Cartellino rosso, bianco e blu
La telefonata di Donald Trump a Gianni Infantino ha concluso con amarezza la performance della nazionale statunitense ai mondiali di calcio maschile
Per oggi, avevo pianificato e in parte scritto un pezzo completamente diverso (che a questo punto uscirà la prossima settimana). Poi, ai Mondiali è successa una cosa. Questa cosa ha a che fare con Donald Trump e con il posto degli Stati Uniti nel mondo. Questa cosa mi ha colpito così tanto che, visto il tema generale di questa pubblicazione, ho deciso di azzardare un commento (il mio commento: quello di altre persone può essere diverso, e accettiamo di non essere d’accordo!).

Non sono un’esperta di calcio, né lo seguo nel corso delle normali stagioni di gioco. Se vi sorprende che stia parlando così tanto di pallone durante quest’estate di mondiali1 (da una come me, forse, vi aspettereste che nel 1966 avessi tifato per la Corea come i protagonisti de La meglio gioventù?), qui racconto di come e perché, invece, i grandi tornei internazionali mi appassionano da quando ero bambina.
La sera di lunedì 6 luglio, a notte fonda in Italia, gli Stati Uniti sono stati eliminati dal mondiale di calcio maschile di cui sono una delle tre nazioni ospitanti insieme a Messico e Canada. Hanno perso 1-4 contro il Belgio agli ottavi. Curiosamente, è lo stesso risultato che gli Stati Uniti hanno inflitto al Paraguay nella partita di esordio, incendiando i cuori della tifoseria e promettendo di regalare al Paese un’esperienza finora inedita: la competitività e il relativo successo della propria nazionale ai mondiali di calcio maschile.
Si stavano finalmente divertendo, le persone statunitensi, tra cui tante amiche e amici, a tifare per la loro squadra sui campi di pallone del loro stesso Paese, a volte della stessa città. Stavano finalmente provando la gioia di festeggiare non un gol contro la squadra che poi avrebbe vinto il torneo, ma undici in quattro partite: almeno due a partita, come mai nella storia. Era finalmente arrivato anche il loro momento, a tal punto che tanta gente si è chiesta se in fondo non potessero anche loro vincere la coppa. Con il beneficio ulteriore di giocare di casa, le persone statunitensi facevano bene a godersi la trepidazione e l’aspettativa.
Alla vigilia degli ottavi contro il Belgio, gli Stati Uniti erano i favoriti per la vittoria. Il Belgio si era trascinato fin qui per il rotto della cuffia, limitandosi a phone it in: l’espressione idiomatica inglese che letteralmente significa “fare una telefonata” per esprimere il senso figurato di “lavorare il minimo indispensabile” (in italiano potremmo tradurre con “limitarsi a timbrare il cartellino”).
E invece il Belgio ha vinto con abbondanza, e gli Stati Uniti sono usciti male — peggio di quello che avrebbero onestamente meritato visto il percorso fino a questo punto della competizione.
E il mondo intero ha espresso vivi rallegramenti. «L’ultima volta che così tante persone hanno esultato per una resistenza belga», ha scritto un’editorialista del Guardian, «era il 1914 e i tedeschi avevano appena attraversato la Mosa».
Perché nel frattempo, a mo’ di Berlusconi che ama il suo Paese nel 1994, in campo era sceso Donald Trump.
«È stato un vero peccato uscire così», ha reagito la mia amica Misa per messaggio; Misa è una grande amante dello sport, segue regolarmente football e basket, e quest’estate per la prima volta si era fatta trasportare dal tifo per la sua nazionale di calcio. «Quella testa di cazzo di Trump ha completamente rovinato l’atmosfera, ovviamente. Siamo passati da sfavoriti grintosi (scrappy underdogs) a cocchi della maestra perdenti (loser teacher’s pet)».
Il giorno prima di Stati Uniti-Belgio, informato di un dubbio cartellino rosso al centravanti Folarin Balogun durante la partita dei sedicesimi contro la Bosnia, in uno sfoggio di prepotenza da America prima di tutto e tutti Trump ha telefonato a Gianni Infantino, il presidente della FIFA con cui mi vergogno di condividere la nazionalità italiana, chiedendo di annullare la sospensione di Balogun.
Ironicamente, Balogun è cittadino statunitense per puro caso, proprio grazie allo ius soli recentemente confermato dalla Corte Suprema nonostante il tentativo di Trump di limitarlo. Quando la madre di Balogun era incinta di sette mesi, si recò in visita con il padre da Londra a New York; al ritorno, visto lo stato di gravidanza avanzato, la compagnia aerea si rifiutò di imbarcare la donna, che partorì negli Stati Uniti un figlio automaticamente americano. Balogun è poi cresciuto in Inghilterra senza legame alcuno con gli Stati Uniti: il tipo di cittadino di cui Trump farebbe volentieri a meno — finché non diventa l’attaccante più prolifico della nazionale statunitense ai mondiali casalinghi.
Per quanto riguarda la gravità del fallo di Balogun, lascio qui il video. Vedete e giudicate voi se non avete ancora visto; l’arbitro stesso ha invocato il VAR per prendere una decisione. Può anche essere che l’espulsione sia stata esagerata: ma quante volte succede nel calcio? Quante decisioni sbagliate sono state prese nella storia di questo sport (e di tutti gli sport) che chiunque sostenga una squadra deve per forza mettere in conto? Quanti falli non dovevano tramutarsi in rigori; quanti invece avrebbero dovuto. Quante mani al posto sbagliato nel momento giusto. Quanti gol in fuorigioco; quanti fuorigioco senza esserlo.
C’è chi sostiene che il VAR, nel tentativo di rendere la competizione più giusta, abbia tolto poesia, magia e spontaneità a un gioco che vive di sorprese, imprevisti ed emozioni — molto spesso negativi. Va messo in conto. Non mi risulta che ribaltare una decisione arbitrale, pur se ingiusta, sia prassi diffusa dopo la conclusione di una partita. Si ingoia il rospo, si rilascia qualche intervista, si scrive qualche editoriale, si pubblica qualche meme e si va avanti.
Ma Trump questo non lo sa, come lui stesso ha ammesso nel clamoroso autogol con cui ha risposto alla giornalista che gli ha chiesto di confermare la telefonata a Infantino:
«Non sapevo cosa significasse [un cartellino rosso]. Non pensavo significasse molto. Poi ho iniziato a sentire che significa che non puoi giocare nella partita successiva. Ho detto, wow, se fosse successo a un altro giocatore, ma quando si prendono il tuo giocatore migliore […] e dicono che non può giocare… È davvero ingiusto. Come puoi penalizzare qualcuno per una partita che non è ancora stata giocata? È davvero ingiusto. Non puoi farlo. Quindi, sì, ho chiesto una revisione alla FIFA».
A cui ha fatto seguito, nella stessa stanza della Casa Bianca, un altro sensazionale autogol firmato Ted Cruz, senatore del Texas: «A nome di tutti gli americani», ha detto Cruz, «grazie per aver levato di mezzo quel ridicolo cartellino rosso».
Come se fosse normale.
Testate conservatrici come Fox News si sono affrettate a precisare, non senza qualche frecciatina ai cori di sdegno che si sono levati in Europa e nel resto del mondo, che esiste un recente precedente illustre: a novembre 2025, la FIFA aveva ribaltato la sospensione da cartellino rosso che Cristiano Ronaldo aveva rimediato durante le qualificazioni, che gli avrebbe impedito di giocare le prime due partite dell’ultima edizione dei mondiali della sua carriera.
Non nutriamo dubbio alcuno, anzi, sappiamo per certo che la FIFA è un organismo alimentato da corruzione, favoritismi e sete di denaro (da cui le “pause idratazione” per estinguerla). Ma non si può parlare di precedente in senso stretto: non risulta che il presidente del Portogallo abbia composto il numero di Gianni Infantino per influenzarne le decisioni, così come non risulta che la FIFA avrebbe rivisto la sospensione di Balogun se non avesse ricevuto la telefonata di Trump. Il trattamento di favore riservato a Ronaldo è un problema della FIFA; il trattamento di favore riservato a Balogun è un’ingerenza di un governo politico nello svolgimento di una manifestazione sportiva teoricamente indipendente durante la manifestazione stessa, con effetto immediato sulla sua evoluzione.
Quest’ultimo è un punto cruciale, per cui è difficile digerire il fatto che, come ha scritto The Athletic, «La maggior parte dei fan statunitensi ha festeggiato la decisione. […] La reazione prevalente è stata di trionfo e giubilo». Ma di cosa stiamo parlando? Avrebbe senso pensare e scrivere cose del genere se la revisione ed eventuale ribaltamento di una sospensione da cartellino rosso fosse normale prassi, ma non lo è. E se non lo è, e se la revisione è avvenuta proprio perché Trump ha chiamato Infantino, non capisco come si possa parlare di trionfo senza condonare in qualche modo la perversione dei fatti in questione.
Se c’era un motivo per cui dovevamo temere il mondiale in casa di Donald Trump, era proprio questo. Era solo questione di tempo prima che il quarantacinquesimo e quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti entrasse in campo a gomitate, come è solito fare in tutto il mondo. Se di solito, in qualche modo, riesce a farla franca, a questo giro invece ha rovinato tutto e subito per la nazionale maschile di calcio del suo Paese.
C’è chi lo chiama karma, c’è chi invoca l’ira funesta degli dei del calcio, c’è chi si attiene ai fatti e riconosce che lunedì sera, nei piedi del Belgio — che, ricordiamo, fino a quel momento aveva appena timbrato il cartellino — c’erano un intento, una determinazione e una foga diversi; che i piedi degli Stati Uniti invece si muovevano in maniera più trasandata, incerta, approssimativa. E che forse non sarebbe andata così, se alla nazionale statunitense fosse stato concesso di operare libera con le sole sue forze, in un ambiente pulito e incontaminato dall’ingerenza di un tiranno che dice di scendere in campo per amore del suo popolo e di una definizione distorta di giustizia, e finisce solo per causarne la caduta.
Non serve tifare, né simpatizzare per gli Stati Uniti per sostenere che non si meritavano di uscire così sulla base del solo merito sportivo. Il bilancio della performance sui campi di casa è assolutamente positivo, ma questa non è un’eliminazione a testa alta come quella del Messico contro l’Inghilterra.
«È una vergogna. Trump non sarebbe mai dovuto intervenire. È come se avesse maledetto la squadra», mi ha scritto un’altra amica. «Probabilmente avremmo perso comunque, ma avremmo giocato meglio e il mondo non avrebbe riso di noi».
Il presidente degli Stati Uniti ha rovinato la festa degli Stati Uniti.
È una vicenda che colpisce molto, per la ricchezza delle metafore a cui si presta. Quale immagine più eloquente dell’era di Donald Trump, che la maniera in cui gli Stati Uniti sono stati eliminati dal loro stesso mondiale.
E poi, mi piace ritagliare un poco di spazio per la voce di una donna in un dominio tradizionalmente riservato ai maschi, soprattutto in Italia.



Oltre a quanto da te elencato, non dimenticherei che anche Salvini ci ha messo del suo quando, mi pare fosse proprio per i festeggiamenti del 250esimo anniversario, ha commentato che fra gli Stati Uniti e Bruxelles il suo cuore sarebbe stato chiaramente con Washington, chiosando un "god bless america" fotonico. E tutti sappiamo che quando Salvini augura qualcosa, succederà ESATTAMENTE l'opposto.
Il calcio è complesso: il solo sport (?) - che seguo intensamente da bambino, preoccupandomi di tutto ciò che gli è connesso - in cui affiorano più sentimenti e molti contrastanti, non in un singolo elemento ma in un team e questo non è controllabile. Velocità diverse, pensieri sparsi, compagne lasciate a casa, macchine fuori posto, inimicizie tra calciatori e così via, quasi assenti in altri sport (pallavolo, pallanuoto, basket) in cui le azioni richiedono concentrazione massima perché da definire in un breve lasso di tempo. La passività statunitense è dovuta non solo all'approccio belga ma anche all'imbarazzo dei calciatori per essersi sentiti favoriti. Gli stati d'animo in 90 minuti cambiano continuamente ma se stai giocando ed interiormente pensi alla tua lealtà - qualcosa di sempre presente negli sportivi, con qualche eccezione, s'intende - l'inerzia della gara propenderà per la sconfitta. Il pallone è misterioso e diabolico e Trump, proprio perché non lo conosce, ha fatto un pasticcio: impossibile o quasi giocare avendo il mondo completamente contro. La cittadinanza italiana di Infantino è solo per discendenza. PS non dominio maschile, eh. Donne in minoranza ma ci sono eccome. Magari potresti scrivere ancora del calcio statunitense...