Arricchita e alienata
"Dov'è l'Italia negli Stati Uniti?" Terza parte della serie Alla ricerca di America e identità: il mio viaggio on the road in Nebraska e South Dakota
NOTA: Questa uscita è stata programmata prima dell’assassinio dell’attivista conservatore Charlie Kirk. Quanto accaduto merita un commento approfondito, soprattutto riguardo all’allucinazione collettiva secondo cui “la violenza politica è contraria all’ideale statunitense” (tutto il contrario!). Ahimè sono appena rientrata da una settimana di ferie come non ne facevo da due anni, seguita da altri impegni personali improrogabili che non mi permettono di lavorare a ritmo regolare. Il commento, pertanto, dovrà aspettare. Sono dispiaciuta per il tempismo e provo stranezza in questo periodo di newsletter col pilota automatico. Sento che manca qualcosa: scriverla settimanalmente! Ma non è controllando la realtà che se ne viene a capo (dico più a me stessa che a voi); e se il pilota automatico esiste, è perché è necessario.
In ogni caso, accompagnandovi alla scoperta di uno scorcio di società e cultura statunitense, la serie di racconti che sto pubblicando in queste settimane può essere anch’essa strumento di comprensione di quanto accade negli Stati Uniti dalla morte di Kirk.
Siamo ordunque a metà della serie in sei parti che ci accompagnerà su Anche una donna qui fino a metà ottobre: la traduzione (fatta da me) di un racconto di viaggio on the road che ho scritto in inglese nella primavera del 2023 e pubblicato su Medium.
Per recuperare le puntate precedenti: qui c’è la prima, qui la seconda.
Ripensando alle conversazioni con la gente di Chadron mentre guidavo verso la tappa successiva, il Monte Rushmore in South Dakota — stato numero 39 sulla mia lista —, l’obiettivo numerico del mio viaggio è passato in secondo piano rispetto all’abbondanza di parole che ha iniziato a dilagare nella mia testa.
Mi sentivo sospesa in uno spazio dove la mia identità era arricchita e insieme alienata per mano delle stesse persone. Ho scritto nel mio diario, facendo l’interessante scelta dell’italiano come lingua:
C’è una stranezza nel relazionarmi con questa gente. Sono italiana. Sono privilegiata. Istruita. Tutto questo fa strano. Ho avuto un lavoro che questa gente si sogna. Ho voglia di parlare con loro, relazionarmi, ma allo stesso tempo ciò che io sono è completamente diverso da loro, e non so se può essere compreso — nel senso che non voglio dare l’idea di essere superiore. Non siamo sullo stesso livello. E il mio essere italiana mi rende ancora più diversa.
Col senno di poi, queste parole mi agitano — non è che suggeriscono che io davvero mi credo superiore? Cosa mi fa pensare che questa gente “si sogna” il mio lavoro, se non la percezione del mio lavoro (perduto!) come in qualche modo migliore, il che, nella migliore delle ipotesi, è alquanto discutibile?
Mi sono accorta che mi ero sforzata di presentarmi come più vicina alla gente del posto. Sia con Mardi, la proprietaria del Westerner Motel, sia con Mike, l’avventore del Favorite Bar, ho condiviso di avere appena perso il lavoro “a causa dei capricci dei milionari”. Divulgare la mia disoccupazione sembrava una maniera di minimizzare il mio privilegio e apparire più alla mano. E quando il commesso del negozio di armi nell’Ace Hardware di fronte al Westerner — sì, dovevo per forza entrare e farci un giro — mi ha chiesto se possiedo pistole, ho replicato che io no personalmente no, “ma mio papà ha un fucile da caccia”.
Sono fortemente contraria alla cultura di venerazione delle armi da fuoco, e così anche mio padre, che era appassionato di caccia negli anni 70 ma sono decenni che non tocca il fucile ereditato da suo padre. Ma parlare di armi nella mia famiglia d’origine, quantunque occultate da decadi di polvere, era un po’ come controbilanciare l’occhio severo con cui esaminavo le pistole in esposizione — pensando a quante volte sono state vendute ad americani con intenzioni fatali; chiedendomi perché le tante vite spezzate non siano state ritenute un motivo sufficiente per infrangere un diritto a portare armi che rasenta l’ossessione; meditando se anche la mia vita, un giorno, allungherà la lista delle vittime, semplicemente perché vivo in America.
Ciò che mi sconvolgeva davvero, tuttavia, era che ogni volta che avevo detto di essere italiana, la reazione degli americani delle zone rurali era stata l’esatto opposto di quella della maggior parte degli americani delle coste: nessuna. Non avevano reagito. Un’improvvisa inversione di rotta, dopo tanti anni in cui ero stata abituata ad aspettarmi (e spesso temere) tutta una serie di domande successive sulla mia storia.
Nessuna reazione da parte di Ella, la mia vicina di bancone del bar al The Ridge. Ella e il marito, seduto di fianco a lei con in testa un largo cappello da cowboy, sono proprietari di un ranch in South Dakota, appena oltre il confine con il Nebraska. Ho spiegato a Ella il motivo per cui stavo cenando da sola, la zona degli Stati Uniti da cui ero partita in macchina quella mattina e la zona del mondo da cui ero partita in aereo diversi anni prima. Alla parola Italia, Ella ha annuito con un sorriso tirato. Con una nota di imbarazzo le ho chiesto se era mai stata fuori dagli Stati Uniti. Mai stata, ha risposto con un sorriso ancora più tirato, quasi di scusa. Cosa potevo dire a questo punto? Niente. Poco dopo siamo ritornate ai nostri rispettivi drink.
Nessuna reazione neanche da parte di Mardi. E nessuna reazione da Mike e dalla sua amica che quella sera festeggiava il trentesimo compleanno (e che era recentemente rientrata nella natia Chadron dopo aver vissuto a Denver per qualche anno. Era alloggiata provvisoriamente a casa dei genitori, e ha sentito di doversi scusare per questo).
È possibile che i miei nuovi amici non avessero fatto nulla del mio essere straniera perché non sapevano come. Nell’America rurale, il fatto di non essere americana non quadra granché. I dati dimostrano che non è un’opzione molto realistica. Secondo le tabulazioni dell’American Community Survey dell’U.S. Census Bureau realizzate dal Migration Policy Institute, Nebraska e South Dakota sono tra gli ultimi 15 stati per popolazione nata all’estero. Il South Dakota in particolare si distingue con appena 30.000 residenti nati all’estero, il 3,5% della popolazione — la quinta più bassa del Paese. In Nebraska, invece, i residenti nati all’estero sono poco più di 140.000, il 7,4% della popolazione. Poco meno della metà della popolazione nata all’estero di entrambi gli stati è cittadina statunitense (negli Stati Uniti, nel complesso, le persone nate all’estero sono 45 milioni, il 13,6% della popolazione; più della metà sono cittadine naturalizzate).1
La maggior parte delle persone nate all’estero residenti in Nebraska e South Dakota sono emigrate dall’Asia o dall’America Latina, in linea con il trend nazionale. Che dire invece della popolazione italiana nei due stati? Secondo i dati dell’American Community Survey, in Nebraska risiedono 421 persone nate in Italia. In South Dakota, sarei diventata l’undicesima persona italiana nello stato. Siamo meno di una dozzina in uno stato grande più della metà del nostro Paese!
Queste cifre cristallizzano in dati una sensazione sfuggente che provo ormai da tempo, da quando l’ho avvertita la prima volta durante un viaggio in South Carolina: la sensazione che la mia identità straniera non sia contemplata dalla maggior parte delle persone in molti stati americani. Chi sono, ciò che rappresento, quello che offro al mondo — nulla di tutto questo ha un suo posto qui. È contro l’ordine naturale delle cose. “Dove si trova l’Italia negli Stati Uniti?” ha scherzato un uomo in un bar a Custer, in South Dakota, la seconda sera.
Poiché la mia identità straniera è il fondamento della mia vita americana — la certezza in cui trovo rifugio quando l’ignoto crea spavento, difficoltà, disagio — se rivelarla significa distinguermi come un pesce fuor d’acqua allora preferisco tenerla per me, e barattare il fastidio di sentirmi fuori posto con la protezione dalla vulnerabilità. È chiaro che nascondere la mia identità straniera è un privilegio di cui beneficio grazie al colore della mia pelle, che garantisce che non venga rubricata come un’anomalia finché non inizio a parlare con l’accento.
Durante questo viaggio on the road, però, ho pensato per la prima volta che la sensazione di alienamento provocata in me dall’America rurale poteva anche avere un lato positivo. Quando dico di essere italiana agli Americani delle coste, di solito la mia identità viene abbondantemente riconosciuta: ad accogliermi trovo entusiasmo, ammirazione e voglia di raccontare viaggi in Italia e condividere opinioni sulla sua cucina squisita e i suoi paesaggi meravigliosi.
Finché non ho lasciato il mio Paese d’origine, non mi sono mai veramente resa conto dell’ottima reputazione di cui gode nel resto del mondo. Nel migliore dei casi, accarezzare questa idea è motivo di lusinga: allontanarmi dalle mie origini italiane ha in realtà significato avvicinarmi ancora di più a esse ed esserne ancora più orgogliosa (la dolorosa ironia dell’espatrio). In momenti meno ideali, l’argomento Italia sa essere sfiancante: non sempre ho le energie necessarie per raccontare la storia del mio trasferimento negli Stati Uniti (non da ultimo perché va a disturbare una ferita aperta), ascoltare narrazioni di remote discendenze italiane, o assecondare gli eterni stereotipi su pasta e pizza e le immancabili cronache di viaggio nella triade (“Ohhh, l’Italia? Sono statə a romafirenzevenezia”). Nel peggiore dei casi, è traumatizzante: non si sa perché, ci si aspetta che io rida e mi diverta quando le persone mi parlano gesticolando e imitando il mio accento. Ahah.
Ma nell’America rurale, dove la mia identità non è contemplata, potevo finalmente dire di essere italiana rimanendo in pace. È una piccola gratificazione per il caro prezzo dell’invisibilità. Eppure mi ha riempito di un subitaneo senso di liberazione, in mezzo a uno stato di alienazione.
Quello che avevo ascoltato, osservato e sentito a Chadron ha rappresentato una svolta nel mio percorso di scoperta dell’America. “Oggi mi sento particolarmente profonda”, ho scherzato nelle storie su Instagram nel tentativo imbarazzato di stemperare la serietà e vulnerabilità di quanto scrivevo.
Avevo messo dei paletti precisi alla mia narrazione su Instagram. Volevo condividere quanto osservato durante il viaggio, e una piattaforma social mi sembrava la maniera più semplice per farlo. Possiamo criticarne la volatilità e la superficialità quanto ci pare, ma può essere uno strumento di narrazione legittimo, serio e potente. Ero comunque titubante. Mi sembra che i membri della generazione millennial spesso percepiscano l’abitudine a non postare come un motivo di vanto. Ci sta: la vita è meno pericolosa dal lato dell’invisibilità, dove tu puoi vedere gli altri, ma gli altri non possono vedere te. Temevo che troppo candore in pubblico mi rendesse un bersaglio facile. Ma in maniera ancora più urgente per me, in quel momento, avevo paura di espormi a tante risposte, reazioni e ragioni di distrazione nella casella dei messaggi.
Ho un rapporto complesso con la comunicazione digitale. Da un lato, per via dei tanti trasferimenti tra due Paesi e diverse città al loro interno, è un’àncora di salvezza per sentirmi vicina a famiglia e amici. Dall’altro, spesso la gestisco in maniera malsana, facendo esperienza di insostenibili compulsioni a rispondere a un messaggio poco dopo il suo arrivo (per semplificare in poche parole il profondo processo psicologico in atto, essere iper-diligente nella comunicazione è una maniera per tenere a bada la paura di rifiuto e abbandono).
Allo stadio attuale del mio lavoro interiore di creazione di “paletti gentili”2 per relazionarmi con la comunicazione in maniera più sana, non posso ancora fidarmi della mia capacità di rimandare la lettura dei messaggi in entrata a quando rientro da un viaggio. Nel caso specifico di questo road trip, inoltre, avrei ricercato nelle risposte alle mie storie su Instagram una forma di approvazione (o mancanza di essa), con il rischio di diventarne dipendente. Ho quindi deciso di disattivare le risposte nelle impostazioni dell’app, comunicandolo nella mia prima storia: “Fate compagnia a questi occhi italiani se volete, ma per garantire uno stato di introspezione e consapevolezza del momento presente, le risposte a queste storie sono state disattivate di proposito!”
Non avrei potuto mettere paletti più solidi, autentici e provvidenziali. Non solo hanno facilitato presenza e consapevolezza del momento, ma mi hanno anche permesso di entrare in contatto intimamente con la mia vocazione di scrivere di Stati Uniti e della loro società e politica. Quel che è accaduto di conseguenza è stato un piccolo miracolo nella mia vita. Ho superato storiche difficoltà nel mettere paletti e mi sono presentata al mondo per chi sono veramente, tramite una scrittura nuda e cruda. In particolare, in assenza di feedback esterno, potevo trovare l’approvazione di cui avevo bisogno solo dentro di me. È stato un potente esercizio per sviluppare il muscolo di essere me stessa, senza scuse, senza il senso di colpa, la vergogna, le insicurezze che mi hanno così spesso tarpato le ali.
Non fraintendetemi. Essere così vulnerabile in pubblico ha creato grande disagio, che è rimasto con me durante il viaggio e nei giorni successivi. Ma sarebbe sbagliato pensare che sia necessario superare il disagio per spiegare le ali. In realtà, il disagio è parte del gioco. Solo accettando il disagio si può fare il salto necessario per essere se stessi. Si scopre così quanto è liberatorio manifestare la propria identità, con le ali spiegate al massimo. È proprio quella liberazione che alla fine solleva dal disagio e mette nella posizione di volerlo fare ancora, e ancora, e ancora; posizione da cui, se si sceglie di restare nel processo, non è possibile tornare indietro.
Il racconto di viaggio continua nell’edizione di Anche una donna qui in uscita la prossima settimana, mercoledì 24 settembre.
NOTA BENE: tutte le note a piè di pagina sono state aggiunte in traduzione per accompagnare la lettura da parte di un pubblico italiano. Non erano presenti nel testo originale rivolto a un pubblico statunitense.
Tutti i dati riportati in questo testo, così come negli altri episodi di questa serie, risalgono ai tempi della stesura originale nel 2023. Non ho ritenuto opportuno aggiornarli perché significherebbe snaturare il testo originale, e anche perché due anni dopo i dati rimangono simili.
“Boundaries” è il termine inglese per cui ho scelto la resa “paletti”, decisamente imperfetta. Nella sua accezione geografica, “boundary” significa confine, limite; in questo caso però si tratta di un’accezione “psicologica”, per così dire, per cui non esiste un equivalente lessicale italiano che esprima il concetto in maniera soddisfacente. Un “boundary” è un limite, interno o relazionale, che separa il proprio spazio emotivo da quello degli altri per soddisfare un certo bisogno individuale. Un esempio potrebbe essere: “non rispondo ai messaggi o alle telefonate la sera dopo cena”; la funzione di un boundary come questo può essere di proteggere un momento di solitudine per soddisfare il bisogno di riposo. Il contrario di boundary è un’invasione di spazio (letteralmente, oltrepassare i confini!), farsi mettere in piedi in testa dando la precedenza ai bisogni degli altri; in certi casi, diventa micidiale. È significativo che in italiano non esista un termine simile a “boundary” per esprimere questo concetto.







Comprendo perfettamente il tuo senso di liberazione Enrica, come l'atteggiamento scevro dai condizionamenti che l'eccessiva affettazione verso l'Italia sulle due coste renda più libera la narrazione.
Dalla poltrona di casa mia non posso non riscontrare che l'isolamento, culturale ed umano quanto geografico, di queste persone aiuta a comprendere quanto sia difficile scalfire la loro fede (come chiamarla altrimenti) nella natura eccezionale e nelle indiscutibili prospettive del loro paese.
Questi americani entrano in un negozio di armi come noi in uno di strumenti musicali.
Ricordo lo zio di mio padre che era in polizia e doveva custodire la pistola d'ordinanza.
La teneva nascosta in casa ed era tabù per moglie e figli.
Io sono cresciuto in una cultura in cui chi possiede una pistola al di fuori delle forze dell'ordine istituzionali o è un delinquente oppure è semplicemente un imbecille.
Se ragionassi come un americano la conseguenza sarebbe che dal mio punto di vista gli USA sarebbero un paese di delinquenti o imbecilli o entrambi. Ma riconosco che il mondo non funziona coi sillogismi.