Nella vicenda delle famose chat, non vince nessuno e perdono solo le donne
Mettiamo ordine nella confusione sul caso del momento, riflettendo sui metodi di certo attivismo e sui danni di questo dibattito alla percezione pubblica del femminismo
Questa edizione di Anche una donna qui è scritta a quattro mani con Anna Menale, giornalista e autrice della newsletter Femminismi.
Osserviamo il dibattito, le polemiche e la cronaca giornalistica seguiti alla pubblicazione, su un quotidiano nazionale, delle chat private di un gruppo di uomini e donne conosciute online per l’attivismo specificamente sui diritti delle donne e la liberazione del popolo palestinese.
Queste persone si esprimevano in maniera cruda e a tratti violenta su personalità note nel panorama politico, culturale e giornalistico italiano; modalità e linguaggio, a dirla tutta, non troppo diversi da quelli che i diretti interessati utilizzano abitualmente sui social ma, nello spazio di una conversazione crittografata su WhatsApp, decisamente più caustici.
La reazione popolare è oscillata a metà tra una grassa risata e un sospiro di sollievo: vi abbiamo smascherate, sibilano con soddisfazione dall’esterno della bolla femminista (il femminile è necessario, perché degli uomini in questione il dibattito pubblico non fa praticamente menzione). La stampa italiana, celebre per la capacità di sintetizzare espressioni riduttive sulla base di interpretazioni semplicistiche di fatti complessi, cosparge i titoli (e l’immaginario del popolo) della locuzione “chat femministe”.
La giornalista autrice dell’articolo ha messo le mani sulle chat perché le trascrizioni facevano parte delle indagini su due delle persone coinvolte, entrambe donne, denunciate per stalking da un giornalista che continua a beneficiare dell’anonimato. Questo è un filone fondamentale della vicenda, che si snoda però su un piano diverso da quello dell’affaire delle chat.
Interveniamo nel dibattito per mettere ordine nella confusione prendendo posizione su due punti nevralgici: innanzitutto, ciò che i contenuti delle chat rivelano sui metodi di un certo tipo di attivismo online; in secondo luogo, una riflessione sui danni di questa polemica al movimento femminista e sulle dinamiche di genere in gioco, che come di consueto privilegiano la protezione e il benessere degli uomini coinvolti senza riguardo per le donne.
L’attivismo dell’intransigenza
Chi ha visto le sue chat private diventare pubbliche ha immediatamente replicato giocando la carta della privacy: erano conversazioni tra amiche e amici; non siamo tenute a giustificarci né scusarci. Non ricopriamo cariche istituzionali e in privato abbiamo la libertà di esprimerci a piacere. L’accusa di violazione della privacy ha forse un merito giuridico, ma incontra il suo limite nel momento in cui il profilo pubblico di queste persone è carico di valore spiccatamente politico. “Pubblico”, qui, non è sinonimo di “istituzionale”; “politico” non significa che queste persone ricoprono cariche elette, ma che esercitano un’enorme influenza sulla collettività — sulla polis — assumendo quella che l’inglese chiama thought leadership, ovvero leadership intellettuale.
Queste attiviste e attivisti hanno decine o addirittura centinaia di migliaia di follower, camminano in testa ai cortei, in virtù del nutrito seguito social sono tra le poche e i pochi che ancora riescono a strappare contratti alle case editrici per scrivere libri (il che è un bene, perché almeno un paio di queste persone scrivono per mestiere e non come bizzarro prodotto del successo social). È quindi giusto chiedere loro di prendere pubblicamente responsabilità delle proprie azioni. Private o no, legale o no, le chat sono uscite e contengono commenti malevoli di una certa gravità in un contesto sia pubblico che privato (per esempio, i commenti sull’arresto in Iran di Cecilia Sala, definito “una svolta alla sua carriera”).
Attenzione, però: chiedere a queste attiviste e attivisti di assumersi la responsabilità di quanto detto non significa chiedere loro la perfezione di parole e opere, che nessun essere umano potrà mai incarnare. È qui che la vicenda delle chat offre interessanti spunti di riflessione sull’inefficacia di un certo tipo di attivismo online: le personalità coinvolte, infatti, avevano fatto della radicalità senza compromessi in nome della giustizia sociale un vero e proprio brand.
Questa modalità di fare attivismo ha preso piede sui social a tal punto da diventare dominante all’interno di certi circoli: la riduzione della complessità dell’esistenza ai rigidi binari dell’o con noi o contro di noi; la lettura delle inevitabili contraddizioni dell’essere umani a sintomi di “complicità”; l’interpretazione di espressioni di naturale, sincera e inviolabile curiosità intellettuale come “parte del problema”; la negazione di dialogo e ascolto, l’appiattimento dell’imperfezione, il rifiuto di creare spazio per la possibilità di sbagliare, scivolare e avere il diritto di rialzarsi e ricominciare in meglio.
È così che l’attivismo, in nome della giustizia, si trasforma in intransigenza. Sovente, questo approccio incita alla divisione anche all’interno dello stesso campo ideologico: poiché questi metodi servirebbero a raggiungere la liberazione da certe forme di oppressione — si situano quindi “dalla parte giusta” del dibattito —, metterli in discussione significa esporsi a critiche di “non importarsene abbastanza” delle cause per cui si lotta. Non è così.
La verità è che nessuno di noi agisce sempre in modo impeccabile. Rivelando l’imperfezione tutta umana e, pertanto, tutta accettabile delle attiviste e attivisti coinvolte, le chat hanno quindi portato alla luce l’inconsistenza e l’improduttività dei loro stessi metodi.
Il che non significa — e questa precisazione richiede molta attenzione, perché nella trappola di questo equivoco è caduta la stampa e buona parte del popolo — che queste attiviste e attivisti non siano femministe o progressiste abbastanza (“false femministe”, titola il consueto pressappochismo di Repubblica). Jennifer Guerra, in maniera velata, lo ha espresso molto bene. È la stessa fallacia logica dell’attivismo dell’intransigenza. Il punto è invece che così come le attiviste e attivisti delle chat rivendicano ora il sacrosanto diritto a essere imperfette, è altresì importante che in futuro imparino a riconoscere anche il diritto all’imperfezione altrui.
Il risentimento verso il femminismo
È bastato poco, pochissimo, perché l’episodio delle chat diventasse un pretesto per riaccendere il più ampio risentimento verso il femminismo nel suo complesso.
La vicenda, che riguarda alcune persone specifiche e le loro relazioni interpersonali, è stata immediatamente trasfigurata in un simbolo della presunta “decadenza del femminismo contemporaneo”. Come se la caduta di qualche figura pubblica bastasse a certificare il fallimento di un intero movimento politico, culturale, sociale.
Sembra quasi che si stesse aspettando questo momento: che la collettività, o almeno una parte di essa, covasse da tempo il desiderio di poter recriminare che “ve lo avevamo detto” e finalmente restituire il colpo dopo anni di dibattiti, prese di parola, rivendicazioni e discorsi scomodi.
Non si discute più di un gruppo di persone e del loro modo di intendere l’attivismo: si discute “del femminismo”, con l’articolo determinativo, come se esistesse una singola entità, compatta e uniforme, da giudicare e liquidare in blocco.
Qui non si stanno considerando le responsabilità individuali: se la persona x, parte di un movimento, scrive la merdata x, non è colpa dell’intero movimento ed è stupido pensare che sia così. Il caso delle chat sta diventando la comoda occasione per mettere in discussione tutte le lotte degli ultimi anni per spostare gli equilibri di potere nella società.
Ciò, tra l’altro, trattando le persone coinvolte come appartenenti a un’organizzazione criminale decisa a eliminare chiunque sia considerato un nemico. Questa è un’esagerazione e un’evidente strumentalizzazione della vicenda da parte dell’opinione pubblica.
Così, nel giro di poche ore, la discussione sulle chat si è trasformata in un processo sommario al femminismo stesso, accusato di ipocrisia e incoerenza. Nessuno, all’esterno del movimento, che si prenda la briga di ricordare che il femminismo non è un monolite, ma un insieme plurale e in continua trasformazione di voci, correnti, esperienze. Eppure la semplificazione paga: serve a rassicurare, a ridurre la complessità di un pensiero scomodo a una caricatura facilmente attaccabile.
Il corpo come arma retorica
In questo clima, alcuni giornali non si sono fatti mancare nulla. Titoli a effetto, editoriali dal tono paternalistico (“Dio ci salvi da questo femminismo”, inneggiava Dagospia, benché ora pare abbia rimosso) e, soprattutto, immagini: fotografie in mutande delle ragazze coinvolte, prelevate dai loro stessi profili social.
Qual è il nesso? Cosa c’entrano le loro foto, le loro scelte estetiche o la loro libertà di mostrarsi, con la questione delle chat? Stiamo ancora usando la sessualizzazione come delegittimazione?
Usando queste foto, che cosa stiamo cercando di comunicare? Che se una donna si mostra sui social poco vestita non possa essere autorevole? E che meriti il linciaggio pubblico?
Perché sarebbe bastato commentare i contenuti di quelle chat, senza ricorrere a questi mezzucci.
Dio ci salvi da questo femminismo di donne stronze e contraddittorie, colpevoli di essere insieme politiche e sensuali.
Ma dovremmo salvarci anche da questo impoverimento del dibattito pubblico, incapace di commentare le vicende nel merito, incapace di andare oltre i soliti pregiudizi sessisti.
Una narrazione a senso unico
Scorrendo le pagine dei principali quotidiani o i servizi televisivi dedicati alla vicenda delle cosiddette “chat femministe”, colpisce subito un elemento: i volti in primo piano sono quasi esclusivamente quelli delle donne coinvolte. Gli uomini presenti nelle stesse conversazioni, invece, non appaiono e raramente se ne fa menzione negli articoli.
Ugualmente, poco si parla del motivo per cui le chat sono diventate di dominio pubblico: l’indagine giudiziaria sulla denuncia per stalking che un giornalista ha presentato nei confronti di due attiviste coinvolte nelle chat. Nel racconto di questo giornalista, le due attiviste lo avrebbero preso di mira, “distrutto la vita” e istigato al suicidio come ritorsione per i suoi comportamenti nella relazione sentimentale con due donne a loro vicine e tra loro amiche. A loro insaputa, il giornalista frequentava entrambe le donne in parallelo; quando una delle due è rimasta incinta, il giornalista ha interrotto la relazione con l’altra. Questa vicenda e i modi in cui il giornalista ne ha gestito le ricadute hanno indotto le attiviste a qualificarlo come “abuser”.
Dell’inefficacia dei metodi con cui le due attiviste perseguono giustizia abbiamo già parlato; ciò detto, a nessuno viene in mente che sia necessario raccontare i fatti nella loro interezza esaminando anche il ruolo del giornalista – l’unico, tra le persone protagoniste di questa storia, a cui è sempre stata e viene ancora garantita la protezione dell’anonimato tramite iniziali del nome (A.S.) –, non per giustificare i metodi delle attiviste, ma per delineare un ritratto più completo e complesso della vicenda.
Non si tratta di chiedere che tutti vengano sottoposti alla stessa gogna mediatica, ma di riconoscere una disparità nel modo in cui la vicenda viene raccontata. L’attenzione selettiva, concentrata quasi esclusivamente sulle attiviste, contribuisce a costruire un’immagine semplificata e, in molti casi, fuorviante: quella delle femministe cattive e aggressive che aspettano i propri nemici al varco con il forcone, pronte a colpire chiunque non condivida le loro idee. Manca invece una lettura più ampia e coerente che includa l’intero contesto e tutte le persone coinvolte.
Da questa vicenda potrebbero nascere riflessioni ben più utili: sul tipo di attivismo che oggi domina i social network, sull’inefficacia di trasformare le persone in marchi, in volti che incarnano intere cause, sulla difficoltà di distinguere l’impegno politico dalla promozione personale.
Ci si potrebbe interrogare su chi seguiamo ogni giorno, su come costruiamo fiducia e autorevolezza nel dibattito pubblico digitale.
Le opinioni su tutto questo possono essere diverse, legittimamente. Ma dovrebbero formarsi a partire dai fatti, non da una narrazione distorta che riduce tutto all’immagine delle femministe pazze della porta accanto.
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Uno dei pochi articoli davvero sensati che ho letto sul tema, in mezzo a una montagna di spazzatura. Adoro il modo analitico e poco polemico con cui avete approcciato il tema, toccando questioni concreti, fondamentali e a cui a nessun giornalista italiano ho visto dare peso in questa vicenda. Che gran peccato non poter leggere voi sulle testate al posto di certi pseudo-giornalisti!
avevo pochi dubbi che avreste scritto cose interessanti
aggiungo una cosa a margine
abbiamo forse permesso a social e compagnia
di diventare qualcosa che non accetta argomentazioni
pause riflessioni dubbi
e dico "abbiamo permesso" perché penso che abbiamo una parte nel disegnare la rete e il modo in cui funziona
e siamo (in generale, eh) fin troppo fatalisti a proposito di quel che funziona in rete
o di come funziona la rete
molto tempo fa, agli albori di questa era, si diceva più o meno: quel che metti dentro è quel che viene fuori
trovo che continua in fondo a essere così