Il problema della sinistra sono le aspettative di purezza ideologica
Il Partito Democratico statunitense ha reso l'adesione condizionale a impossibili prove di lealtà, sostiene un articolo del New Yorker. È vero anche in Italia
Sophie non poteva immaginare, nel momento in cui prendeva la parola nel gruppo di lettura a cui partecipava quella sera di inizio dicembre 2023, che la condivisione pubblica, autentica e sincera della sua esperienza personale in chiave politica e femminista avrebbe sollevato critiche o, addirittura, offeso qualche partecipante all’evento, organizzato da un collettivo socialista di Denver.
Si discuteva un libro sul femminismo, mi ha raccontato in via informale Sophie, una conoscente che ho scelto di chiamare con uno pseudonimo, in un messaggio vocale qualche giorno dopo l’evento. Sophie era rimasta colpita da un passaggio che l’aveva spinta a riflettere sulla maniera in cui le sue capacità riproduttive di persona con utero avrebbero potuto influenzare le dinamiche di genere nella relazione con il suo compagno, persona senza utero, se fossero arrivati dei figli.
Sophie ha condiviso la riflessione con il gruppo di lettura, in maniera pertinente alla discussione sul contenuto del libro. Era la prima volta che partecipava a un evento del collettivo socialista. Articolare il suo ragionamento l’ha fatta sentire bene, mi ha detto, al suo agio e al sicuro, grata per l’opportunità di accesso a uno spazio dove mettere a tema il valore politico delle sue preoccupazioni personali.
Purtroppo, però, nell’eloquenza della sua testimonianza Sophie ha commesso un faux pas che per una persona come lei, attiva politicamente e impegnata in tante cause di giustizia sociale, ammontava a un banale ma sincero errore di distrazione. Con riferimento alle funzioni riproduttive e fisiologiche di cui solo una persona con utero può farsi carico (gravidanza, parto, allattamento), a Sophie è sfuggita l’espressione “verità biologica”, che le destre di tutto il mondo hanno strumentalizzato per opporsi con violenza all’idea che sesso e genere siano dimensioni identitarie diverse e irriducibili al binario uomo/donna, e per giustificare piattaforme politiche e legislative anti-trans.
L’intento di Sophie era comunicare che, nel pianificare una famiglia in linea con i valori del femminismo, avrebbe dovuto fare i conti con la verità biologica che la componente fisica di una gravidanza sarebbe ricaduta sulle sue spalle, in quanto persona con utero, con tutti i sacrifici che questo avrebbe potuto comportare in termini lavorativi rispetto al compagno. È ovvio che questa sia una verità biologica, ed è altrettanto ovvio che, in quel preciso contesto, il riferimento all’utero di Sophie non conteneva nessun moto di esclusione anti-trans.
Invece, al termine del gruppo di lettura, una giovane donna si è avvicinata a Sophie chiedendole di conferire brevemente. “Grazie per il tuo intervento molto perspicace”, ha esordito la donna con un enorme sorriso e il tipico costrutto argomentativo che le persone statunitensi utilizzano, specie in contesti aziendali, per offrire un riscontro negativo alle parole o ai comportamenti di un’altra persona: prima lodano un aspetto positivo (anche a costo di inventarselo), poi affondano la lama nell’errore o nella mancanza, e la rigirano per benino finché non fa tanto male quanto lo scotto da pagare per l’offesa — senza mai spegnere l’enorme sorriso.
“Volevo solo darti del feedback”, ha continuato infatti la giovane donna. “Nel tuo intervento hai fatto riferimento a presunte ‘verità biologiche’. Ecco, sappi che in questa stanza ci sono anche delle persone trans e non-binarie che, sentendo questa espressione, possono sentirsi escluse e non più sicure all’interno di questo spazio. So che tu non volevi fare del male a nessuno, ma ci tengo a dirtelo così ci aiuti a creare un ambiente quanto più possibile sicuro per tuttə”.
Sophie voleva sprofondare nel pavimento. Ha sentito il volto infiammarsi, e un profondo senso di vergogna impossessarsi della capacità di rispondere adeguatamente. Such a rookie mistake, mi ha detto nel vocale: che errore da principiante. Come mi è venuto in mente di usare la parola biologia?! I should have known better!, avrei dovuto saperlo! Si è scusata più volte con la giovane donna, che l’ha ringraziata per aver “accolto il feedback”, poi Sophie è rimasta paralizzata per qualche secondo a elaborare il colpo; il tempo necessario perché la giovane donna ritornasse al gruppo di quattro-cinque persone da cui si era allontanata e riferisse loro l’esito dello scambio, come evidente dal fatto che il gruppo di quattro-cinque persone continuava a osservare Sophie.
“Stai tranquilla”, un’amica di Sophie lì presente l’ha rassicurata, “mi sembra che sia stata una reazione un po’ esagerata. Altrimenti non si può neanche più parlare di fertilità”. Sophie credeva di essere stata corretta nell’esposizione del suo dilemma come collegato a un tema centrale per la liberazione della donna in una società patriarcale. Credeva che il suo riferimento alle “verità biologiche” nella sua vita di persona con utero fosse chiaro e distinto da una posizione anti-trans.
Il sentimento principale che Sophie mi ha riportato nel suo vocale, però, è stato il repentino passaggio dal trovarsi a suo agio nel gruppo di lettura, che aveva appena scoperto, al sentirsi fuori posto e meno benvenuta. Anche se nulla di ciò le era stato comunicato in questi termini, l’intensità dello scambio con la giovane donna aveva prodotto certe conseguenze emotive. A Sophie era passata la voglia di tornare nello spazio di sinistra dove era entrata con la speranza di trovare alleanza, spirito critico, agilità di pensiero e la capacità di praticare inclusione a partire dal riconoscimento della complessità dell’esistenza umana.
L’esperienza di Sophie esemplifica il grande paradosso in cui la sinistra (direzione in cui anche io mi identifico) si è incartata nel tentativo di posizionarsi come orientamento politico dell’inclusione, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Abbiamo creato spazi che si dicono aperti e accoglienti, ma spesso si rivelano ironicamente incapaci di praticare quanto predicano perché l’inclusione è in realtà condizionale a un’illusoria e irrealizzabile purezza ideologica. Da chi cerca di entrare in questi spazi ci si aspetta una perfezione di pensiero preconfezionata; si soffocano il dialogo e la curiosità, i dubbi e le domande; si annullano l’incertezza e l’imperfezione, in tutta la loro umana onestà, perché “potrebbero far sentire meno al sicuro certe comunità oppresse” — perdendo quindi l’opportunità di coinvolgere sempre più persone nella lotta per la liberazione di quelle comunità oppresse.
È anche così che la sinistra si è auto-inflitta i fallimenti elettorali degli ultimi anni, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Italia. Le aspettative di purezza ideologica hanno portato l’elettorato ad autoescludersi dal partito dell’inclusione.
Lo ha illustrato brillantemente il giornalista Charles Duhigg in un saggio comparso a gennaio sul New Yorker: “I repubblicani sono diventati abili nel creare ampie coalizioni in cui l’unico requisito è il sostegno a Donald Trump”, recita il sottotitolo. “I democratici si incartano in prove di lealtà”.
Il titolo del pezzo, “Quello che il movimento MAGA può insegnare ai democratici”, ne esemplifica in molti modi la tesi: viviamo in tempi in cui lo stesso atto di suggerire che il movimento politico creato da Donald Trump abbia qualcosa di positivo da insegnare al mondo sulle dinamiche sociali del consenso politico si presta a possibili accuse, ridicole, di connivenza con le istanze di cui il movimento MAGA si fa portavoce.
L’articolo di Duhigg sostiene che, come parte del processo di rifondazione per tornare rilevante e attrattivo, il Partito Democratico statunitense debba abbandonare le aspettative di purezza ideologica per organizzarsi in maniera più flessibile attorno a una serie di valori comuni che, tuttavia, lascino ampio spazio di manovra alla complessità dell’esperienza umana, e permettano a una varietà di priorità, prospettive, identità e istanze di convivere all’interno della stessa visione politica di base.
Scrive Duhigg, nella traduzione dall’inglese della sottoscritta:
“Ben Wikler è stato il presidente del Partito Democratico del Wisconsin dal 2019 al 2025. Recentemente, mi ha detto che ‘i democratici devono imparare dai repubblicani come si costruiscono piccole comunità tra loro socialmente interconnesse’.
[…] Mentre il movimento MAGA accoglie chiunque porti il cappellino rosso, i democratici spesso richiedono l’uso di nuovi termini relativi ai pronomi o alla razza, e possono punire o escludere chi devia. ‘Così non funziona’, ha detto Wikler. ‘Un movimento ha bisogno di persone che si sentono al sicuro tra di loro, che possano stare insieme e parlare di cose diverse dalla politica. Persone che si piacciono. I repubblicani stanno trovando queste persone. I democratici non lo fanno abbastanza’.”
Di quali acrobazie mentali siamo statə capaci, prendendo in mano le cause della giustizia sociale, per riuscire a creare cosiddetti “spazi sicuri” (safe spaces) dove l’unica sicurezza è, in realtà, la necessità di muoversi in punta di piedi per paura di violare un rigido e al tempo stesso sfuggente codice di linguaggio e comportamento da conoscere a memoria prima di entrare, senza però aver avuto accesso al libro di testo per studiarlo?
Alle persone deve essere concessa l’opportunità di scoprire, imparare, crescere; il diritto di fare una domanda, incepparsi, dare la risposta sbagliata; la possibilità di inciampare, cadere e poi rialzarsi e ricominciare da capo. Questo è il vero valore della sinistra: il rispetto della libertà di autodeterminazione individuale nella direzione di una piena realizzazione collettiva.
È ovvio che la realizzazione collettiva auspicata dalla sinistra ha un volto diverso da quella prefigurata a destra. Ed è pertanto ovvio che, per rimanere all’interno del movimento in sintonia con chi ne fa parte, un minimo sindacale di valori condivisi sia necessario: a sinistra, un esempio può essere la pari dignità tra le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale o di genere (per tornare al racconto di Sophie), o la convinzione che l’accesso alle cure sanitarie sia un diritto che lo Stato deve garantire alla persona tramite la spesa pubblica.
Ma se alla porta dello spazio di sinistra si presenta una persona che, per fare un esempio attuale, non crede che sia giusto che le donne trans gareggino negli sport femminili, e allo stesso tempo è disposta a esercitare curiosità e vulnerabilità, a mettersi in discussione, ad accarezzare la possibilità che esista una posizione diversa dalla sua… io credo che la porta debba rimanere aperta. Il riflesso di tanti spazi di sinistra, invece, è di chiuderla, sbattendola forte.
Non solo: io credo che la porta debba rimanere aperta anche se questa persona non entra con l’intenzione di cambiare idea, senza però mettersi in posizione di violenza e sopruso (nel qual caso è giusto chiudere la porta). Non sai mai che imprevisto può accadere.
L’articolo di Duhigg cita l’indagine di un sociologo che una trentina di anni fa ha intervistato un gruppo di attivistə contro l’aborto per studiare cosa spinge le persone a impegnarsi attivamente in politica. L’ipotesi del sociologo era che queste persone fossero sempre state fortemente contrarie all’aborto — che l’attivismo fosse la naturale conseguenza dell’adesione sempiterna a un certo sistema di valori. Invece no: un quarto delle persone intervistate ha rivelato che in passato era stata favorevole all’aborto! È diventata contraria dopo aver partecipato a eventi del movimento pro-vita.
Addirittura, prima dell’attivismo la maggioranza di queste persone non aveva mai nutrito opinioni particolari sull’aborto: poi, nel corso della loro vita avevano cambiato città, casa, chiesa, comunità, avevano incontrato nuove persone, queste persone le avevano accolte nei loro spazi, e questi spazi erano pro-vita.
Tiriamo le somme perché sia ben chiaro:
Il movimento contro l’aborto ha guadagnato nuove persone perché ha concesso loro senza riserve la possibilità di accedere ai suoi spazi. Quante nuove persone guadagna il movimento per l’aborto quando nega la possibilità di accedere ai suoi spazi a chi non è già ideologicamente allineatə a priori?
Ziad Munson, il sociologo di cui sopra, ha detto a Duhigg:
“La sinistra ha i test di purezza. Devi dimostrare devozione alla causa. Ma questo significa che, una volta che sei dentro, passi il tempo con le stesse persone che già conosci, perché continui a muoverti negli stessi circoli, e hai scartato persone che potrebbero essere ideologicamente indecise ma avrebbero potuto diventare attiviste se tu le avessi accolte”.
Lo stomaco della sinistra dovrebbe rivoltarsi di fronte all’utilizzo di verbi quali “accogliere” e “sentirsi al sicuro” utilizzati al negativo in riferimento al suo stesso attivismo. È il paradosso dei paradossi, l’ironia delle ironie, e ne avevamo già parlato in questa sede qualche mese fa:
È la distorsione e la deriva di un sentimento all’origine buono e giusto: la volontà di proteggere comunità tradizionalmente oppresse e marginalizzate da un dolore maggiore di quanto già storicamente sofferto. Il cortocircuito si è creato nel momento in cui l’atto benevolo di protezione è diventato così fine a se stesso, così ciecamente estremo e radicale, che anche solo chiedere chiarimenti sulla natura di un’ingiustizia sociale è diventato una forma di violenza: “Ma come, non lo capisci senza bisogno di spiegazioni?!”, replica l’attivismo dell’intransigenza intestina. “Allora se questa cosa brutta succede è anche colpa tua!”.
È per questa stessa perversione del pensiero che l’utilizzo di “verità biologiche” da parte di Sophie nel gruppo di lettura si trasforma in “complicità nell’esclusione delle persone trans”: parole non utilizzate dalla giovane donna che ha redarguito le scelte lessicali di Sophie, ne sono consapevole, ma il senso è quello. Chi gravita in ambienti di sinistra lo sa, che il senso è quello.
E il bello è che la capacità unica di portare avanti una gravidanza è a tutti gli effetti una verità biologica per le persone con utero, e la sinistra deve parlarne, perché è da millenni che questa verità biologica viene utilizzata per giustificare meccanismi di oppressione della libertà della donna. La sinistra deve poterne parlare senza essere tacciata di pregiudiziali anti-trans. C’è un oceano di differenza tra il dibattito sulla fertilità biologica delle persone con utero e la strumentalizzazione della biologia per perpetrare violenza sulle persone trans.
Ma a sinistra, purtroppo, siamo sempre meno capaci di tenere insieme le tante complessità e contraddizioni dell’esperienza umana. Ci aspettiamo il progressismo perfetto e preconfezionato. E continuiamo a perdere.
A destra, invece, basta calcare in testa lo stesso cappellino rosso o condividere l’odio per le tasse per ritrovarsi con gioia nelle stesse stanze. Se poi quel vicino di casa che invece trova giusto che una parte del suo stipendio venga trattenuta per sovvenzionare le cure sanitarie altrui si offre di portare il vino, beh, che venga anche lui! Magari alla fine della bevuta cambia idea. E continuano a vincere.





"Chi gravita in ambienti di sinistra lo sa, che il senso è quello."
E in effetti a volte non c'è nemmeno bisogno che venga detto così direttamente. Capisco mooolto bene il disagio di Sophie: hai descritto bene una sensazione che moltə di noi hanno provato, la vergogna di aver detto la parola sbagliata anche se tutto il nostro discorso è ben lontano da appoggiare posizioni escludenti o discriminatorie. Personalmente la sento come una sorta di auto-sorveglianza del linguaggio, perché capita di sentirsi addosso l'errore bruciante anche se non ci viene fatto notare esplicitamente.
Quando faccio formazione sui linguaggi inclusivi punto molto su questo tema: preciso sempre che nessunə ha il manuale del linguaggio perfetto in tasca, che l'errore è possibile e va calato in un contesto comunicativo più ampio, non criminalizzato tout court. E soprattutto che i "safe space" non esistono: possiamo invece ambire a "safer spaces", spazi che siano il più sicuri possibile ma non perfetti, spazi di conversazione e confronto eterogenei dove anche gli errori sono ammessi e si possono far notare, se il caso, con atteggiamento costruttivo, non giudicante.
Sono molto, molto d'accordo sul fatto che la (implicita, a volte) pretesa di purezza ci sia tornata indietro come un boomerang. È un vero peccato.
Da persona trans, concordo purtroppo sul fatto che portare all'estremo il confronto, limitandone lo scambio, il dialogo e il linguaggio, errori involontari compresi o semplicemente non potendo fare una narrazione semplice e basilare, negli ultimi anni è stato molto deleterio. Ha spaccato anche la bolla trans ed lgbt+ all'interno. E spesso ci sono anche problemi ad ammettere che sia così. Le micro aggressioni esistono ma non sono quelle di questa storia, ma sono ben altre. Purtroppo questi episodi rischiano altamente di allontanare le persone che stanno dalla stessa parte, creando attriti e isolando le comunità marginalizzate. Oggi anche tra persone trans stesse si fa difficoltà a non incappare in un linguaggio che non risulta offensivo (ma questo vale anche perché altre minoranze o categorie discriminate). Tutto questo offre un assist a hater, destra ecc. È necessario imparare a saper prendere con più "filosofia" il linguaggio. Non saprei come altro dirlo, ma preferisco dirlo così :)