La vita sotto il regime, anno II
Prima parte di una riflessione su com'è la vita negli Stati Uniti oggi e cosa può ragionevolmente cambiare il corso degli eventi
“Mi sono chiesta se anche a me, residente negli Stati Uniti nell’anno domini 2025, verrà domandato un giorno cosa si provava a vivere allora. Ci rendevamo conto che intorno a noi stava prendendo piede una dittatura?” (da “La vita sotto il regime”, pubblicato su Anche una donna qui il 5 marzo 2025)
“Com’è la situazione lì?” (almeno una persona al giorno, dall’Italia) — rispondiamo oggi
“Perché sembra che la gente non faccia nulla per impedire quello che sta accadendo?” (ibidem) — rispondiamo la prossima settimana
Nell’anno II della Seconda Era Trump la sveglia1 sul mio comodino suona alle 7 di ogni mattina infrasettimanale, destandomi dolcemente dalle proverbiali otto ore di sonno profondo su un materasso comodissimo, sotto lenzuola morbidissime, nel tepore di uno spazioso e luminoso appartamento al quarto e ultimo piano di un condominio di recente costruzione a Boulder, in Colorado.
Mi alzo, vado in cucina, premo il bottone del macinacaffè per tritare una manciata di grani di caffè italiano marchio Lavazza. Fino a metà dell’anno I della Seconda Era Trump, un chilo di caffè Lavazza in grani costava $15,99 se acquistato all’ingrosso da Costco2, poi ha subito un brusco aumento del 25%: ora, nell’anno II, costa $19.99. Trattandosi di un prodotto di origine straniera, per un rincaro del genere con tutta probabilità dobbiamo biasimare i dazi commerciali entrati in vigore durante la Seconda Era Trump.
Da un punto di vista macroeconomico, quattro dollari sono un incremento straordinario per un solo bene; individualmente, però, specialmente quando l’acquisto avviene una volta ogni due-tre mesi, finiscono triturati nella miscela quotidiana. E poi, diciamoci la verità: il caffè Lavazza in grani non è esattamente un candidato ideale per il paniere (Consumer Price Index) del Bureau of Labor Statistics. Nelle pianure del Nebraska occidentale e sulle colline del Kansas orientale, la vita procede indisturbata.
Mentre bevo il caffè, dalla app del New York Times o del Washington Post sul mio cellulare riproduco il podcast con le notizie principali del giorno. Per tante persone che vivono negli Stati Uniti durante la Seconda Era Trump, è questo momento della giornata che rende presente, chiara e urgente la nostra partecipazione a una storia collettiva che, sospettiamo, verrà raccontata più di tante altre.
È nelle finestre di tempo in cui apprendiamo i fatti con la mediazione di stampa e piattaforme social media (che, attenzione, è diverso da entrare in contatto immediato) che la nostra esperienza di persone negli Stati Uniti combacia consapevolmente con il momento storico che il Paese sta vivendo: la violenza istituzionale di agenti federali che uccidono cittadini nell’atto di esercitare i loro diritti costituzionali (alla parola, alla protesta e, ahimè, anche al porto d’armi), le persone immigrate private del diritto alla ricerca della felicità, la stampa castigata per aver detto la verità, la libertà di un popolo e del mondo intero sottomesse all’arroganza di un solo uomo ubriaco di potere.
Sono questi gli Stati Uniti in cui viviamo. Questa è la cornice spazio-temporale che contiene la nostra esistenza. Ma, spesso, i momenti in cui la storia e la nostra consapevolezza di essa combaciano durano solo il tempo che rimane libero da tutte le altre faccende quotidiane.
Dopo colazione, infatti, nell’anno II della Seconda Era Trump si va al lavoro come si faceva prima. C’è chi si sposta dalla cucina allo studio o ufficio casalingo, come me; c’è chi entra in macchina, deposita la prole (se esistente) a scuola e poi raggiunge l’azienda o la fabbrica o il negozio. Ogni tanto, durante il giorno, l’allineamento tra la storia e la consapevolezza di essa si ripresenta; ci sono persone a cui il lavoro addirittura lo richiede, come a me.
Ovviamente, esistono anche tante persone per cui la partecipazione alla storia non è mediata dalla cronaca degli organi di stampa e dal passaparola della gente, ma dal contatto diretto, immediato e doloroso con gli eventi. Accade agli americani senza documenti, nelle cui minuzie di vita quotidiana è davvero possibile individuare un avanti/dopo la Seconda Era Trump (come una famiglia ha raccontato al New Yorker). Accade anche a tante persone che hanno perso il lavoro nella defenestrazione del DOGE senza più ritrovarlo, alle famiglie di chi ha perso la vita per mano del governo federale (Renee Good e Alex Pretti sono solo la punta bianca dell’iceberg).
È ancora presto, invece, per sentire in massa le conseguenze concrete dei tagli a certi sussidi federali o statali (in particolare in campo sanitario), o dei prezzi che di sicuro non calano, ma ancora non aumentano abbastanza da rimpolpare in maniera statisticamente significativa i ranghi di chi doveva mettersi in fila al banco alimentare già da prima della Seconda Era Trump.
È così che, quando nel tardo pomeriggio esce dal lavoro, la maggior parte delle persone che vivono negli Stati Uniti nella Seconda Era Trump tira ancora il sospiro di sollievo tipico di quel momento della giornata. Si rilassa, al pensiero di una tranquilla cena casalinga seguita da una serie televisiva; si entusiasma, raggiungendo le amiche per allentare la pressione con una bevanda alcolica; si riposa, rintanandosi sotto lenzuola morbidissime, su un materasso comodissimo, nel tepore della propria casa.
Nell’anno II della Seconda Era Trump, negli Stati Uniti, le luci si accendono la mattina e si spengono la sera esattamente come accadeva prima. La vita va avanti come ha sempre fatto. Non è cambiato niente, ed è cambiato tutto.
C’è una foto di mia nonna materna che insieme alle due sorelle maggiori sorride sul crescentone di Piazza Maggiore a Bologna:
Se la scritta in basso riporta che mia nonna, al centro, aveva 14 anni, allora la foto è stata scattata nel 1941: piena seconda guerra mondiale. Le bombe sulla testa non sarebbero cadute prima del 1943 ma, a questo punto della storia, l’intera esistenza delle tre giovani in foto era stata contenuta nella cornice spazio-temporale di un regime totalitario che da più di un anno partecipava a un conflitto totalizzante su scala planetaria.
Eppure la nonna e le zie sono a passeggio per il centro, calcano i loro bei cappelli in testa, sorridono. Certo, sorridere è quasi automatico di fronte a una macchina fotografica, ancor più quando una fotografia era ancora un evento raro e intenzionale. Ma nulla in questa foto suggerisce che lo spazio-tempo in cui è stata scattata sia quello di una guerra scoppiata dopo una dittatura di vent’anni.
Oggi credo di capire meglio perché, quando chiedevo a questa stessa nonna se da piccola (prima della guerra) si rendeva conto di vivere sotto una dittatura, le sue risposte sembravano sempre un po’ vaghe, l’espressione sul suo volto un po’ confusa, forse anche dispiaciuta, come se non si sentisse in grado di poter soddisfare la mia curiosità.
Non è solo perché, come ipotizzavo un anno fa, la vita nel fascismo ha preceduto la definizione che ne ha dato la storia. La dittatura si mimetizzava nello sfondo spazio-temporale che conteneva l’esistenza di ciascun individuo. La dittatura era l’esistenza: non si poteva osservare da fuori per razionalizzarla, come premesso dal mio quesito. Il punto era anche che in tanti dei piccoli momenti che compongono una giornata non c’era ragione di ritenere quell’esistenza brutta o strana o diversa da come doveva essere. Non sempre durante il fascismo, e neppure durante la guerra, la storia e la consapevolezza di essa combaciavano nel presente; se avevi dagli zero ai tredici anni durante il fascismo e prima della guerra, poi, non combaciavano quasi mai.
È per questo che si poteva ancora sorridere.
Anche io, come mia nonna, non mi sento sempre in grado di soddisfare la vostra curiosità quando in questi giorni mi chiedete “allora, com’è la situazione lì?”
Ogni volta che ricevo questa domanda la sento carica di aspettativa e attesa di una risposta con i fuochi d’artificio, come se su ogni strada degli Stati Uniti in questo momento le forze del bene e quelle del male si sfidassero a singolar tenzone, come se a ogni passo sentissimo di calpestare lo spazio-tempo del regime Trump, respirassimo un’aria diversa, dovessimo modificare l’andamento della nostra giornata. Ho l’impressione di deludervi, se vi rivelo che in realtà non è così — che non sempre, anzi, raramente per chi vive negli Stati Uniti oggi la storia e la consapevolezza di essa combaciano nel presente.
Questo non significa sminuire la gravità dei fatti (spero sia chiaro), né significa che la consapevolezza della storia sia assente. No, categoricamente no: quando mi chiedete “Il popolo statunitense si rende conto di quello che sta accadendo?”, la risposta è assolutamente sì. La vita va avanti, ma a circa la metà della popolazione è ben chiaro che il contesto spazio-temporale che la contiene non ha più la stessa forma di prima e, per questo, prova tanta angoscia e preoccupazione. Prova anche tanta confusione: i contorni di questa nuova forma sono ancora ambigui.
A me piace creare paralleli con il regime fascista originale di Benito Mussolini perché è una vicenda a me vicina in quanto italiana, e per questo anche non così emotivamente coinvolta nella salute esistenziale degli Stati Uniti come lo è chi identifica in questo Paese la propria casa; ma ammetto che a volte calco un poco la mano. La verità è che siamo ancora in fase di cronaca, la storia è in divenire e non abbiamo tutti i dati che ci servono per dare un nome a questa cosa qui che sta succedendo negli Stati Uniti. Da un lato è inequivocabilmente una deriva autocratica, dall’altro si può ancora fare affidamento su espressioni di democrazia come il voto del popolo. A fine anno, dopo le elezioni di metà mandato, quando sapremo cosa ne avrà fatto Trump, avremo qualche dato in più.
Agli Stati Uniti, d’altra parte, estendiamo sempre con piacere il beneficio del dubbio: se i fatti in oggetti avvenissero in un Paese che non è la più ricca e potente democrazia occidentale, è probabile che a quest’ora ne avremmo già aggiornato la definizione sui libri di storia. Se le lezioni di storia nelle scuole del Paese non spacciassero propaganda su presunti eccezionalismi o supremazie rispetto al resto del mondo, può essere che la proporzione di un articolo che dichiara il governo di Trump fascista (The Atlantic) a tre che invece trovano l’aggettivo esagerato e confidano nella tenuta della “democrazia più antica del mondo” (Silver Bulletin) sarebbe invertita.
Vi invito però a fare molta attenzione a non sovrapporre la confusione della gente e l’idea che “la loro vita va avanti” con delle forme di indolenza.
“Perché sembra che il popolo statunitense non faccia niente per impedire quello che sta accadendo?” e “Perché non si ribellano?” sono altresì domande che ricevo frequentemente. Ve lo dico con certezza: il popolo statunitense che è consapevole della storia in atto non è indolente — ma non può neanche “ribellarsi”, non nel senso che a volte auspichiamo. Per capire perché bisogna guardare all’altra metà del popolo statunitense: quella che nella storia in atto non vede nulla di male.
Ne parleremo la prossima settimana, nella seconda parte di una riflessione che ero convinta avrei esaurito oggi (il titolo originale di questo pezzo era proprio “Ribellarsi”, prima che prendesse una direzione inaspettata), ma ha preteso anche lo spazio del prossimo numero.
Una sveglia vera e non quella del cellulare, che da qualche mese non dorme più di fianco a me ma in un’altra stanza, così che non è più la prima cosa che prendo in mano e a cui mi dedico quando apro gli occhi. Fa una differenza enorme!
Una meraviglia statunitense di cui un giorno parleremo.





A Marghera, nella scuola elementare Visentini c'era un aula museo del ventennio: i quaderni riportano lo stesse eccezzionalismo, lo stesso destino manifesto con mussolini uomo della provvidenza e che le altre nazioni ci invidiano al punto da volerci distruggere ma noi spezzeremo le reni.
È inquietante vederlo scritto da bambini.
Dopo Piazzale Loreto non si insegnano più questi deliri di propaganda, magari nel dopo Trump smetteranno anche lì.
I miei nonni hanno cominciato a lavorare a 8 anni, i ricordi del regime sfumano nello sfruttamento dei padroni.
Cara Enrica, non temere, sei sulla giusta strada e ti ringraziamo per questa tua lucida testimonianza. Affettuosa e umana oltre che lucida, così parli a tutti "in tutto", i.e. a testa, cuore e budelle. BRAVA giovane, sei un magnifico esempio di "globalizzato al meglio".
Mi permetto di usare il plurale, perché son sicuro che in molti vorranno condividere questa "diagnosi".