Il diner gratuito che racconta i tempi moderni a Minneapolis
In risposta alla violenza del governo federale in Minnesota, un ristorante ha deciso di eliminare i prezzi dal menù - e ha guadagnato più denaro di prima
Nella zona sud di Minneapolis, a tre isolati da dove un agente di ICE ha ucciso Renee Good, sei isolati da dove un agente di polizia ha asfissiato George Floyd e sei minuti di macchina da dove un altro agente di ICE ha ucciso Alex Pretti, si trova un ristorante che, come forma di cura per la comunità e resistenza ad amministrazioni federali, statali e locali che, secondo il proprietario, «non fanno nulla per protegger[la]», da qualche mese è diventato completamente gratuito.
Chi vuole e può farlo ha la possibilità di lasciare una donazione libera in cambio del pasto consumato e, separatamente o in alternativa, una mancia che viene divisa equamente tra tutto il personale.1
«Stiamo vivendo un momento storico», Dylan Alverson, proprietario di Modern Times, mi ha detto seduto a un tavolo all’entrata del diner. «Ho pensato che, se non ci eleviamo a una posizione di resistenza, lo rimpiangerò per tutta la vita».
Da quando, a gennaio, Modern Times è passato al modello gratuito basato su donazioni — e si fa perciò chiamare Post-Modern Times — il diner all’angolo tra Chicago Avenue e East 32nd Street ha guadagnato il 30% in più dell’intero anno scorso, grazie soprattutto all’attenzione che Minneapolis ha ricevuto sui social media durante l’operazione anti-immigrazione del governo di Donald Trump. La paga oraria del personale è aumentata in media del 28%. Alverson stima che entro fine anno porterà a casa il doppio dello stipendio rispetto all 2025. Se tutto va bene, presto potrà permettersi di offrire l’assicurazione sanitaria al personale dipendente — per la prima volta nei quindici anni di vita di Modern Times.
«Viviamo in un’economia fascista», ha detto Alverson all’inizio di un’intervista lunga quanto una partita di calcio. «La bilancia pende così a sfavore della classe lavoratrice che non possiamo avere successo, specialmente nelle piccole imprese. L’economia non sostiene questo modello di business. Ho esaminato ogni aspetto della mia attività, tranne lo sfruttamento del personale, e i conti non tornano».
Intervisto Alverson alle otto di un giovedì mattina, un’ora prima dell’orario di apertura di Modern Times. Prima di accomodarci al tavolo di fianco all’entrata, Alverson mi chiede se voglio un caffè. Mentre lo prepara, mi racconta che ha tre figlie, due adolescenti e una di poco più di vent’anni che ha avuto molto presto con una prima moglie, recentemente deceduta per un’overdose di fentanyl.
Nato e cresciuto nelle campagne del Wisconsin, in una fattoria su una «strada sterrata in mezzo al nulla» a dieci miglia (16 km) dalla cittadina di Luck (mille abitanti), Alverson ha 46 anni, gli occhi piccoli e ravvicinati, i capelli castani incolti e l’orecchino al setto nasale. Indossa una maglietta nera con Snoopy sul taschino, da cui spuntano braccia vistosamente tatuate. Raccontandomi le circostanze della sua vita, tra cui un papà congedato con demerito2 dall’Aeronautica militare per possesso di droghe, Alverson mi spiega di essere «nato strano» (a freak): «Non esistevo molto bene nel Wisconsin rurale», ha detto.
È proprio nella fattoria di famiglia, però, che Alverson ha scoperto l’amore per il cibo e cominciato a coltivare la passione per una cucina pulita, legata al frutto della terra e libera da ultra-lavorazioni industriali. A quindici anni ha iniziato il primo lavoro in un ristorante. Non ha fatto l’università e a venticinque anni ha aperto il primo ristorante, a Seattle. Nel 2011, con i proventi della vendita di un negozio di biciclette che nel frattempo aveva gestito sempre nello stato di Washington, Alverson si è trasferito a Minneapolis e ha aperto Modern Times, con l’aiuto della comunità locale e l’intento di rifletterla nella cucina, nell’atmosfera e nell’impegno sociale nel quartiere.

Ero già stata da Modern Times il giorno prima, per pranzo, appena atterrata a Minneapolis. Il diner era così pieno che avevo atteso una ventina di minuti prima che si liberasse un tavolo.
«Soak it in» (immergiti, goditi la scena), mi aveva detto Alverson, che avevo contattato la settimana prima tramite email. Era venuto a presentarsi dopo che la mia cameriera, Adrien, lo aveva avvisato del mio arrivo.
Commensali di tutte le età, etnie ed estrazioni sociali affollavano la sala principale, uno spazio eclettico e vivace arredato con séparé, tavolini e sedie in legno, le pareti verde acqua e il soffitto a scacchiera in diverse tonalità di rosso. Ai lunghi tavoli di legno all’esterno e nell’anticamera del ristorante sedevano diverse persone il cui aspetto suggeriva una mancanza di dimora stabile. Di fronte a loro, abbondanti porzioni delle specialità da colazione del menù, cucinate con il frutto delle fattorie locali e attente a tutte le preferenze alimentari: ogni piatto può essere preparato in versione carnivora, vegetariana o vegana.
Ho ordinato un Southside Hash, un energico piatto da colazione a base di patate sminuzzate (hash browns) ricoperte di chorizo, verdure, formaggio e uova cucinate a piacere. Era enorme, e buonissimo. Se volevo, il pasto che sicuramente mi avrebbe tenuta sazia fino a cena avrebbe potuto essere anche gratuito.
Non volevo. Per quanto nessuna persona dello staff chieda mai alla commensale se preferisca pagare oppure no — Modern Times è un ristorante gratuito a donazione libera: non è nello spirito dell’iniziativa sollecitarne una, e spetta alla commensale esprimere il desiderio di offrirla —, dalla mia posizione socioeconomica sentivo che fosse non solo ragionevole, ma anche moralmente necessario lasciare una donazione.
«Chi può permettersi di pagare paga anche per chi non può permetterselo», mi ha sorriso Adrien, enunciando questo principio come se fosse la legge morale più scontata e naturale del mondo. E, infatti, non dovrebbe esserlo?
Ho appoggiato la carta di credito sul portale che Adrien mi ha allungato. Senza pensarci due volte, ispirata dall’impeto di bontà, generosità e giustizia che ho sentito immergendomi nella scena, per un pasto gratuito ho pagato un prezzo maggiore di quanto avrei speso in un ristorante “normale”. Sullo schermo che mi chiedeva se volevo lasciare una mancia, ho pigiato il pulsante “altro” e digitato la stessa cifra di prima, ovvero una mancia del 100% (lo standard è 20%).3
Mentre pagavo per aver scelto di pagare, Adrien mi ha raccontato che la genesi di Post-Modern Times risale ai giorni di inizio gennaio in cui ICE ha ucciso Renee Good a soli tre isolati dal diner: «Dylan è corso a vedere cosa stava succedendo. Quando è tornato, ci ha detto: “Chiudiamo”. Avevamo di meglio da fare che servire hash browns. Siamo andati a protestare per il resto della giornata».
La mattina dopo, riflettendo sul compito di Modern Times laddove la violenza istituzionale per le strade della città era tale per cui «sembrava che stesse per scoppiare una guerra», Alverson ha deciso di offrire un’opzione gratuita in aggiunta al modello tradizionale a pagamento.
Nutrire la gente a prescindere dalle facoltà individuali di accesso al cibo, portare pasti a domicilio a persone immigrate chiuse in casa per paura di ICE, trasformare le mura del ristorante in un rifugio per una comunità traumatizzata dalla violenza del governo federale: non poteva che essere questo il compito di Modern Times nella «situazione di vita o di morte», mi ha detto Alverson, in cui si è ritrovata Minneapolis e specialmente il quartiere dove si trova il ristorante.
«Chiunque abbia assistito alle interazioni di ICE in città è statə immediatamente radicalizzatə», ha continuato Alverson. «È stato così violento. È stato così brutale».
La decisione di eliminare i prezzi dal menù e abbracciare il modello gratuito basato su donazioni è arrivata dopo l’omicidio di Alex Pretti, a fine gennaio.
«Il giorno in cui Alex Pretti è stato ucciso mi sono sentito così presente, ho sentito così chiaramente quello che dovevo fare», mi ha raccontato Alverson mentre un cameriere ci offriva un altro giro di caffè. «Quella sera l’ho detto a mia moglie, che mi ha risposto: sei matto!».




