America First, minaccia polisemica
"Prima l'America" in casa ha sempre anche significato "l'America per prima" nel mondo
Poco meno di un anno fa, nell’uscita del 9 aprile 2025, condividevo con voi uno screenshot della curva discendente del 401(k), il mio fondo pensionistico statunitense, nei giorni successivi all’annuncio dei dazi amari di Trump.
Come dicevamo due settimane fa, negli Stati Uniti il compito di “prendersi cura” (ahem) della persona nei momenti di maggiore vulnerabilità spetta non allo stato, ma al mercato azionario (ahem). La pensione elargita dallo stato (social security) è minima: per chi ha abbandonato la forza lavoro per anzianità, la vera fonte di reddito sono gli investimenti nel mercato, tesaurizzati durante decenni di carriera tramite appositi dispositivi quali il 401(k) che, come l’assicurazione sanitaria, sono generalmente offerti dal proprio datore di lavoro (un giorno vi spiegherò come funziona questo sistema).
Seguendo gli umori del mercato, il valore di un fondo pensionistico sale e scende di continuo, spesso impercettibilmente, ogni tanto ripidamente. Quando scende ripidamente, di solito non c’è da preoccuparsi troppo, soprattutto se si è ancora anagraficamente lontana dalla pensione: nell’arco a lungo termine di un’intera carriera, la somma di tutti gli incrementi impercettibili è sempre un’ascesa tangibile (il ritorno medio di un conto 401(k), nei decenni che intercorrono dalla sua apertura al pensionamento, è di circa il 7%).
L’effetto visivo, tuttavia, sa essere sbalorditivo, ed è un dato affascinante da osservare per valutare la portata positiva o negativa degli eventi geopolitici in corso. A esattamente un anno dalla discesa dovuta ai dazi, dopo essersi ripresa nei mesi successivi, la curva del mio 401(k) ha virato nuovamente in picchiata a causa della nuova guerra di Trump in Iran e il conseguente aumento del prezzo dei carburanti in tutto il mondo.
Ecco l’andamento della curva negli ultimi sei mesi (il saldo del conto non compare nello screenshot):
Dal 28 febbraio a oggi, il valore del mio fondo pensionistico è diminuito del 7,5%: un solo mese ha bruciato i guadagni dei tre mesi precedenti.
Per i motivi di cui sopra, io personalmente non ho ragione di preoccuparmi: quei soldi sono parcheggiati lì e continueranno a salire e scendere per altri tre decenni, come i vostri contributi siedono nelle casse dello stato italiano in attesa della vostra pensione. Ma poco importa che “tanto il mercato oscilla per natura”: c’è poca natura e, al contrario, tanto inopportuno artificio, nella decisione dell’amministrazione Trump di attaccare l’Iran insieme al governo Netanyahu. La picchiata dei mercati è il frutto delle intenzioni ben precise di uomini spregiudicati: non ce n’era bisogno, e si poteva evitare.
Si poteva evitare, ad esempio, di costringere persone il cui lavoro dipende dall’utilizzo di un veicolo a pagare 40 dollari più del solito per uno di due rifornimenti di benzina quotidiani: un incremento del 56%, da 3,07 a 4,80 dollari al gallone (da 2,67 a 4,18 euro per 3,7 litri) nel giro di qualche giorno.
Si poteva evitare anche solo per far fede alla promessa che Trump aveva fatto a queste stesse persone — che anche per questo lo avevano votato — di non iniziare nuove guerre e intraprendere su spiagge altrui nuovi presuntuosi tentativi di “cambio regime” destinati ancora una volta al fallimento, e a inasprire la conta di bare coperte da bandiere a stelle e strisce restituite a famiglie il cui dolore è redento solo dalla convinzione culturale che non esiste morte migliore, per un figlio, per una moglie, per un padre, che la morte “per la libertà degli Stati Uniti”.
America first, aveva detto Donald Trump sin dai suoi primi vagiti politici: prima l’America1, innanzitutto le nostre faccende domestiche. Poi, solo se rimangono tempo, attenzione e soldi, l’impegno nel resto del mondo.
Ma la brevità e la flessibilità2 della lingua inglese, che è capace di creare significato con molti meno significanti dell’italiano, rende America first un’espressione polisemica: a seconda del contesto, può voler dire anche “l’America per prima”, sottinteso: nel mondo.
E se, linguisticamente, non esiste soluzione di continuità tra America first nel senso di “prima l’America” e America first come “l’America prima nel mondo”, è perché la distinzione, di fatto, non esiste neanche a livello concettuale e culturale.
Non c’è distinzione per Trump, quando annuncia di voler “restaurare la grandezza della nazione”: “L’America sarà presto più grande, più forte, molto più eccezionale di quanto sia mai stata”, ha detto a gennaio 2025 nel discorso di reinsediamento alla Casa Bianca, proprio per sviluppare il concetto di America first. “L’America si riapproprierà del suo legittimo posto come nazione più grande, più potente e più rispettata sulla terra, suscitando stupore e ammirazione in tutto il mondo”, ha continuato.
Non c’è distinzione per il popolo statunitense, per cui grandezza a casa e grandezza nel resto del mondo si creano, alimentano e rinforzano a vicenda. “Beh, siamo la superpotenza numero uno al mondo”, mi ha risposto il ventenne Austin Rose, studente a Boise State University e presidente della sezione locale dell’associazione conservatrice Turning Point USA, quando gli ho chiesto di spiegare a una persona non statunitense, nata altrove (la sottoscritta), perché lui ritiene che gli Stati Uniti siano un Paese migliore del suo. Austin non ha solo risposto che gli Stati Uniti sono “il Paese più potente” perché “possono dire all’Italia cosa deve fare”, ma ha anche citato con orgoglio la loro storia, la loro capacità di innovazione tecnologica, la qualità di vita migliore di tanti altri posti nel mondo. È tutto insieme: la percezione di eccellenza domestica è inseparabile dal senso di superiorità morale e militare nel resto del mondo.
Non dobbiamo sorprenderci, quindi, se tante persone che hanno scelto Trump per la promessa di un’America al primo posto in senso domestico — promessa foriera di disimpegno nel resto del mondo — non trovano scandaloso che il conflitto in Iran (e non solo) la disattenda. Il mito dell’eccezionalismo statunitense di cui la vita di queste persone è imbevuta si nutre anche della dimostrazione di forza nel resto del mondo.
La polisemia di America first ha sempre reso questa una formulazione ambigua. In questo senso, l’aggressività e la prepotenza con cui Trump sta scombinando gli equilibri geopolitici mondiali non contraddicono la promessa di un ripiegamento degli Stati Uniti su di sé, anzi: lo onorano. Ne sono la naturale continuazione.
L’uomo testé citato per aver pagato 40 dollari più del solito alla pompa di benzina ha votato per Trump ed è favorevole all’intervento in Iran, “necessario per proteggere le persone americane”, ha detto ai microfoni del Washington Post. Il ritornello, che ritrovo spesso anche nelle mie interviste, è che un poco di male nel breve termine sia necessario per poter godere di una prosperità e una grandezza maggiori in un futuro prossimo.
L’ha promesso Trump, dicono.
Post-scriptum: Anche una donna qui e l’intelligenza artificiale
Mi sono resa conto di non aver mai chiarito la filosofia di questa pubblicazione sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la produzione di contenuti editoriali. In realtà la davo per scontata, ma visti i tempi che corrono, è bene esplicitare: tutti i testi di questa pubblicazione (titoli, sottotitoli, didascalie, articolo principale, umile preghiera di iscrizione, email introduttiva di ringraziamento quando vi iscrivete, ecc.) sono il frutto esclusivo della penna (digitale) dell’autrice, me medesima.
Nessun chatbot di intelligenza artificiale (ChatGPT, Gemini, Claude, ecc.) viene mai usato per la scrittura di questa newsletter, né in fase di produzione iniziale, né nelle successive molteplici fasi di revisione.
Ogni tanto mi capita di rivolgermi a un chatbot a mo’ di Google o di dizionario, laddove l’intelligenza artificiale può offrire un’esperienza di ricerca delle informazioni più dinamica e articolata. Ma si tratta di ricerca, appunto, non di scrittura.
Tutto questo non perché io sia più brava più buona più innocente, né perché rifiuti la nuova dilagante tecnologia tout court (ho lavorato per sette anni in una grande azienda tecnologica, con il compito specifico di accompagnare lo sviluppo di prodotti di notizie da una prospettiva umanistica/giornalistica!).
Semplicemente, quando si tratta di scrittura, io non ho nessun interesse a delegare il compito. La tentazione di farmi aiutare dall’AI per velocizzare la produzione di Anche una donna qui non mi ha mai neanche sfiorata: lo voglio fare io, come voglio io, perché mi piace, mi diverte e lo considero un lavoro. C’è chi la pensa diversamente anche se scrive di mestiere; ad esempio, un giornalista ed esperto di creazione di contenuti molto popolare qui su Substack, che si fa aiutare da un chatbot per revisionare la sua newsletter. Per quanto riguarda me, se vi rinunciassi, godrei solo a metà :)
Per tutti i motivi che Alice Orrù ha articolato molto chiaramente sulla sua Ojalà, sono generalmente contraria all’utilizzo del generico “America” come sinonimo di Stati Uniti. L’America è dall’Argentina all’Alaska, come saggiamente dice Ana, la mia cara amica brasiliana; se gli Stati Uniti si sono arrogati il toponimo, è perché sono, appunto, arroganti. Nel discutere “America first” e tradurlo in italiano, però, mi sembra opportuno rimanere fedele alla lettera del linguaggio di Trump, senza che si creino contraddizioni, proprio per veicolare la prepotenza del messaggio.
Tranne quando ci costringe al soggetto espresso obbligatorio, che per forza di cose irrigidisce la sintassi. In italiano, invece, la possibilità di sottintendere il soggetto (resa possibile dalla complessità del nostro sistema verbale, per cui a ogni persona grammaticale di solito corrisponde una desinenza verbale specifica) regala un’enorme flessibilità a livello sintattico. Perdonate l’excursus linguistico, non ho resistito.





C'era uno sticker che andava di moda quando il presidente che cercava di portare il regime change in giro per il mondo era Bush Jr. "Regime change starts at home"... Mi sa che è ora di ristamparli.
Comunque veramente, in questi giorni lo vedo/sento parlare di penne da 1000 dollari e sale da ballo e davvero, mi viene da dire, che preoccupazione, un rimbambito del genere con l'accesso alle armi nucleari – l'eventuale nucleare iraniano NON è l'unico ad essere problematico 😅
Comunque insomma, stiamo a vedere ma mi sa che questo passo falso, insieme alla reticenza sugli Epstein files, sarà quello che alla lunga (purtroppo molto alla lunga) farà se non crollare almeno cambiare MAGA come l'abbiamo vista fino ad ora (questo deficiente arancione invece ce lo teniamo fino alla fine del mandato, invece, a meno di problemi di salute, che poi ci lascerebbero in dote quell'altro infame opportunista con la bocca larga e gli occhi blé)
Nada, più ti leggo più mi arricchisco (e arrabbio, anche, ma la vedo un cosa positiva). Questa frase: "la percezione di eccellenza domestica è inseparabile dal senso di superiorità morale e militare nel resto del mondo" spiega di per sé così tante cose.