Nomi e cognomi
Negli Stati Uniti, così come in Italia, il cognome delle donne sparisce nel momento in cui si forma una famiglia
Oggi, mercoledì 13 maggio, parto per Minneapolis, in Minnesota, dove vado a osservare e conoscere la comunità locale che nei mesi scorsi (e ancora adesso) si è organizzata dal basso per resistere alle operazioni di ICE nella città. Ho una bella intervista pianificata con un attivista sull’iniziativa fuori dal comune che ha escogitato per rispondere alla violenza del governo federale.
Per una fortunata coincidenza, il Minnesota confina a ovest con il North Dakota, l’ultimo stato che mi manca da visitare dei cinquanta. Perciò, oltre a seguire la storia di Minneapolis, domani, giovedì 14 maggio, percorrerò i 380 km che la separano da Fargo, in North Dakota. Sono super emozionata all’idea di raggiungere l’ambito traguardo personale di tutti e 50 gli stati!!!
Tornerò poi qui a raccontarvi tutto, come sempre.
Come sapete, se posso produrre reportage itineranti come questi è anche grazie al generoso sostegno delle 44 persone che hanno sottoscritto un abbonamento annuale o mensile. Come sentito ringraziamento, almeno una delle storie che racconterò al rientro sarà riservata in forma integrale a loro (le altre, a cui voglio bene uguale, come dico sempre 😁, potranno leggere fino a metà).
Grazie di cuore a tutte e tutti voi. Che leggiate questa pubblicazione o la sosteniate anche economicamente, la vostra presenza, in qualsiasi forma, significa tutto.
Il copione si ripete in maniera prevedibile: la donna statunitense si sposa, con tutti i crismi astutamente creati dal capitalismo che sposarsi negli Stati Uniti comporta — proposta di matrimonio, set fotografico di fidanzamento, festa di fidanzamento, festa per la sposa (bridal shower), addio al nubilato, cena di prova prenuziale (rehearsal dinner), set fotografico prenuziale con le damigelle, cerimonia di matrimonio (il culmine di mesi di preparazione, esemplificazione tardo-capitalista dell’espressione “molto rumore per nulla”), brunch postnuziale —, e il giorno successivo apre Instagram, TikTok, Facebook, LinkedIn, la mail personale e del lavoro, e procede a annullare la sua identità cambiare il cognome visualizzato sulla piattaforma, dal suo a, finalmente!, quello del neomarito.
Per cambiare ufficialmente cognome nella vita analogica, sui documenti, servono circa due-tre mesi (e qualche decina o centinaia di dollari, a seconda dello stato di residenza). La dimensione digitale dell’esistenza permette alla novella moglie di assumere senza indugio e sfoggiare senza attesa la sua nuova identità.
L’archiviazione del cognome di nascita a favore di quello dell’uomo con cui si contrae matrimonio è un momento che alcune donne statunitensi attendono sin dalla presa di coscienza del proprio ruolo sociale (magari già nell’infanzia).
Le loro mamme avevano preso il cognome dei loro papà, come anche le mamme delle loro amiche. Ovviamente, si tratta del cognome che portano anche loro, le figlie: è così, in fondo, che una famiglia può veramente dirsi unita! È per questo, in fondo, che quando la mamma le andava a prendere a scuola, le maestre si fidavano che stesse prelevando la bimba giusta: perché donna e bimba avevano lo stesso cognome. Se a voler portare a casa la bimba fosse stata una donna con un cognome diverso, in un Paese dove il 79% delle donne sposate con un uomo ha preso il cognome del marito, e il 96% di bambini e bambine nate da coppie eterosessuali prendono il cognome del papà… chissà, magari non era la mamma, ma una malintenzionata.
È questa la ragione più citata dalle donne statunitensi che cambiano cognome con il matrimonio: condividere il cognome della prole, che è una frase che semanticamente si regge in piedi solo perché diamo per certo che la prole erediti il cognome del padre. Se questa premessa venisse a mancare, ecco che “condividere il cognome della prole” aprirebbe spazi di flessibilità, di creatività, di cambiamento.
Continuare a condividere il cognome con la prole, per convenienza o perché “siamo una tribù” (ha supplicato un bambino la cui mamma divorziante voleva recuperare il cognome di nascita), è anche il motivo per cui molte donne statunitensi scelgono di tenere il cognome acquisito dal marito anche dopo il divorzio. Non ho trovato dati specifici in merito, ma conosco diverse mamme che hanno fatto questa scelta, almeno nella generazione Baby Boomer che ha partorito le mie amiche e amici.
A noi persone italiane può sembrare strano che la discrepanza tra il cognome della mamma e quello di figlie e figli possa creare così tanti problemi, perché per noi la discrepanza è lo standard. L’onere della prova di essere la mamma di tre bambinə di cognome Nicoli Aldini, per mia madre che di cognome fa Petrucci, non è mai stato gravoso: semplicemente, in Italia funziona così. Negli Stati Uniti, invece, vige l’aspettativa opposta, ed è per questo che, se mater porta un cognome diverso, paradossalmente, non semper certa est.
Il rito del cambio cognome della donna sposata è così radicato nella tradizione e nella società statunitense che si riflette già nella scenografia del matrimonio stesso, dagli inviti ai cartelli sparsi per la location dell’evento con il cognome di lui dell’unità appena convolata a nozze (ad esempio una bella insegna al neon al tavolo dove siede la coppia):
The Obamas
Gli Obama. Robinson, il cognome di nascita di Michelle, non serve più.
E grazie al cielo che al giorno d’oggi i maestri di cerimonie che annunciano l’arrivo della coppia nella sala del ricevimento includono anche lei:
Ladies and gentlemen, it is my pleasure to introduce to you the new Mr. and Mrs. Barack and Michelle Obama!
Perché, in tempi passati ma non lontani (e a volte ancora adesso), la formula standard per riferirsi al suddetto nucleo familiare era invece:
Mr. and Mrs. Barack Obama
Dove non è solo il cognome, ma addirittura anche il nome di lei che non serve più, contratto nel contentino dell’onorifico “Mrs.” e assorbito in lui, l’uomo che d’ora in poi basta e avanza. Da sposata, lei esiste solo in lui, che ne fa le veci, sostituisce e sostiene la sua identità altrimenti vacua.

Rispetto all’Italia, gli Stati Uniti hanno generalmente fatto più strada sulle questioni di genere e la libertà e dignità della donna. Perlomeno, esiste in misura maggiore ed è più diffusa una forma di coscienza collettiva sulle disparità di trattamento e opportunità che storicamente affliggono le persone che si identificano come donne.
Questo continua a essere vero anche da quando nello Studio Ovale siede Donald Trump: da un lato, il presidente degli Stati Uniti è responsabile di e rende possibili un numero spropositato di manifestazioni di sessismo, misoginia e violenza di genere; dall’altro, la società statunitense, collettivamente, tende a mostrare una consapevolezza più pronunciata su questi problemi rispetto alla società italiana. Non ho dati certi (né penso che esistano: servirebbe uno studio dedicato) ma, unicamente sulla base della mia esperienza personale, posso dirvi che negli Stati Uniti si incontrano meno esempi di coloro che Jennifer Guerra chiama negazionisti del patriarcato (a questo stadio della storia dell’umanità, negare l’esistenza del patriarcato è come negare i cambiamenti climatici).
Sul tema dell’identità delle donne all’interno dell’istituto del matrimonio, però, gli Stati Uniti si rivelano spesso più conservatori dell’Italia. Ne ho parlato con Elide e Simona di Cool Beans Expat Club in una puntata di Americanate Podcast:
Inutile dire che, se non è consuetudine per le donne italiane prendere il cognome del marito, l’Italia è afflitta da altri problemi della stessa natura patriarcale. La pubblica amministrazione è solita attribuire automaticamente la dicitura “in [cognome del marito]” (es. Maria Bianchi in Rossi) a qualsiasi donna sposata, senza il suo consenso e spesso senza che lei lo sappia. Fino all’introduzione della carta d’identità elettronica, solo qualche anno fa, la versione cartacea identificava una donna sposata come “coniugata/cgt. [cognome del marito]”, mentre la carta d’identità di lui, per ovvi motivi, non richiedeva modifiche.
In Italia, poi, fino al 2022 la Costituzione sanciva l’obbligo (obbligo!) di assegnare a figlie e figli il cognome del padre nel caso di riconoscimento da parte di entrambi i genitori (la circostanza standard), anche se entrambi fossero stati concordi nel voler assegnare il cognome della madre.
Le donne italiane, a differenza delle statunitensi, si sono sempre tenute il loro cognome, ma è servito e ancora serve a poco in una società dove tramandare il cognome paterno non è solo tradizione, ma è anche stata legge costituzionale.
Da quando, nel 2022, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’obbligo del cognome paterno, una minoranza di coppie opta per il doppio cognome. Inutile dire che la maggior parte dà la precedenza al cognome paterno: come osserva giustamente Il Post, questo «mostra come il problema […] si sia di fatto solo spostato». Ho visto con i miei occhi almeno un padre italiano storcere il volto e rispondere «Eh, beh, direi!» alla domanda se il doppio cognome del figlio riportasse per primo quello paterno. Va bene aggiungere il cognome della madre, ma addirittura metterlo prima…!
Da persona che vive l’inferno burocratico del doppio cognome (tutto paterno) da quando è nata nel secolo scorso, vi garantisco che queste scelte hanno conseguenze importanti. Quando devo fare lo spelling del mio cognome al telefono negli Stati Uniti (senza spelling un orecchio anglofono non può capirlo), spesso, per stanchezza e frustrazione, mi fermo al primo. Se per qualche motivo devo usarne solo uno dei due, scelgo il primo, e così via.
La soluzione neutra, ovviamente, non esiste, almeno non per come è concepito il sistema di denominazione delle persone nel mondo occidentale moderno: quando si forma una famiglia, qualsiasi soluzione si adotti — che sia al matrimonio, come negli Stati Uniti, o alla nascita di eventuali figlə, come in Italia — comporta per forza una scelta (spesso automatica e mai ponderata!) tra il cognome dell’uomo e quello della donna. Anche le proposte più egualitarie, come l’unione di entrambi con un trattino (es. Smith-Johnson, scelto da meno dell’1% delle donne statunitensi e, in percentuale impercettibile, anche da qualche uomo) o la creazione di un cognome ex-novo (la scelta, originale e creativa, della cugina di James insieme al futuro marito1) presentano poi gli stessi problemi con le generazioni successive, quando si congiungono altre famiglie.
In alcune comunità del mondo orientale funziona diversamente: la mia migliore amica in California, che è tibetana naturalizzata statunitense, non ha un cognome come lo intendiamo noi. Il suo nome, così come quello dei genitori e delle sorelle, è composto da due elementi, scelti dai rispettivi genitori per il loro significato spesso spirituale. Per adattarsi alla società occidentale in cui è emigrato, il nucleo familiare ha poi adottato una sorta di cognome di famiglia, indipendente dalla discendenza paterna o materna.
Le alternative non connotate a livello di genere esistono eccome. Per contro, la facilità con cui diamo per scontato che una donna adotti il cognome del marito (negli Stati Uniti) e lə figlə quello del padre (negli Stati Uniti e in Italia) non finisce mai di stupirmi e muovermi nel profondo.
Mi stupisce il numero di donne statunitensi giovani, alcune mie amiche, super femministe, super liberal, super indipendenti dallo sguardo maschile che, tanto velocemente quanto scendono per strada a rivendicare il diritto all’aborto, rinunciano al proprio cognome per quello dell’uomo che hanno sposato. Non le giudico, anzi: so bene, perché ne scrivo e lo celebro in continuazione, che la vita umana è una serie di contraddizioni e che la “purezza ideologica” è una follia fallace che, invece di unire e includere, separa ed esclude. Lo stupore è più una sensazione di solitudine: ci rimango male, a vedere quanto poco desiderio ci sia di mettere in discussione una pratica che rappresenta il patriarcato per eccellenza. Quanta poca consapevolezza, sul significato di questa pratica!
Di solito, quando mi esprimo su questo tema a me carissimo, si sollevano due controargomentazioni:
La prima è che tanto anche il cognome di una donna è il cognome di un uomo: suo padre. Vero, ma non importa. L’ineluttabilità di questa linea di pensiero va combattuta. Il punto è spezzare la catena della tradizione: nel giro di una generazione ne raccoglieremo i frutti. Riporto un dialogo tratto dal romanzo Il cognome delle donne di Aurora Tamigio:
«Lo sapete, vero, che il cognome delle donne è una cosa che non esiste. Portiamo sempre quello di un altro maschio.»
«Comincia tu a tenerti il tuo, e poi si vede.»
La seconda controargomentazione tira in ballo il pilastro femminista dell’autodeterminazione. Se l’obiettivo è la libertà della donna, allora una donna deve essere libera anche di prendere il cognome del marito e tramandarlo a figlie e figli! È una scelta sua, espressione di inviolabile autodeterminazione! Hmmm, sì e no, ma soprattutto no.
Sì, è una scelta sua ed è libera di farla, non glielo impedisce nessuno (semmai, è stata la scelta opposta a essere impedita per generazioni in Italia!). Ma no, non si può parlare di vera autodeterminazione quando la scelta in questione (che nella stragrande maggioranza dei casi è poi un automatismo) è la pratica patriarcale per eccellenza, poiché il patriarcato è proprio l’organizzazione familiare basata sulla discendenza paterna.
Certo che siamo tutte libere di perpetuare questa pratica nelle generazioni. Qui non si critica, né si giudica il comportamento individuale. Si critica il sistema che a livello collettivo ha sancito il predominio maschile sulla famiglia e sulla vita e la realizzazione di una donna. La libertà di una donna statunitense di prendere il cognome del marito non cambia la natura di questa pratica, che è indiscutibilmente patriarcale, così come lo scioglimento dei ghiacciai è indiscutibilmente dovuto al riscaldamento globale.
Pur così, in una maniera che non finisce mai di sorprendermi, negli Stati Uniti questa pratica patriarcale tende a trascendere colore politico, istruzione e classe sociale. Sebbene esista una correlazione diretta tra queste tre dimensioni e la tendenza a prendere o no il cognome del marito — più una donna è di sinistra e/o istruita e/o (in misura minore) benestante, più preferisce il cognome di nascita — solo il 20% delle donne statunitensi sposate tiene il cognome di nascita.
Mezzo secolo fa, negli anni ’70, erano il 17%: un cambiamento microscopico. La pratica, e il patriarcato, sono duri a morire.
Questa coppia ha coniato e adotterà un cognome che combina entrambi i cognomi di nascita. Non sempre è possibile farlo in maniera armoniosa ma, se è il desiderio di entrambi i coniugi, ben venga!




Eh questa cosa delle anglosassoni che danno per scontato di prendere il cognome del marito mi ha sempre lasciata basita (quanto alle varie cerimonie collegate al matrimonio, a partire dalla proposta, mi sento fortunata per essere abbastanza anziana da aver sbrigato tutto prima che social e internet le rendessero una piaga globale)
E in tutto questo, la volontà della “prole” non è mai menzionata. Io trovo molto violento l'atto di imporre un cognome, e anche un nome, a un'altra persona, che se li dovrà tenere per tutta la vita.