Il Trump Superstore ha la risposta
Nella merce ispirata a Donald Trump c'è la spiegazione di un successo popolare che con il curriculum politico ha poco a che fare
La capacità di esporsi a manifestazioni del successo popolare di Donald Trump senza provare sofferenza somiglia alla tolleranza al cibo piccante: c’è chi rinuncia in partenza, per disinteresse, presa di posizione o “integrità morale”, e chi invece non solo riesce a sopportare il disagio, ma accoglie di buon grado l’opportunità di farne esperienza.
Da italiana bianca negli Stati Uniti, se impallidisco di fronte a un piatto molto piccante1, godo invece di uno stomaco di ferro in presenza di espressioni della cultura MAGA a cui tante persone statunitensi della persuasione politica opposta si rifiutano categoricamente di esporsi.
Da un lato, si tratta sicuramente delle mie inclinazioni personali e interessi professionali come giornalista e scrittrice: si spera che una chirurga non abbandoni la sala operatoria alla vista del sangue, no? Dall’altro, il non essere una persona statunitense, nata e cresciuta negli Stati Uniti con tutto l’affetto, la cura e il coinvolgimento che comporta, aiuta a osservare fenomeni socioculturali meno piacevoli con un certo distacco emotivo. I miei occhi, il mio stomaco, la mia testa sono protetti da una curiosità scevra della partecipazione personale che, al contrario, interverrebbe di fronte a questioni italiane.
Se viaggiando per la Romagna mi fosse proposto di fare una capatina da Predappio Tricolore, negozio di “souvenir locali” il cui sito web dimora al dominio mussolini.net, la sfida al mio stomaco sarebbe più seria di un pranzo di quattro piadine con la salsiccia, di quelle più spesse che si mangiano nel forlivese.
Quando una cosa fa parte di te — come il tuo Paese di nascita —, il dispiacere di vederla prendere una forma che non riconosci prevale facilmente sulla curiosità di capire perché ha preso quella forma.
È per questo che, durante il nostro ultimo viaggio al mare in South Carolina con la parentela estesa di James, i suoi genitori hanno atteso in macchina mentre la sottoscritta esplorava il Trump Superstore di Myrtle Beach.
La visita nell’orario postprandiale non ha causato problemi di digestione, anzi: ha illuminato la riflessione sulla sempiterna domanda intorno al successo all’apparenza inarrestabile di Donald Trump.
«Com’è possibile?», chiedono moltitudini di persone italiane interrogandosi sul perché, nonostante tutto — nonostante l’incapacità di governare, il curriculum di molestie, il 6 gennaio 2021, le mancate promesse elettorali, le condanne penali, le frodi fiscali, le pagliacciate, le virate in senso autocratico, eccetera, eccetera —, la gente continua a sostenere Trump e votare per lui.
Entrate nel Trump Superstore, e troverete un indizio importante della (complessa, non riducibile a una sola spiegazione) risposta.
Il Trump Superstore di Myrtle Beach non è un’operazione commerciale ufficiale della campagna Trump, né del Partito Repubblicano che l’uomo ha reinventato a sua immagine e somiglianza. Il proprietario, Richard Kligman, lo ha aperto nel 2016 dentro al suo negozio di aquiloni e articoli per la spiaggia, come se ne vedono tanti da queste parti (e in Romagna 🙃), dopo aver notato che sempre più persone entravano alla ricerca di merce marchiata Donald Trump.2 Neanche a tre chilometri a sud, sulla stessa superstrada, Kligman ha poi aperto un secondo Trump Superstore.
La merce di ispirazione MAGA è esposta in una sezione dedicata che occupa la metà del vasto negozio. Magliette, cappellini, bandiere, poster, pupazzi, costumi da bagno, teli da mare, sagome in cartone a grandezza naturale della first lady Melania ricoprono quasi completamente le pareti e l’alto soffitto.
Sul bancone a destra dell’entrata è appeso un espositore di cover per bancomat e carte di credito3: al prezzo di 4,99 dollari, l’acquirente può personalizzare il rettangolo di plastica nel portafoglio con un classico rosso MAGA, espressioni di affiliazione su base identitaria quali Women for Trump e Trump Girl (accompagnato da una scarpa col tacco nei colori della bandiera statunitense) o messaggi come I support ICE e Daddy’s home, dove il volto di Trump è sovrapposto all’immagine della Casa Bianca: la dimora dove il “papi” (vi ricorda qualcuno?) è rientrato.
Un tema ricorrente in vendita al Trump Superstore è il sostegno — la speranza?, la minaccia? — alla rielezione di Trump nel 2028. “Perché l’America non è mai troppo grande”, afferma un adesivo per giustificare un’eventualità che viola apertamente il limite di due mandati presidenziali stabilito dal ventiduesimo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti.
“Riscriviamo le regole”, propone un cappellino che inneggia a Trump presidente nel 2028, mentre un altro (visibile a sinistra sullo sfondo della foto qui sotto), implicitamente, riscrive la realtà: “Trump ha vinto”, con riferimento all’esito delle elezioni del 2020, vinte da Joe Biden ma contestate, senza fondamento, dall’allora presidente uscente Donald Trump.
In vetrina, un cartello pubblicizza la vendita di white privilege cards, finte carte di credito che asseriscono il proprio privilegio di persona bianca: la rivendicazione reazionaria di un concetto negativo che potrebbe anche costituire una proposta interessante, se il privilegio bianco fosse messo al servizio di chi non ne beneficia, ma non è questo il caso. Tutto il contrario: il privilegio bianco viene rivendicato come affermazione prepotente di supremazia sociale, culturale e politica.
È un elemento fondamentale dell’attrattiva che Trump esercita sull’elettorato bianco rurale, alienato dalla narrazione “woke” che ha definito il discorso culturale statunitense degli anni ’10. Non a caso, la tessera del privilegio bianco è l’oggetto più venduto, a 6,99 dollari, in un Trump Superstore del Tennessee.
Il Trump Superstore fornisce un indizio importante della risposta alla domanda «com’è possibile?» perché illustra quanto l’affiatamento per Trump sia innanzitutto un attaccamento alla persona e alla visione identitaria che rappresenta, prima di un sostegno alla figura politica.
Un tipo di consenso così, che ha tanto di intimo e poco di amministrativo, per così dire, è molto difficile da scalfire. L’inettitudine politica di Donald Trump non basta a indebolire il sostengo di tante persone che si ritrovano nell’ideologia MAGA, perché l’ideologia MAGA trascende la mera dimensione politica.
In tempo di Mondiali, sorge spontaneo il paragone con il tifo per una squadra di calcio, così viscerale da sopravvivere a sconfitte e delusioni. Quantə di noi hanno smesso di tifare Italia da quando gli Azzurri hanno smesso di qualificarsi ai Mondiali? Pochissime persone, penso.
Ecco: molte espressioni del consenso a Trump ricordano l’attaccamento emotivo per un colore sportivo, più che l’adesione razionale a un programma politico da cui deriva l’aspettativa che il governante agisca con responsabilità e rettitudine.
Negli Stati Uniti, la merce promozionale (swag) di stampo politico è un’usanza tanto vecchia quanto la democrazia che promuove: gli oggetti più antichi risalgono alla cerimonia di insediamento del primo presidente George Washington, nel 1789. All’inizio si trattava soprattutto di nastri, spille e distintivi da appuntare sulla giacca; nel ventesimo secolo, sull’onda del capitalismo da libero mercato, la produzione di merce elettorale ha raggiunto picchi di creatività quali il pettine di “LBJ For The USA” (Lyndon B. Johnson, 1968) e la pallina da golf di Bush Quayle ’92.
La funzione dell’oggettistica elettorale è, primariamente, pubblicitaria. È il motivo per cui la campagna di Donald Trump non ha particolare interesse a perseguire legalmente produttori e rivenditori di merce non autorizzata, che porta il suo nome senza portargli profitto. Il New York Times riferisce che la Trump Organization ha inviato diffide ad alcuni commercianti online e intentato una causa contro dei rivenditori in Asia. In generale, tuttavia, il costo invisibile di rimuovere gli articoli non ufficiali dal mercato, in termini di immagine e notorietà, è maggiore del ricavo non realizzato.
La merce politica promozionale è anche un importante strumento di raccolta fondi per finanziare la campagna elettorale, purché in questo caso sia autorizzata e venduta tramite canali ufficiali, come il sito web o un evento della campagna. Trattandosi di una donazione politica, solo persone cittadine o residenti permanenti degli Stati Uniti possono acquistare political swag in questa maniera, e il suo commercio è soggetto a regolamentazione da parte della Federal Election Commission, l’autorità federale che sovrintende alle leggi sul finanziamento delle campagne elettorali.
Nel 2008, la prima campagna presidenziale di Barack Obama ha raccolto 37 milioni di dollari grazie alla vendita di articoli promozionali ufficiali. È difficile trovare dati sui ricavi dalla merce ufficiale delle tre campagne elettorali di Trump, ma pare che la vendita del solo cappellino rosso nel solo 2016 abbia generato un introito di 29 milioni di dollari (ottantamila al giorno).
Infine, la merce elettorale svolge una terza funzione, che è, a mio avviso, ciò che la rende un’esperienza singolarmente statunitense e perlopiù estranea alla società italiana. Negli Stati Uniti, la merce politica promozionale è espressione di identità in senso molto più profondo del solo orientamento politico.
Come scrivevo un anno fa su Jefferson - Lettere sull’America, nella società statunitense la differenza tra chi sono e chi voto è pressoché inesistente. Ritengo che gli Stati Uniti siano un Paese “più politico” dell’Italia, ed è questo che intendo: l’intreccio tra dimensione politica e sfera personale definisce l’identità individuale in maniera più decisa, secondo me, di quanto accada in Italia.
È per questo che sulle piazze italiane, durante un comizio o una manifestazione, al massimo sventola qualche bandiera di partito, ma la folla non esibisce cappellini con scritto “Meloni 2027”; né per le strade della Penisola circolano auto con adesivi di sostegno a “Schlein a Palazzo Chigi” incollati al paraurti — e negli Stati Uniti, invece, esistono decine (almeno quaranta, stima il New York Times) di negozi dedicati esclusivamente al commercio di cimeli ispirati a Donald Trump.
L’enorme giro d’affari intorno all’immagine di Donald Trump, più di qualsiasi altro presidente degli Stati Uniti, simboleggia un consenso verso la persona del governante ancora più accentuato in un contesto politico dal carattere già fortemente identitario e personale.
È il famoso culto del leader, come quello postumo che accompagna la figura di Benito Mussolini: “Duce sei sempre nel mio cuore”, si legge su mussolini.net, il sito del negozio “di souvenir” Predappio Tricolore, scritto con tutta probabilità da una persona che ai tempi del duce non era neanche nata. Le malefatte del duce sono irrilevanti, quando l’uomo appartiene addirittura al tuo cuore.
L’amore per il leader che trascende il significato, il valore e l’eredità delle sue azioni: questo si respira durante una visita al Trump Superstore, ed è un indizio fondamentale per rispondere alla domanda (complessa, non riducibile a una sola spiegazione) «com’è possibile?».
A questo proposito, la settimana scorsa, atterrati all’aeroporto Dulles di Washington D.C. per un matrimonio di famiglia in Virginia, ci ha accolto la pubblicità dell’evento organizzato nel giardino della Casa Bianca per commemorare i 250 anni dell’indipendenza degli Stati Uniti: un combattimento di arti marziali miste.
L’evento si è tenuto con venti giorni di anticipo, visto che il compleanno degli Stati Uniti sarà il 4 luglio. Il 14 giugno, però, ricorreva un altro anniversario tondo tondo: gli ottant’anni del presidente Trump.
Un’occasione come un’altra per identificare lo statista con lo stato.
Oggigiorno, rido a pensare che in Italia l’olio piccante sulla pizza pare un azzardo.
Non ho avuto occasione di intervistare Kligman durante la mia visita, ma lo ha fatto di recente il New York Times.
Proprio così: si tratta di adesivi da applicare sulla carta in maniera del tutto innocua e legale, lasciando libero solo il chip.










