinquanta un obiettivo personale e un passatempo. Il North Dakota è uno dei cinquanta: rispetto allo scopo, ha lo stesso peso della California.
Non essendo la California, però, come ha notato la travel ambassador dell’ufficio di promozione turistica di Fargo, al North Dakota capita spesso di chiudere la fila.
Da questa osservazione informale è nata una campagna promozionale che, per quanto mi riguarda, figura tra le trovate più intelligenti nella storia del marketing moderno: il Best for Last Club, l’associazione che riunisce le persone che hanno visitato il North Dakota come ultimo dei cinquanta stati.
«L’idea alla base della creazione del club è stata di rendere questo traguardo entusiasmante, invece di attirare l’attenzione sul fatto che le persone visitano tutti gli altri 49 stati prima del nostro», mi ha scritto in un’email Danni Melquist, direttrice marketing di Visit Fargo-Moorhead.
Il nome dell’associazione deriva dall’espressione to save the best for last: tenere la cosa migliore per ultima, un po’ come quando mangi una pizza e riservi la fetta più gustosa e ricca di condimenti per la fine. Quale straordinario sovvertimento semantico, per lo stato dove non si va perché non c’è motivo di andarci! Che spettacolare riscatto sociale, per l’ultimo della fila!
Il Best for Last Club è nato nel 2013 e annovera 8.865 membri, mi ha detto in un’email Petra Vanderford, coordinatrice amministrativa di Visit Fargo-Moorhead. Vanderford ha allegato un foglio di calcolo con alcuni dati sulla provenienza dei membri, aggiornati a metà maggio 2026: 8.674 persone sono statunitensi, di cui la maggior parte viene da Texas (684 persone), California (638) e Florida (613) e una minoranza da stati con cui il North Dakota confina, da dove è più facile visitarlo tra i primi (South Dakota: 8 persone, Montana: 7).
Fanno parte del Best for Last Club anche 158 persone di provenienza straniera, da 27 Paesi diversi. Vista la prossimità geografica e/o linguistica, si tratta soprattutto di canadesi (46 persone), britannicə (40) e australianə (10). Non sappiamo se queste persone sono turiste o residenti negli Stati Uniti. Due di loro vengono da Fiji, tre dalla Finlandia. Una sola persona ha dichiarato di provenire dall’Italia: sono io!
«Sei la PRIMA!», mi ha scritto Petra nella sua email, che ha esordito ringraziandomi «per aver tenuto il North Dakota come ultimo stato da visitare!»
Il Best for Last Club non gode di fama nazionale. Melquist mi ha detto che la campagna ha ricevuto un discreto interesse mediatico, ma non ci sono mai stati investimenti pubblicitari su larga scala.
Io ne sono venuta a conoscenza per caso, chiacchierando con una donna del South Dakota di nome Ella al bancone di un bar in Nebraska. Era la primavera del 2023 e mi mancavano da visitare ancora una dozzina di stati. Non ho deciso subito che avrei tenuto il North Dakota per ultimo ma, più pianificavo i viaggi negli stati che mi mancavano e più scoprivo cosa avrebbe significato tenere il North Dakota per ultimo, più si è rivelata la scelta migliore.
Ho varcato il confine orientale del North Dakota, in macchina dal Minnesota, alle due del pomeriggio di giovedì 14 maggio 2026.
All’entrata dell’ufficio di promozione turistica di Fargo2 mi hanno accolto Emma e Taylor, le travel ambassador odierne. Informate del raggiungimento del mio traguardo, le giovani donne mi hanno congratulato sorridenti.
Con agilità ed efficienza, Taylor ha eseguito il protocollo di ammissione al Best for Last Club: mi ha consegnato il “certificato di merito” nella foto qui sopra e un iPad con un modulo digitale da compilare con i miei dati; mi ha chiesto in quale taglia desideravo la maglietta dell’associazione; ha tirato fuori da sotto il bancone un 5 e uno 0 di cartone bianco, rendendosi disponibile per un servizio fotografico di fianco all’insegna del Best for Last Club (vedi foto in apertura).
Esistono 109 confini statali negli Stati Uniti contigui e migliaia tra autostrade, strade, stradine e sentieri che oltrepassano questi confini in più punti per ciascuno stato. Ciò significa che esistono migliaia di cartelli di benvenuto tra tutti gli stati (poiché gli Stati Uniti sono una federazione, in ogni stato vigono leggi specifiche oltre alle leggi federali: informare una passante dell’entrata in un nuovo stato è una questione legale, oltre che geografica).
Avrei potuto tagliare il traguardo del cinquantesimo stato in qualsiasi di questi punti, da sola, senza che succedesse nulla, senza nessun riconoscimento concreto e condiviso del completamento di una missione che perde il suo significato e divertimento nel momento stesso in cui viene portata a termine.
Poteva succedere in questa landa desolata e fangosa del Texas:
Invece no: è accaduto in pompa magna e grande stile, con un’abbondanza di foto e cimeli ricordo e i festeggiamenti di due giovani donne gentili e accoglienti il cui stipendio è pagato in parte proprio per dare importanza a una passione che inizia e finisce con la persona che l’ha coltivata (il che non significa che la passione non sia condivisa da migliaia di persone: esiste un’associazione anche per chi ha visitato tutti i 50 stati, a prescindere da quale sia stato l’ultimo).
Ed è accaduto nel reietto North Dakota, quello dove non c’è niente di famoso e importante da vedere, quello dove non vuole andare nessuno, quello che non dà motivo di mettersi in viaggio… se non, almeno per quanto riguarda una persona come me, completare la lista dei cinquanta stati nella maniera più speciale, divertente e memorabile che una persona come me possa desiderare.
È questo il genio del Best of Last Club: un artificio retorico che in superficie sembra ironico — qualificare come “migliore” ciò che tantə non considerano tale — finisce per diventare realtà. Il North Dakota ha veramente regalato la migliore conclusione possibile al mio viaggio ventennale tra tutti i cinquanta stati. Ha veramente tenuto il meglio per ultimo: se non lo stato migliore, almeno l’ingresso migliore di tutti gli altri quarantanove.
Roba da nerd: come sono arrivata a 50 stati
Sono entrata negli Stati Uniti per la prima volta il 13 luglio 2004 (un dato facilmente reperibile, non solo dal timbro sul mio primo passaporto — ottenuto per l’occasione! — ma anche perché, per ogni domanda di visto fino alla green card, l’autorità statunitense per l’immigrazione USCIS richiede la documentazione di tutte le date di entrata e uscita nel Paese), a quasi 15 anni, dall’aeroporto di San Diego, in California: il mio primo stato.
Avevo convinto i miei genitori a mandarmi in vacanza studio con una prof di inglese del mio liceo, insieme alla mia amica e compagna di banco Eleonora (non senza tanto penare: il viaggio era costoso e, essendo io la primogenita di tre, la capitolazione avrebbe creato un pericoloso precedente).
Esattamente quattro anni dopo la California, il 13 luglio 2008, sono atterrata a New York (secondo stato!) per un indimenticabile viaggio di maturità.
Il 26 dicembre 2012 ho creato una nota sull’iPhone per tenere conto di tutti gli stati visitati (allora, meno di dieci):
1. California — 2004 2. New York — 2008 3. Connecticut — 2008 4. Nevada — 2011 5. Pennsylvania — 2012 6. Maryland — 2012 7. Illinois — 2012 8. New Jersey — 2012 9. Massachusetts — 2013 10. Washington — 2013 11. Florida — 2013 12. Wisconsin — 2015 13. Michigan — 2015 14. Ohio — 2015 15. Indiana — 2015 16. Missouri — 2015 17. Kansas — 2015 18. Iowa — 2016 19. Maine — 2016 20. New Hampshire — 2016 21. Alaska — 2017 22. Georgia — 2017 23. Hawaii — 2018 24. Louisiana — 2019 25. Vermont — 2020 26. Rhode Island — 2020 27. Delaware — 2020 28. Virginia — 2020 29. West Virginia — 2020 30. Kentucky — 2020 31. Colorado — 2020 32. South Carolina — 2021 33. Montana — 2021 34. Wyoming — 2022 35. New Mexico — 2022 36. Utah — 2022 37. Nebraska — 2023 38. South Dakota — 2023 39. Oregon — 2023 40. Minnesota — 2024 41. North Carolina — 2024 42. Oklahoma — 2024 43. Texas — 2024 44. Tennessee — 2025 45. Arkansas — 2025 46. Mississippi — 2025 47. Alabama — 2025 48. Arizona — 2025 49. Idaho — 2026 50. North Dakota — 2026
Per le Hawaii, unico nuovo stato del 2018, devo ringraziare Google e il viaggio aziendale organizzato per festeggiare il lancio della nuova app di Google News. Uguale per la Louisiana, solitaria aggiunta del 2019: una spassosissima trasferta di lavoro a New Orleans per la conferenza annuale della Online News Association. Il tour del Midwest nel 2015 e 2016 non sarebbe stato possibile senza la scuola di giornalismo, che mi ha regalato l’opportunità unica di seguire la campagna elettorale presidenziale di quel periodo.
Il 2020 è imbarazzante. In piena pandemia ho aggiunto sette nuovi stati alla lista: mai così tanti in un solo anno, ma posso spiegare! Io e James abbiamo viaggiato solo una volta vaccinati, nel completo rispetto delle norme vigenti e con tutte le precauzioni indicate dalla scienza per noi stessi e le persone attorno.
Gemini ha calcolato che per vedere i primi venticinque stati ci sono voluti sedici anni, dal 2004 al 2020; per gli ultimi venticinque, invece, ne sono bastati sei. La perdita del lavoro dipendente nel 2023, la decisione di scrivere a tempo quasi pieno, la crescita di Anche una donna qui hanno accelerato il cammino!
I primi stati che ho visto sono anche i più democratici, non a caso: non è questo il luogo per approfondire le possibili ragioni, ma esiste una correlazione più o meno diretta tra attrattiva turistica di uno stato e probabilità che voti democratico. Se questo ha fatto sì che la maggior parte degli stati repubblicani si concentrassero verso la fine del mio percorso, è stato un bene: solo adesso, da adulta, in questo clima politico, con l’obiettivo di renderne testimonianza, ho potuto veramente apprezzare il tempo passato in questi spazi così culturalmente e socialmente diversi da quelli in cui vivo e ho vissuto.
Il mio stato preferito è la California. Non datemi della basic: l’anno di scambio universitario che ho vissuto a Santa Barbara mi ha cambiato la vita. E poi, la California è obiettivamente un posto davvero speciale.
Lo stato che ospita la città migliore è l’Illinois (Chicago), ma non ditelo all’Enrica dell’estate 2008, che per New York ha provato una passione senza pari.
In Massachusetts, a Boston, ho raggiunto la mia indipendenza di persona adulta.
I paesaggi più belli si trovano in California e negli stati desertici, in particolare Arizona e New Mexico. Mi riempiono di stupore perché sono completamente diversi da ciò a cui i miei occhi si sono abituati crescendo: non c’è nulla, nella nostra Europa, che si avvicina a colori e geometrie del genere.
Per lo stesso motivo, non sono d’accordo con le tante persone statunitensi che ritengono “noiosissime” le piattissime e vastissime campagne del Kansas: non si rendono conto, queste persone, che anche le infinite distese di campi di grano hanno carattere e non sono “nulla”. Anche questi posti importano — tutti i posti importano — nella costruzione e nella comprensione dell’identità statunitense.
Il mio stato meno preferito, infatti, non c’è. Non c’è uno stato più brutto, o meno interessante, o che ha suscitato in me meno fascino e stupore. Era impossibile che accadesse. A una straniera che ha sempre coltivato un interesse profondo per gli Stati Uniti, le categorie che la gente di casa utilizza per classificare i cinquanta stati semplicemente non si applicano.
Ho voluto vedere tutti i cinquanta stati proprio per questo: sapevo che ciascuno di loro, nella sua maniera unica e irripetibile, mi avrebbe dato qualche indizio in più e aiutato a comporre un puzzle che, probabilmente, non riuscirò mai a completare.
Sono stata in tutti i cinquanta stati, e degli Stati Uniti ho visto ancora pochissimo.

Tra Honolulu e New York c’è la stessa differenza di fuso orario, sei ore, che tra New York e Roma!
Dove sono in mostra diversi cimeli originali dell’omonimo film dei fratelli Cohen, tra cui la famosa cippatrice.








Hai ragione Enrica, le grandi distese non sono noiosissime, non sono mai stato in Kansas, ma mi sono accorto di quanto sia vero attraversando da est a ovest la prateria blue grass del South Dakota e, da ovest ad est, le distese di mais del Nebraska.
La ridotta propensione (anche possibilita') di cui parli all'inizio e', invece - a mio modesto parere - una delle cause dell'incapacita' degli statunitensi di parlare fra di loro e di provare a comprendersi.
emma from the visitor’s center here - great article! i am so happy you enjoyed your time in north dakota. very interesting to hear what the experience of visiting all 50 states was like for someone from out of the country. it was an honor to be a part of your accomplishment, and a pleasure meeting you!