La “purezza ideologica” ci distrae dall’urgenza materiale della realtà
Approfondiamo la discussione della scorsa settimana sulle aspettative di perfezione lessicale e comportamentale che tengono in scacco la sinistra di oggi

Con mia grande sorpresa, piacere e commozione nell’osservare una comunità di persone meravigliose convenire intorno all’analisi di un tema delicato, l’articolo della settimana scorsa ha generato una ricca e vivace discussione:
Vale la pena approfondirla in un secondo articolo, con una riflessione organizzata attorno a tre domande:
Come si inserisce questa discussione nella narrazione di Anche una donna qui sugli Stati Uniti?
Qual è la differenza e/o la relazione tra “spazio”, “movimento” e “partito”?
Quale sarebbe, quindi, la “purezza” ideologica che tiene in scacco la sinistra?
La parte più succosa arriva in risposta a quest’ultima domanda: mi sarebbe piaciuto esaminarla in partenza, ma i primi due quesiti hanno valore propedeutico. Procediamo senza indugio.
Come si inserisce questa discussione nella narrazione di Anche una donna qui sugli Stati Uniti?
Dedicare due settimane di questa pubblicazione a un’analisi dell’intransigenza ideologica espressa oggi in certi ambienti di sinistra (non tutti, ci tengo a sottolinearlo!) è terribilmente pertinente al lavoro abituale di Anche una donna qui sugli Stati Uniti: ne chiarisce il motivo, il metodo e gli obiettivi. Senza contare che le correnti culturali in oggetto hanno origine nel contesto statunitense, e da lì hanno poi raggiunto anche l’Italia.
È dalle settimane circostanti alla rielezione di Donald Trump, nell’autunno del 2024, che su queste pagine ci confrontiamo sulla necessità di allargare lo sguardo, di ascoltare e accogliere la complessità e l’umanità di tutte e tutti per comprendere il momento attuale e formulare una visione alternativa più allettante e veramente inclusiva (su questo tornerò più avanti ma, per riuscire nell’impresa, la sinistra deve tornare anche a occuparsi del concetto di classe e delle condizioni materiali della vita come motore di preferenza politica).
È con questo spirito che vado in giro per gli Stati Uniti, soprattutto rurali e conservatori, per osservare e ascoltare quel pezzo di mondo che ha visto nel governante dispotico in carica la soluzione allo stato precario delle sue condizioni materiali. Ciò significa che tante storie che racconto amplificano la voce di persone inequivocabilmente reazionarie, che rilasciano dichiarazioni quali (e cito letteralmente dalla trascrizione di un’intervista, nella mia traduzione dall’inglese): “Con gli individui transgender, stiamo affermando una malattia mentale. Il disturbo di genere è una malattia mentale”. Riportare queste parole è la definizione di giornalismo, e il mio obiettivo è chiaro: entrare nella testa di chi ha scelto i governanti dispotici e oppressivi che ci ritroviamo e, da lì, capire come possiamo formulare una visione attraente oltre il dispotismo e l’oppressione.
Eppure, l’appiattimento della realtà operato in certi spazi di sinistra — l’assolutizzazione del linguaggio, privato della relazione con il contesto che ne precisa le sfumature di significato — è tale, di questi tempi, che c’è chi ritiene che pubblicare una citazione così sia una forma di violenza sulle persone transgender assimilabile a quella dei governanti dispotici. Per questo motivo, dietro alla pubblicazione di articoli come La diaspora conservatrice trova rifugio in Idaho c’è molto più rimuginare, nella mia testa, di quanto pensiate.
La discussione di queste settimane su Anche una donna qui, pertanto, non è una distrazione dai racconti di vita statunitense vera che vi ho promesso. È una necessaria parentesi metodologica, per fare il punto sulla precisa posizione intellettuale e politica dietro alla scelta di riportare testimonianze di umanità che pensiamo così lontane da noi ma, in fondo, al cuore di tutto, non lo sono.
Qual è la differenza e/o la relazione tra “spazio”, “movimento” e “partito”?
Il mio articolo ha creato confusione in proposito, principalmente perché la necessità di una maggiore precisione linguistica non mi era stata chiara in partenza. Ho utilizzato “spazio”, “movimento” e “partito” come se fossero intercambiabili, ma non lo sono. Non solo: ho anche messo Stati Uniti e Italia sullo stesso piano, quando esistono importanti differenze nella maniera in cui si manifesta il carattere intransigente di un certo attivismo di sinistra. Facciamo dunque chiarezza.
Per gli scopi della mia argomentazione, “spazio” è il termine generale e comprensivo per definire i luoghi, fisici o virtuali, dove gruppi di persone (di destra o sinistra) si ritrovano per organizzare la propria azione politica attorno a un sistema comune di valori. Questa definizione è ampia, e vi rientrano le sezioni e i circoli di partito, le associazioni (o movimenti) impegnate in una certa causa politica, i profili Instagram attivi nella promozione di certi valori nella comunità per influenzarne la direzione politica.1
Sia un partito che un movimento, quindi, sono spazi. Ma “partito” e “movimento” non sono intercambiabili. Nel discorso sulle pretese di purezza ideologica, è proprio qui che osserviamo le differenze tra Italia e Stati Uniti.
Il saggio del New Yorker da cui ho preso le mosse riguarda unicamente il contesto statunitense: l’autore, il giornalista Charles Duhigg, individua nel Partito Democratico degli Stati Uniti la riluttanza a creare coalizione politiche ampie, condizionando l’accesso ai suoi spazi di organizzazione a quelli che alcune delle fonti intervistate chiamano “test di purezza ideologica”. Ovviamente, questi sono da intendere in senso figurato: non quiz a crocette, ma aspettative di adesione preventiva (spesso senza preavviso per prepararsi) a un codice di linguaggio e comportamento rigido e al tempo stesso sfuggente, pena l’esclusione dal gruppo, anche in caso di sfortunati errori di distrazione o sviste in buona fede (perché, appunto, non è stata data la possibilità di prepararsi, ovvero imparare).
Duhigg cita il lavoro di alcuni grassroots movements, movimenti di organizzazione politica dal basso, a partire dalla cittadinanza, che si rifanno al Partito Democratico. Non sono sezioni di partito, ma con esso collaborano, lo alimentano, ne influenzano la direzione e la piattaforma. Il passaggio da “movimento” a “partito” (e viceversa) è immediato, il collegamento diretto.
Un ottimo esempio sono le mani legate di Kamala Harris durante i 107 giorni di campagna elettorale per la presidenza nel 2024. Tante cose Harris avrebbe dovuto fare, che non ha potuto fare per timore di irretire i membri del suo staff e dell’elettorato più devoti all’immagine di perfezione ideologica della candidata, che alla sua capacità di parlare alle molteplici istanze di una popolazione molto più variegata di quella italiana. “C’è chi preferirebbe perdere un’elezione pur di non parlare con una persona considerata ‘impura’”, ha scritto il sociologo Musa Al-Gharbi della mancata partecipazione di Harris al podcast di Joe Rogan, popolare tra gli uomini bianchi di destra.
Negli Stati Uniti, quindi, le aspettative di purezza ideologica sono arrivate fino ai vertici del partito che rappresenta la sinistra. In Italia, invece, non mi sembra che sia accaduta la stessa cosa, o almeno non ancora. Sarà forse perché in Italia non esiste un solo partito a cui le persone di sinistra possono fare riferimento con la speranza di venire rappresentate in Parlamento2 — il che rende più articolato il collegamento tra “movimento” e “partito” in Italia —, ma la classe politica del centro-sinistra mainstream italiano non mi sembra così invischiata nelle battaglie per la purezza ideologica come la controparte statunitense.
Chi ha fatto di queste battaglie il piatto di pasta quotidiano in Italia sono invece molti movimenti dal basso, così come ho occasione di osservare tramite il profilo Instagram di Anche una donna qui. Di base, le persone che seguo condividono tutte gli stessi valori politici e sociali. Guardano tutte nella stessa direzione. Si muovono tutte verso lo stesso orizzonte. Nella pratica, alcune di loro si prendono continuamente a sberle reciproche, accusandosi a vicenda di aver usato la parola sbagliata, di non aver ammesso abbastanza il proprio privilegio, di aver osato prendere parola pur da una posizione di presunto privilegio.
Nel frattempo, chi naviga online, e nutre la speranza di trovare uno spazio dove dare significato e scopo al senso di ingiustizia che prova nei confronti della realtà, trova ascolto e accoglienza altrove.
Quale sarebbe, quindi, la “purezza” ideologica che tiene in scacco la sinistra?
Quando lavoravo a Google, facevo parte del gruppo di lavoro su diversità, equità e inclusione del team di News. Lo aveva fondato una manager molto influente e in vista, molto amata dal team e molto attiva politicamente, per la strada e dentro le mura dell’azienda.
Persona affabile e, nonostante il ruolo di alto livello, facilmente raggiungibile, un giorno la manager ha scritto nella chat del gruppo DEI chiedendo di potersi sfogare: da persona non bianca, non sopportava quando, in una chat di gruppo, una persona bianca cliccava la stessa emoji di reazione a un messaggio aggiunta da una persona non bianca. Per capirci: una persona la cui pelle non è bianca reagisce a un messaggio usando l’emoji del pollice alzato nel colore che più rispecchia la sua pelle, così:
Una persona la cui pelle è bianca, invece di aggiungere un separato pollice bianco, clicca il già esistente pollice non bianco, nonostante non rispecchi il colore della sua pelle. Fa quindi questo:
Invece di questo:
Per la manager, come ci ha spiegato, si trattava di una micro-aggressione: usare il pollice nero da persona bianca significa appropriarsi indebitamente dell’esperienza di trauma e dolore che deriva dall’avere una pelle non bianca.
La manager ha offerto questo feedback a una persona bianca che aveva l’abitudine di cliccare il pollice nero. Ci ha inviato e ho così potuto leggere gli screenshot dello scambio di messaggi: la persona bianca ha chiesto scusa, poi ha spiegato che il motivo per cui cliccava il pollice non bianco era che, in realtà, le era stato detto (da una persona non bianca) che si trattava di una maniera di esprimere solidarietà al trauma e al dolore di una persona non bianca.
Capite dove voglio arrivare? All’interno dello stesso campo politico, c’è chi pensa che cliccare il pollice nero da persona bianca sia offensivo e irrispettoso, e chi invece lo ritiene una forma di solidarietà. Dov’è la purezza? Non c’è. La purezza non esiste: esiste solo un processo infinito di approssimazione di una perfezione lessicale e comportamentale per natura irraggiungibile. Forse l’unica espressione di purezza è proprio la volontà di partecipare al processo! Il guaio è che, spesso, questo processo finisce per escludere più persone di quante ne vorrebbe includere, e crea più problemi di quanti ne risolve.
Avere l’onestà intellettuale di criticare il processo non significa — e questo è importante — invalidare il sentimento comunicato dalla manager riguardo all’utilizzo del pollice “sbagliato”, di certo non per mezzo delle mie mani bianche che sulla tastiera battono dita altrettanto pallide. Ho usato questo esempio perché ritengo che illustri in maniera cristallina le fallacie logiche del metodo utilizzato da certi attivismi di sinistra. Il merito della causa — la liberazione delle comunità oppresse su base identitaria — non è in discussione.
Il metodo va rivisto nel momento in cui non solo non fa onore al merito, ma se ne allontana, spesso involontariamente. Lo stesso giorno della pubblicazione del mio articolo, il podcast The Opinions del New York Times ha dedicato un episodio a questo tema, in cui lə scrittorə Brock Colyar, persona non binaria, ha osservato (traduzione dall’inglese della sottoscritta):
Il mio problema è che, mentre la sinistra si incarta in questi dibattiti sul decoro e le buone maniere, la reazione della destra è quella di demolire tutto, no? […] Noi facciamo questi sciocchi dibattiti, e loro intraprendono azioni plateali.
A volte ho lo stesso problema anche con il discorso sui pronomi [Colyar usa i pronomi non binari they/them in inglese, ndr]. Come la sinistra, le giovani persone queer hanno passato tantissimo tempo a far rispettare questa cosa dei pronomi. E quanta energia abbiamo sprecato? Perché non parliamo invece dell’accesso alle cure sanitarie?
Nessunə sta dicendo che decoro e buone maniere (pronomi, pollici alzati) non hanno importanza, anzi. Il linguaggio è sempre stato veicolo di oppressione, così come l’atteggiamento implicito con cui ci si pone nei confronti della realtà. La deriva, grave, avviene nel momento in cui la disamina e la sorveglianza del linguaggio — dai pronomi alle “verità biologiche” — iniziano e finiscono con se stesse, superando il dato del reale e la sua urgenza.
Mentre spendiamo tempo e denaro a dissezionare questioni di pragmatica quali la possibilità che una benintenzionata persona con utero eserciti violenza sulle persone trans chiamando “verità biologiche” quelle che sono, a tutti gli effetti, verità biologiche (la capacità unica di una persona con utero di portare avanti una gravidanza, per riprendere l’esempio della settimana scorsa), là fuori per la strada c’è una persona trans che viene presa a botte e umiliata dalle politiche dei governanti eletti nel tempo che passavamo a redarguire una nostra compagna di lotta.
Mentre noi persone bianche ci scortichiamo la pelle (bianca) intorno alle unghie per capire se facciamo miglior figura a cliccare il pollice bianco o quello non bianco, in certe zone degli Stati Uniti una persona non bianca ha il 50% in più delle possibilità di una persona bianca di vivere in un luogo senza facile accesso a una struttura sanitaria (tra i milioni di dati sulla disparità di condizioni materiali tra persone bianche e non bianche negli Stati Uniti). In Italia, le famiglie con almeno una persona straniera (probabilmente non bianca), percepiscono un reddito il 35% inferiore alle famiglie di sole persone che per l’Istat rispondono alla definizione di “italiane” (bianche).
Nella foga di allinearci intorno a una presunta purezza ideologica, imponendo verifiche di lealtà e alzando sempre di più l’asticella della partecipazione ai nostri spazi di organizzazione, abbiamo dimenticato di occuparci delle condizioni materiali in cui versano le persone. È questa in fondo, la causa che più di tutte sa unirci verso uno scopo di liberazione comune: la lotta di classe.
Ed è a questo proposito che una lettrice ha lasciato un’osservazione particolarmente arguta nei commenti all’articolo della settimana scorsa: perché parlare di “purezza” con riferimento all’esercizio disciplinato della politica dell’identità, quando non è questa la vocazione originaria della sinistra? Se mai fosse possibile fare attivismo di sinistra in maniera completamente incontaminata da elementi estranei, la dimensione non negoziabile sarebbe la lotta di classe.
È vero. A tenere in scacco e destinare alla sconfitta la sinistra di oggi non sono solo le aspettative di purezza ideologica, ma anche l’allontanamento della stessa ideologia (intesa in senso positivo, come sistema di idee) dalla sua connotazione originaria.
P.S. Una lettrice, ReadingBibi, mi ha inviato con preghiera di diffusione questa Lettera aperta al mondo, scritta da un’attrice cubana, Ikay Romay, su quello che chiama “il crimine che nessuno vuole vedere”: le condizioni in cui versa il popolo cubano a causa dell’embargo degli Stati Uniti. La condivido volentieri con voi.
Queste definizioni sono operative e informali, per orientarsi nella mia argomentazione. Non vi è pretesa di attinenza alla teoria dei libri di scienze politiche, di cui non sono un’esperta.
La scelta di partiti di sinistra in cui identificarsi, negli Stati Uniti, è ben più ampia del solo Partito Democratico: tra gli altri, esistono il Working Families Party, i Democratic Socialists of America, il Green Party. Il problema è che, visto il sistema elettorale statunitense, nessuno di questi può realisticamente ambire alla rappresentazione in Congresso, diversamente dal sistema parlamentare italiano dove riescono a entrare anche i partiti più piccoli.







Completamente d'accordo con te, Enrica. Soprattutto sul finale di quello che scrivi, che è, a mio parere, imprescindibile per chi si riconosce politicamente a sinistra.
Come sempre, un pezzo scritto magnificamente!
Se le leve della destra sono la paura e l'odio, le leve della sinistra devono essere la solidarietà e l'ascolto. In questo senso hai perfettamente ragione a criticare il "metodo" della certificazione di purezza. L'esempio del pollice nero / pollice bianco è cristallino. La questione di merito è chiara (essere o non essere alleato delle persone razzializzate) E PERÒ potrebbe essere interpretata in modi leggermente diversi (microaggressione / solidarietà). Non se ne può uscire, a meno che non si accetti che ognuno ha sempre qualcosa da imparare e anche qualcosa che può insegnare e che si può sempre ascoltare una posizione che ti corregga senza per forza sentirsi tutti in un tribunale del pensiero. Ripeto, la chiusura infastidita verso una persona che ci prova, incespica e magari fa i suoi errori per me è la stessa cosa della chiusura dettata dalla paura del diverso che hanno le destre. Se sto in ascolto, imparo; mentre imparo, ci sta che faccio degli errori. Poi per dire io stesso cinque anni fa ero una persona completamente diversa da adesso e magari tra cinque anni le cose che scrivo oggi mi sembreranno assurde. Ci si evolve, anche.