Il Mondiale degli statunitensi che hanno il pane ma non i denti
Il capitalismo degli Stati Uniti non è pronto per la perdita di produttività che deriva dall'ossessione per la propria nazionale maschile di calcio durante i mondiali

A mezzogiorno e un quarto ora legale del Pacifico di venerdì 19 giugno, sul campo del Lumen Field di Seattle, nello stato di Washington, la nazionale maschile di calcio degli Stati Uniti ha segnato il primo di due gol di una vittoriosa partita dei mondiali contro l’Australia.
Sono uscita sul balcone di casa per una rilevazione scientifica del rumore ambientale causato dal gioioso evento: nulla di ragguardevole.
Niente urla, niente persone che sventolano la bandiera a stelle e strisce dai porch (la versione statunitense dei nostri balconi e finestre), nessuna variazione del suono degna di nota rispetto al normale livello di un venerdì pomeriggio che, il 19 giugno, era pure un giorno di festa federale: Juneteenth, la commemorazione dell’abolizione della schiavitù, che in un certo senso sta alla comunità afroamericana come il 4 luglio sta alla “indipendenza” delle persone bianche.
Hai la fortuna che la tua squadra gioca in un giorno di festa nazionale, e non guardi la partita? Le malelingue (tipo la mia) addirittura sospettano che non si sia trattato di una coincidenza, ma che il Paese ospite abbia manovrato la programmazione per minimizzare il rischio che il popolo di formiche sottragga più ore al travaglio usato di quante già preventivate dal giorno di festa.
E dire che, durante le recenti finali del campionato di basket dell’NBA (vinto dai New York Knicks per la prima volta dal 1973: un’impresa di grande risonanza mediatica e valore per la storia dello sport statunitense), dagli appartamenti del mio condominio si levavano continuamente urla e schiamazzi, e questo a Boulder, in Colorado, che dista millecinquecento chilometri da San Antonio, in Texas (la squadra avversaria dei Knicks) e tremila da New York.
È come se in Italia, nel 2006, lo scudetto dell’Inter avesse animato la nazione più della coppa del mondo alzata da Fabio Cannavaro (ok, chi tra di voi si intende veramente di calcio e sport, al contrario di me, penserà che sto assecondando troppa fantasia con questi paragoni, ma cercate di stare al, ehm, gioco).
Chi ha il pane non ha i denti, ho scherzato con amiche e amici (in inglese suona bene: those who have bread do not have teeth, those who have teeth do not have bread).
Lungo la penisola, piazze pronte ad accogliere tifoserie festanti ed esperte a reggerne il peso languiscono vuote; finestre e balconi disadorni di tricolori; strade spogliate del sacro silenzio che sancisce l’orario di quella frase che è così universalmente italiana (nel bene e, spesso, nel male) che la povertà lessicale non ne inficia mai la comprensione: “c’è la partita”.
Negli Stati Uniti, invece, il privilegio di giocare e addirittura fare gol (sei volte, finora!) incontra palati impreparati e incapaci di gustare e cogliere un’occasione di esaltazione e gioia condivisa.
Non è del tutto vero, in realtà. Niente a che vedere con l’Italia, ma da città come New York, Chicago e San Francisco, con quartieri a maggiore densità abitativa dove il suono riverbera più veloce e più forte, mi dicono che durante le partite degli Stati Uniti i bar si riempiono e la gente si agghinda, tifa ed esulta a gran voce quando la loro nazionale fa gol.
Non capita spesso di vivere nel Paese che ospita i Mondiali di calcio maschile. L’ultima volta che mi è successo era il 1990, e a ricordarmelo esiste solo un video (credo che allora li chiamassimo “filmini”) girato da mio nonno Fulvio:
Nel 2026, però, il Paese ospitante in cui vivo non coincide col Paese per cui tifo, che con le sole sue forze non si è qualificato. Se l’Italia avesse partecipato al torneo, avrei provato ad andare a vedere una partita dei gironi. Avrebbe sicuramente comportato una trasferta: Denver non è stata scelta tra le città statunitensi ospitanti, che sono undici e più del doppio delle messicane e canadesi messe insieme. A Messico e Canada, ospiti del torneo tanto quanto gli Stati Uniti, sono spettati solo tre e due stadi rispettivamente.
Mi sembra che, per quanto riguarda gli Stati Uniti, i Mondiali casalinghi del 2026 si svolgano all’intersezione di tre eventi fondamentali, due dei quali giustificano il maggiore interesse della popolazione rispetto alla precedente edizione casalinga del 1994. In quell’occasione, addirittura, un editoriale di USA Today sostenne che «odiare il calcio è più americano della torta di mele».
Innanzitutto, la nazionale maschile di calcio statunitense (qui la chiamano USMNT, che sta per United States Men’s National Team1) fa oggi sfoggio di un livello di qualità maggiore rispetto al passato. Da storicamente poco più che irrilevante rispetto alle grandi potenze europee e sudamericane, la squadra che non vinceva due partite di fila ai mondiali dalla prima edizione del 19302 è finalmente riuscita di nuovo nell’impresa la settimana scorsa, qualificandosi facilmente ai sedicesimi di questa edizione allargata.
Poi, l’ubiquità e l’influenza dei social media nel propagare la risonanza culturale dell’evento da un angolo all’altro del mondo. Nel 1994, il popolo statunitense non disponeva in massa di piccoli schermi su cui appurare come il torneo che stavano per ospitare avrebbe catalizzato l’attenzione del resto del globo terraqueo. Mi colpì sentire il commento di una collega statunitense sui festeggiamenti in Argentina per la vittoria del 2022: sembrava che non sapesse che è sempre così che si festeggia la vittoria a un mondiale.3 Beh, ora lo sa, ora lo sanno.
E ora lo vogliono.
È incredibile quanto velocemente due belle vittorie contro Paraguay e Australia (senza offesa) abbiano ammaliato il popolo a tal punto da credere che la loro nazionale potrebbe, addirittura, vincere tutto!
Per carità: non ci scommetterei il mio denaro, ma potrebbe anche succedere — non si sa mai! — e loro fanno bene a crederci e divertirsi e allenare quei denti da latte. Ma questa reazione è degna di nota perché tradisce un tratto saliente della personalità statunitense: l’entusiasmo che è in parte fiducia ottimista e salutare, in parte quieta o rumorosa arroganza dovuta all’abitudine di sentirsi sempre al centro della scena e in cima al mondo intero.
Considerate questo editoriale apparso qualche giorno fa sul New York Times, dal titolo “Gli Stati Uniti sono il futuro del calcio, nel bene o nel male”:
Per decenni, il calcio ha rappresentato un arcano dell’eccezionalismo americano. Cosa servirebbe affinché il Paese più potente del mondo abbracci lo sport più amato dall’umanità? Il cambiamento, a quanto pare, è arrivato lentamente, e poi con una velocità sorprendente, trasformando gli Stati Uniti in una nazione calcistica a tutti gli effetti, nuova e insolitamente influente. È una storia che riserva un colpo di scena esaltante: nel bene e, in maniera forse ancora più rilevante, nel male, non sono tanto le persone statunitensi che hanno fatto ingresso nell’universo del calcio, quanto più è il calcio ad aver abbracciato l’universo dell’America.
Non ho nessuna autorità in materia calcistica per esprimermi sulla veridicità di questa valutazione a firma del giornalista Jody Rosen. Quel che trovo spettacolare è, appunto, la tendenza tutta statunitense a voler sempre ritagliare a tutti i costi, con le unghie, i denti e le sgomitate, nel bene o nel male, un posto per gli Stati Uniti al centro di qualsiasi dominio di interesse umano.
Non ai margini, no: eccezionali e più potenti al mondo, gli Stati Uniti non possono che rivestire il ruolo centrale di “futuro” del calcio. Secondo la narrazione di Rosen, è addirittura stato il calcio a muoversi verso gli Stati Uniti, visto che la montagna non andava da Maometto.
Non basta neanche riscontrare con modestia un incremento di interesse della popolazione statunitense verso il calcio: si salta direttamente alla qualifica di “nazione calcistica”. Quella che non sa neanche a che ora gioca la propria nazionale di calcio, maschile o femminile?
Non so se il capitalismo statunitense è compatibile con la definizione di “nazione calcistica” che vige nel resto del mondo. Giocare e vincere ai mondiali porta soldi, sì, ma anche una significativa perdita di concentrazione e produttività all’orario della partita (nel 2014, Wired Italia stimò un costo di 1,5 miliardi di euro per il PIL italiano durante le tre partite del girone). Negli Stati Uniti, competizioni come il Super Bowl sono interamente organizzate intorno alle pause pubblicitarie a cui il calcio, con i suoi novanta minuti quasi filati, non si presta.
Non è un caso che proprio nel mondiale nordamericano abbiano debuttato le “pause idratazione” durante le partite: con la scusa del benessere dei giocatori, la FIFA ha aumentato la circolazione di denaro per televisioni e sponsor (in Inghilterra, la BBC non trasmette pubblicità durante queste pause).
È altresì vero che, con l’arrivo di questi mondiali, per le strade degli Stati Uniti si respira un’atmosfera di interesse e curiosità verso se non il calcio in generale, almeno la competizione in corso.
Qui entra in gioco il terzo evento fondamentale sullo sfondo del mondiale nordamericano: l’era politica di Donald Trump.
Se il calcio è uno sport di secondo piano negli Stati Uniti (rispetto a football, baseball e basket) e tifare per la nazionale richiede almeno un minimo di orgoglio patriottico, chi non si riconosce negli Stati Uniti di Donald Trump non ha incentivo a diventare fan: «Il calcio non mi importa abbastanza per voler tifare USA e non penso che ce lo meritiamo in questo momento lol», mi ha scritto da Chicago la mia amica Anna. «Quindi scelgo una squadra ogni partita ma non so se tifo per una squadra in particolare». Poi, subito dopo, in un messaggio separato: «Oltre all’Iran che è la mia squadra», seguito dall’emoji 😂
Non è così semplice, in realtà. Le persone statunitensi che seguono il calcio tendono a essere politicamente democratiche più che repubblicane, e molte di loro intravedono nel tifo per una nazionale finalmente più competitiva un’opportunità per rivendicare un orgoglio alternativo a quella fomentato da Trump. «Vorrei che gli Stati Uniti fossero nelle notizie internazionali per qualcosa di positivo», ha riflettuto Anna dopo che la nostra amica Misa ha detto alla chat di gruppo che lei, invece, tifava USA alla grande, in barba alla politica.
«Trump fsho not even watchin soccer ha», ha commentato idiomaticamente Misa: Trump di sicuro non guarda il calcio.
Hmmm.
Quante vittorie serviranno agli Stati Uniti prima che Trump inizi a rivendicarne la paternità e trasformi il mondiale di calcio in un comizio MAGA? Non è grazie a lui, l’artefice di un’America più grande, che l’USMNT è diventato più forte?
Da notare, con approvazione, la scelta di specificare che si tratta della nazionale maschile (men’s) perché esiste anche quella femminile (USWNT) sullo stesso identico piano, perlomeno linguistico (a livello di performance, la nazionale femminile di calcio statunitense è nettamente migliore di quella maschile, nonché una delle migliori del mondo: ha vinto quattro mondiali in 35 anni). In italiano, invece, il maschile ha il beneficio di rimanere sempre implicito, in quanto standard. Sono ben cosciente del perché e capisco che, nel contesto italiano, la strada per la parità di riconoscimento sia ancora lunghissima. Vale la pena di iniziare a fare caso a queste differenze, però.
Ma, come dice scherzando il mio amico Chris, nel frattempo hanno vinto due guerre mondiali di fila.
Ci sono poi persone statunitensi che hanno potuto constatare la portata di questi eventi di persona nei Paesi vittoriosi. Scrive il papà di James il 3 ottobre 1990 dalla Germania, dove la famiglia ha vissuto brevemente per lavoro: «Oggi, la Germania è ufficialmente riunita. In verità, la festa è stata molto più contenuta rispetto a quando la Germania Ovest ha vinto i mondiali…». Quanta innocente incredulità in quei puntini di sospensione…!





Curioso. Io non amo il calcio e non l’ho mai seguito nemmeno da bambino, ma questo punto di vista è effettivamente molto curioso visto dall’Italia 😁