Al mio Paese (ammissione di colpa)
Incominciano le ferie quando torno in Italia... e chi ci vive tutto l'anno come la vede?
Anche una donna qui prende una pausa estiva e tornerà sui vostri schermi tra fine agosto e inizio settembre (non ne siamo ancora sicure).
A chi di voi potrà prendere ferie e/o andare in vacanza, auguro momenti di vero godimento (cit.). A chi non potrà, invece, auguro di scovare opportunità di gioia e riposo nelle piccole cose che rendono l’estate una stagione speciale, ad esempio: il coro delle cicale nella quiete del dopo cena mentre il cielo è ancora chiaro; la città o il paese che si svuotano; il parcheggio immediato in strisce blu; la frutta fresca di stagione che, al contrario degli Stati Uniti dove se vuoi una pesca a gennaio purtroppo devi solo chiedere, è un’occasione da cogliere prima che sparisca per i nove mesi successivi; il silenzio.
Avranno pensato alle tante persone cosiddette fuorisede, emigrate dal Sud al Nord Italia per motivi di studio o lavoro, che salgono in treno di venerdì santo per tornare “giù”, come si dice, a festeggiare la Pasqua in famiglia, quando chi ha prodotto il brano Al mio paese di Serena Brancale, Levante e Delia ha deciso di farlo uscire il 3 aprile, venerdì precedente l’ultima domenica di Pasqua.
Sai quante opportunità che la canzone venga condivisa su una storia di Instagram con un selfie in stazione a Milano di fronte al tabellone del treno in arrivo da Torino Porta Nuova e diretto a Bari Centrale?, così mi sono immaginata la conversazione del team di marketing. O che accompagni un carosello di foto della teglia di pasta al forno di nonna e della pastiera di mamma?, sarà stata la gustosa previsione.
«Incominciano le ferie quando torno al mio paese», intona l’attacco del brano: «In un verso solo, il Meridione diventa il posto del non-lavoro, dell’intervallo, della pausa tra una vita vera e l’altra», ha commentato in merito Claudia Fauzia, scrittrice femminista, autrice di Prospettiva Sud e autorità di riferimento sul fatto politico della questione meridionale.
Continua Claudia su Al mio paese (grassetto nell’originale):
Alcune delle critiche più diffuse […] hanno letto la canzone come l’ennesima narrazione del Sud fatta dal Nord, come se esistesse una linea netta tra chi racconta male e chi sarebbe in grado di raccontare bene. Ma Brancale, Levante e Delia sono tutte e tre donne del Sud, che cantano la propria esperienza reale. Il problema non è la provenienza geografica di chi narra. È la struttura della narrazione, indipendentemente da chi la produce. E quella struttura [è] il Meridione come luogo dell’attesa, dell’immobilismo, del ritorno stagionale.
Sono una persona del Nord e il mio legame con il Sud Italia è tenue: si limita al nonno materno nato e cresciuto a Sannicandro Garganico, in provincia di Foggia, ed emigrato a Bologna per l’università durante la guerra. Non so neanche quanto valga, in realtà, un po’ perché da persone tarantine e leccesi mi è giunta voce che la Puglia è così lunga, che il Gargano in fondo è quasi al Nord 😁; un po’ perché mio nonno al suo paese ha smesso di tornare poco dopo la mia nascita, e con lui anche noi: io sono stata a Sannicandro la prima volta nell’estate del 1996 (7 anni), la seconda nell’estate del 2022 (33). In mezzo, un Bildungsroman da polentona.
Nessuna pretesa di fare mia una storia che non lo è, quindi, quando vi dico che ascoltando l’analisi di Claudia Fauzia per la prima volta in un video su Instagram, nella narrazione di Al mio paese ho comunque rivisto me stessa.
Semplicemente, alla destinazione “Meridione” basta sostituire “Italia”, alla provenienza “Nord” la parola “estero” (nel mio caso, gli Stati Uniti delle grandi opportunità lavorative): anche io, per anni, ho raccontato il ritorno al mio Paese con la P maiuscola nella maniera efficacemente riassunta da Fauzia:
La “vita lenta” del Sud [dell’Italia, nel mio caso] esiste solo per chi se la può permettere.
Era una sera di dicembre, pochi giorni prima di Natale, nel 2022. Da sei anni lavoravo a Google, in due diverse città degli Stati Uniti (Boston e Boulder), anche se non sapevo che di lì a un mese la mia carriera avrebbe preso una svolta.
Con una cara amica ero in un bar verso la fine di Strada Maggiore, nel tratto più vicino alla porta che alle due torri. Chiacchieravo con una donna di qualche anno più grande di me; ci eravamo appena conosciute e scambiavamo informazioni di base sulle rispettive esistenze. Lei deve avermi chiesto com’era la vita negli Stati Uniti. Io devo aver cercato di restituire la complessità della risposta: ci sono tante cose belle e anche tante cose brutte che raramente vengono raccontate.
Poi ho pronunciato la sentenza che da sei anni sparpagliavo godereccia e rilassata per le piazze della penisola, ogniqualvolta sorseggiavo un bicchiere di bollicine (pagato un decimo di quanto sarebbe costato negli Stati Uniti), con la pancia piena dei sapori freschi e prelibati della mia terra (gustati per un ventesimo di quanto sarebbe servito negli Stati Uniti), seduta su un qualche gradino di epoca romana o medievale o rinascimentale di fronte a un qualche palazzo o monumento o basilica contenente più tesori artistici dell’intero stato del Colorado in cui vivo ora (Sei in un Paese meraviglioso, mi ricorda sempre l’A14), mentre l’azienda statunitense per cui lavoravo continuava a versare sul mio conto in banca un ottimo stipendio a tempo indeterminato:
«Comunque come l’Italia non c’è nessun altro posto al mondo».
Con piglio ispirato e sognante, gli occhi a stella dell’emoji 🤩 e dalla prospettiva privilegiata di chi, grazie a un percorso di vita che non è quasi mai solo merito suo, ha avuto l’occasione rara di osservare il suo Paese dall’esterno, ho rincarato: «L’Italia è il Paese migliore al mondo. Lo stile di vita italiano è imbattibile. Come si sta qui, non si sta da nessun altra parte».
La donna, di cui non ricordo né il nome né il volto, ha replicato delicatamente e sinceramente che per lei è difficile pensare all’Italia come un Paese in cui si vive bene. Questa descrizione non corrisponde alla sua esperienza. In maniera genuina e senza fronzoli, per nulla indispettita, ha citato precarietà professionale, ostacoli alla possibilità di provvedere adeguatamente alla crescita del figlio. A tante persone come lei (forse la maggior parte della popolazione), il Paese meraviglioso ne preclude il suo stesso godimento.
Più volte, scrivendo questo pezzo, ho provato la sensazione scomoda di dovermi vergognare della narrazione che ho nutrito dell’Italia nei primi anni dall’espatrio.1 Grazie alla riflessione stimolata dal processo di scrittura, mi sento però di sostenere che il mio sguardo di espatriata sognante non peccasse di incoscienza, né fosse illegittimo, né dipingesse un’immagine falsa del mio Paese. Il problema del mio sguardo era la sua lampante incompletezza.
Così come Brancale, Levante e Delia sono donne del Sud che «cantano la propria esperienza reale» di ritorno al paese di origine, per riprendere l’analisi di Fauzia, io sono una donna italiana che ha sempre detto e scritto la verità sull’emozione bella e autentica di rientrare a casa dall’estero, e ha il diritto di rivendicarla e verbalizzarla nella maniera che ritiene più veritiera.
Lo sguardo sull’Italia di chi vive all’estero, ma in Italia è nata, cresciuta, torna sempre e mantiene legami forti (e paga le tasse che le spettano) è completamente diverso dallo sguardo delle persone straniere benestanti (statunitensi in cima alla lista) la cui visione romantica, e solo romantica, dell’Italia è mediata dal turismo e dai social media. Io sono molto critica nei confronti di questo sguardo e non riesco più a tacere di fronte a chi su Instagram e Substack parla o scrive di “dolce vita” o “vita lenta” senza sapere nulla di tutto il resto. Ho iniziato anche a rovinare la festa alle amiche statunitensi che tutte contente condividono con me reel e meme sull’Italia postati da gente che al massimo vi ha passato un paio di settimane in vacanza e niente più.
«Non te lo diranno mai in terapia, perché sennò ti perdono come cliente, ma l’unica maniera di stare meglio è andare in Italia», recita la voce fuori campo, in inglese americano, di un video che raffigura tazzine di espresso, gelati e la Costiera Amalfitana. «Bello», ho risposto in inglese all’amica che me l’ha inviato, «ma mi dispiace per tutte le persone italiane che non riescono ad arrivare a fine mese, non potranno mai comprare una casa e a metà dei trent’anni continuano a passare da un lavoro a tempo determinato a un altro. Anche queste cose qui succedono in Italia». Le amiche sono prese così alla sprovvista da queste risposte inattese che di solito perdono la parola.
Il moto originale di una persona italiana che vive all’estero, quando descrive le bellezze e lo stile di vita del suo Paese dal suo rinnovato punto di vista, è diverso: è la nostalgia, informata da vera conoscenza e intimità con il territorio.
Come ha scritto anche Fauzia nel contesto della migrazione da Sud a Nord, «i fuori sede hanno diritto alla loro nostalgia, e quella nostalgia è reale. La vita di chi ha lasciato il Sud per lavorare o studiare altrove è una vita concretamente divisa — costruisci solo dove sei, ma senti di appartenere a qualcosa che non puoi portare con te». Al netto delle tante differenze individuali, è così anche per chi emigra dall’Italia all’estero.
In questo senso, la mia narrazione nostalgica dell’Italia è stata innanzitutto un tentativo di suggerire alle mie connazionali che sarebbe bello se, oltre alle continue critiche e al sarcasmo nei confronti del nostro Paese, creassimo più spazio per l’amore e per lo stupore: “solo in Italia”, “povera Italia”, “un Paese in rovina” sono ritornelli che sentiamo ripetere dalla nascita, che risuonano di generazione in generazione e si diffondono a velocità impressionante ora che basta qualche tocco per depositarli in un commento su Instagram.
Sono sempre stata grata per l’opportunità lavorativa che mi ha consentito di creare una vita stabile all’estero godendo di tanti ritorni nostalgici in Italia, dove difficilmente, purtroppo, avrei avuto le stesse occasioni. Allo stesso tempo, ho sempre ritenuto importante restituire la complessità della vita all’estero e ricordare tutto ciò che di bello e buono l’Italia è in grado di offrire. Non solo cibo, arte e paesaggi, ma anche sanità universale, uno stato di salute generalmente migliore, maggiori diritti sul lavoro (quando c’è) in termini di ferie, congedi e protezioni dei contratti, una maggiore separazione tra vita e lavoro.
Tuttavia, nel tentativo di rivendicare — per me stessa, innanzitutto — la straordinaria bellezza del nostro Paese e del suo stile di vita, ho spesso relegato ai margini la complessità della narrazione per chi al mio Paese non torna ogni tanto, ma ci vive tutti i giorni. Vedevo solo le cose belle e mi dimenticavo di quelle più brutte. Cantavo la mia versione di Al mio Paese con la P maiuscola:
🎶 Incominciano le ferie quando torno al mio Paese
Gli spritz in piazza a pochi euro quando torno al mio Paese
Senza dover lasciare la mancia
Quando torno al mio Paese
I piatti stracolmi di pasta quando torno al mio Paese
Con la pancia sempre piena quando torno al mio PaesePrendendo in prestito ancora una volta le parole di Claudia Fauzia, queste immagini sono vere, e sono belle. Da sole, però, raccontano solo parte della storia.
Chiudo il pezzo e mi preparo per tornare al mio Paese — quello dove si mangia bene e si vive in salute nella cornice dei patrimoni dell’Unesco, quello dove negli ultimi vent’anni lo stipendio medio si è abbassato del 5,5% e la ricchezza media degli under 35 è diminuita del 25%.
Quante email di disiscrizione arriveranno?!?!, mormora la vocina intimorita dentro di me.



Riflessione interessante. Sono anche io un'emigrata dal sud verso il nord Italia, ma sono passati così tanti anni che sento assottigliarsi sempre di più il cordone che mi tiene attaccata al territorio di origine. Quando torno "al mio paese" non mi sento in vacanza, provo quasi subito quell'insofferenza che mi ha spinta a trasferimi altrove e ammetto, sentendomi anche in colpa, che quando ritorno al nord provo un certo sollievo. Credo comunque, che in questo periodo storico, non si viva bene da nessuna parte. Tra cambiamento climatico, crisi finanziarie perenni, mancanza di idelogie e leadership e il lavoro che sta per trasformarsi radicalmente con l'avvento dell'AI non so dove può essere possibile "far iniziare le ferie".
Oh ma che bell’articolo. Posso riportarlo su ITS Journal?! Esprime l’esperienza di tantissimi dei nostri ‘members/amici/subscribers’ chiamali come vuoi. Soprattutto il nostro invito al rispetto e al coinvolgimento di chi viene a vivere in Italia non come scenografia di una vita altrove. Da qui la mia piccola crociata a certi ‘creators’ che invitano altrettanti a venire qui come se fosse il Messico, il Costa Rica (uso esempi molto americani): luoghi da usare, ma difficilmente cui appartenere veramente. Potrei andare avanti ore a dire perché mi è piaciuto leggerti. Per questo ti chiedo il permesso di ‘farlo nostro’.