Da Minneapolis le persone cattive rimangono fuori
Viaggio nella metropoli del Minnesota a qualche mese dal violento intervento anti-immigrazione del governo di Donald Trump
Avviso: sono in partenza per una settimana al mare in South Carolina insieme alla parentela acquisita, come tutti gli anni in occasione della festa federale di Memorial Day (dedicata ai veterani caduti in guerra, ricorre l’ultimo lunedì di maggio). Anche una donna qui non uscirà mercoledì 27 maggio.

Da quando i video girati per le sue strade lo scorso inverno hanno fatto il giro del mondo, Minneapolis ha cambiato colore.
I mucchi di neve bianca sui grigi marciapiedi si sono sciolti all’ombra delle verdi e folte chiome degli alberi che fiancheggiano Portland Avenue, l’ampio e lungo viale su cui il 7 gennaio scorso un agente di Immigration and Customs Enforcement ha sparato a Renee Good nel suo SUV granata, uccidendola.
L’azzurro pallido del cielo sotto cui il governo federale degli Stati Uniti ha tolto la vita a Good e, due settimane dopo, ad Alex Pretti si è intensificato nel blu deciso della primavera inoltrata.
Nei giardini delle case, a ogni angolo e in ogni quartiere della metropoli del Minnesota, fioriscono vivaci cartelli che esprimono il sentimento di una comunità unita e stretta intorno alla resistenza alla “occupazione violenta”, come tante persone qui la chiamano, da parte del governo Trump: ICE out, fuori da qui.
A tinteggiare ulteriormente il paesaggio urbano primaverile, dopo un inverno di omicidi istituzionali, si ergono due imponenti altari commemorativi — pagani ma anche religiosi, con il contributo della comunità ispanica locale — dedicati alla memoria di Good, scrittrice, poetessa e mamma di due bambini, e Pretti, infermiere di rianimazione, entrambi cittadini statunitensi di 37 anni.
Il tributo a Good è stato allestito nel punto del marciapiede di Portland Avenue, all’altezza di East 34th Street, dove il SUV si è schiantato quando la donna ha perso il controllo del volante — e la vita — dopo lo sparo dell’agente di ICE. È circondato da coni per il traffico arancioni e bianchi che rubano lo spazio di qualche posteggio senza restringere la carreggiata. Se al volante delle auto di passaggio siede una persona che da qui non ha ancora transitato, il veicolo rallenta, lo sguardo si gira nella direzione del variopinto allestimento.
Ci sono pupazzi e fiori, bandiere del Messico e degli Stati Uniti, bandiere arcobaleno e transgender, crocifissi e candele della Vergine di Guadalupe, cartelli colorati che in inglese e in spagnolo chiedono giustizia per Renee e le augurano di riposare in pace, una collezione di poesie scritte a mano che abbracciano il tronco di un albero, un ritratto della donna che invita chi osserva a essere buonə, come Renee, che di cognome faceva Good.

A pochi passi dal tributo, quando mi reco in visita in un mite pomeriggio di metà maggio, si aggirano tre uomini bianchi. Gironzolano, fumano sigarette, ogni tanto si siedono nei loro pickup o su seggiole di plastica bianca. Se li avessi avvistati in una zona conservatrice degli Stati Uniti — che so, il South Carolina, dove sto per andare al mare — non avrei avuto motivo di dubitare dell’affiliazione politica repubblicana.
Nel blu dipinto di blu del Minnesota, invece — lo stato non vota per un candidato alla presidenza repubblicano da Richard Nixon nel 1972 —, questi omoni statunitensi standard vestono magliette con scritto Chinga la Migra, espressione coniata dalle comunità migranti di origine ispanica per mandare a fanc*lo l’autorità statunitense incaricata di contenere l’immigrazione, e sorvegliano l’altare dedicato a Renee per proteggerlo da incursioni indesiderate.
Il portavoce dei tre si chiama James, è un ex vigile del fuoco sulla quarantina, ha una corporatura imponente e vive nella casa di fronte al punto del marciapiede dove si è schiantata l’auto di Good. Dopo essere entrata negli occhi di milioni di persone in tutto il mondo tramite i video della scena, la casa è ora nascosta dall’altare commemorativo.
James mi racconta che il tributo a Good riceve tra le 50 e le 150 visite quotidiane. Qualche settimana fa, da ex pompiere, James ha estinto un piccolo incendio che uno sconosciuto malintenzionato aveva appiccato al muro di legno di fianco alla casa di James, su cui sono appesi ritratti ad acquarello di Good, Pretti e altre vittime di violenza istituzionale.

Il tributo ad Alex Pretti sorge a tre chilometri di distanza da quello di Good, nel punto di Nicollet Avenue, all’altezza di West 26th Street, dove due spari di un agente di ICE hanno messo fine a una colluttazione con l’infermiere e, così, anche alla sua vita. Da questo lato del marciapiede, uno spazio commerciale in disuso; dall’altro, Glam Doll Donuts, un negozio di ciambelle dalla vistosa insegna rosa.
Anche l’altare dedicato a Pretti unisce il sacro al profano, lo spagnolo all’inglese; si mangia lo spazio della careggiata di cui ha bisogno e si diverte con il cognome dell’uomo che lo ha ispirato. Come Good, anche Pretti si presta a giochi di parole in inglese, per l’assonanza con pretty. Be pretti good, qualcunə ha dipinto su un sasso lasciato ai piedi dell’altare di Good: sii abbastanza buonə.
In omaggio alla professione di Pretti, l’altare è decorato con stetoscopi e camici da infermiere. Are you okay?, si legge scritto a mano sulla tasca di un camice: «Stai bene?», ovvero le ultime parole pronunciate da Pretti prima di morire.

La Operation Metro Surge con cui l’amministrazione Trump ha inviato duemila agenti di ICE e U.S. Customs and Border Patrol (la polizia di frontiera) a Minneapolis per arrestare e deportare persone statunitensi senza documenti (perché è questo che la maggior parte di loro sono, alla fine) è terminata a febbraio dopo il contraccolpo seguito agli omicidi di Good e Pretti. In totale, l’operazione ha portato all’arresto di più di tremila persone.
Tuttavia, se i riflettori internazionali non sono più puntati sul Minnesota come tra dicembre e febbraio, ICE e CBP continuano a condurvi operazioni di controllo dell’immigrazione senza il clamore di Operation Metro Surge. Le agenzie fanno base nel Bishop Henry Whipple Federal Building, un edificio federale a sudest della città, di fianco all’aeroporto. Qui si trova anche un centro di detenzione: chi ha dovuto passarci anche solo qualche ora ha descritto condizioni inumane, tra spazi angusti, carenza di cibo e igiene e violazioni del diritto a un giusto processo (il Whipple ospita anche un tribunale specializzato in materia di immigrazione).
«Non c’era umanità», ha detto una giovane rifugiata musulmana al Minneapolis Star-Tribune. La donna, che è in possesso di regolari documenti, ha passato ventiquattro ore chiusa in un bagno del Whipple, incatenata alle caviglie, insieme ad altri tre uomini detenuti.
Fuori dal Whipple si svolgono regolarmente manifestazioni di protesta. A seguito di numerosi scontri, il governo federale ha eretto delle barriere di cemento.
Quando mi reco in visita, prima di rientrare in aeroporto nel pomeriggio di un caldo venerdì, le barriere sono state da poco rimosse, causando la sorpresa di alcune passanti. Due manifestanti fanno la posta sul marciapiede di fronte al cancello di entrata dell’edificio: una donna di mezza età, seduta su un trespolo sotto a un ombrello per ripararsi dal sole, e un giovane uomo con il viso interamente coperto da una maschera per impedire l’identificazione (per lo stesso motivo, non ho potuto sapere i loro nomi) e, indosso, una maglietta bianca con scritto “ICE può farmi i gargarismi alle palle”.
Al passaggio di diverse macchine in entrata o in uscita dall’edificio, i due manifestanti alzano un dito medio o anche due. Ogni tanto, l’uomo strombazza una vuvuzela rossa. La maggior parte delle auto prosegue diritta; a un certo punto, però, dal sedile del passeggero di un SUV grigio un uomo restituisce il gesto.
Quando chiedo loro come scelgono i veicoli a cui mostrare il dito medio e suonare la vuvuzela, mi spiegano che è probabile che un’auto contenga una persona coinvolta nelle operazioni anti-immigrazione quando le manca la targa anteriore (una tattica usata spesso da ICE per occultare i propri veicoli) o quando la targa proviene da un altro stato.1

Di fianco ai manifestanti siedono in cerchio quattro donne che indossano un gilet arancione con la scritta Haven Watch: un’associazione di volontariato fondata a gennaio 2026 per soccorrere le persone rilasciate dal centro di detenzione del Whipple. Spesso, queste persone vengono arrestate a casa o sul luogo di lavoro senza possibilità di portare con sé anche solo un cappotto per proteggersi dalle rigide temperature invernali del Minnesota. Se e quando vengono rilasciate, si ritrovano per strada in maglietta, senza cellulare, avendo magari perso il lavoro da cui sono state rimosse con la forza. Haven Watch fornisce loro vestiti, cibo, alloggio, un cellulare e varie forme di assistenza, anche legale, a seconda di ciò di cui hanno più bisogno.
La reazione di Minneapolis all’intrusione violenta del governo di Donald Trump è stata e continua a essere eccezionale: energica, capillare, inarrestabile.
Ma perché? Cosa rende questa comunità così adatta a rispondere con efficacia e compassione all’emergenza umanitaria che si è riversata nelle sue strade?
«È quello che ha detto Prince», afferma sorridendo Adrien, 30 anni, cameriera di Modern Times, un ristorante di cui vi parlerò nella prossima puntata. «Minneapolis è così fredda che tiene alla larga tutte le persone cattive».
Minneapolis is so cold, it keeps all the bad people out. Così ha risposto Prince, che a Minneapolis è nato, cresciuto e morto, quando in un’intervista del 1996 Oprah Winfrey gli ha chiesto perché l’artista voleva vivere lì per sempre.
«Non siamo presuntuosi come LA o New York», ha continuato Adrien. «La gente ama aiutarsi a vicenda. Dopo una tempesta di neve, ad esempio, quando le macchine e i vialetti di accesso alle case vengono sommersi di neve, tutto il vicinato esce di casa e si mette a spalare le macchine delle altre persone. Tutto ciò che vogliamo fare è aiutare il prossimo».
È con questo spirito e per la fiducia in questo metodo che Adrien ha accolto con gioia la proposta del titolare di Modern Times, Dylan Alverson, di rendere il ristorante completamente gratuito, con la possibilità di lasciare una donazione libera per il pasto consumato, per venire incontro ai bisogni della comunità.
Ma questa storia ve la racconto mercoledì 3 giugno, dopo la settimana di pausa. L’articolo sarà parzialmente leggibile in chiaro; la versione integrale sarà riservata alle persone abbonate, il cui generoso sostegno aiuta a finanziare viaggi come quello che vi ho in parte riferito oggi ☺️
Grazie per aver letto fin qui. Ci ritroviamo tra due settimane!
La mia auto a noleggio aveva una targa dell’Illinois: ho alzato le mani, scherzando, per dichiarare la mia innocenza.






Proprio stamattina stavo leggendo un bellissimo post di Trung Le Nguyen - fumettista, illustratore, autore eccellente - su come il suo vissuto di persona nata apolide, non bianca, si è intersecata col suo vivere a pochi isolati da dove sono successi i fatti degli ultimi mesi, e della difficoltà di capire quanto l'impatto sulla propria salute mentale sia o meno una risposta umana e comprensibile a una situazione inumana e incomprensibile. E non a caso si intitola "Am I Okay?", e mi risuona molto con quello che racconti oggi (per curiosità, il post è questo https://www.patreon.com/posts/am-i-okay-158715260)