Negli Stati Uniti l'alimentazione è una questione di classe
Per una serie di motivi politici, economici e geografici, il consumo di cibo fresco e nutriente è strettamente correlato al potere d’acquisto individuale [repost da Prismag]
Per motivi personali e familiari, per il resto del mese di marzo non potrò scrivere e pubblicare nuove analisi e approfondimenti. In compenso vi invierò alcuni articoli sugli Stati Uniti che ho scritto per altre pubblicazioni. Quello di oggi è uscito su Prismag a dicembre 2025 in un’edizione monografica sul tema del cibo, e approfondisce una riflessione già comparsa su Anche una donna qui lo scorso autunno:

Nella luce limpida di un mite sabato mattina autunnale, frutta e verdura in esposizione al mercato dei contadini di Boulder brillano vivaci sullo sfondo dell’enorme cielo azzurro del Colorado. Famiglie con bambini, coppie, giovani studenti, gruppi di anziani affollano gli stand di agricoltori, allevatori e altri piccoli produttori locali e riempiono borse di tela del raccolto fecondo della terra. Nell’aria salubre si respira un’abbondanza che genera serenità. Sulla bilancia di un’azienda agricola, quattordici pomodorini pesano 450 grammi e comportano una spesa di 6,25 dollari (5,40 euro). Allo stand di fronte, 300 grammi di insalata biologica costano 10,39 dollari (8,95 euro).
Quaranta chilometri a sud, per un residente dei quartieri di Globeville ed Elyria-Swansea nella periferia settentrionale della capitale Denver, fare la spesa di sabato mattina in un supermercato di media qualità significa percorrere almeno cinque chilometri (il triplo della media nazionale di 1,4 km). Abitate perlopiù da famiglie a basso reddito, queste aree urbane sono definite “deserto alimentare”: l’accesso a cibo fresco, sano e nutriente è limitato o inesistente. In compenso, una pletora di minimarket della catena 7-Eleven offre sacchetti di patatine, barrette di cioccolato, due hot dog per tre dollari, un trancio di pizza con bibita gassata per cinque. Al confine tra i due quartieri c’è anche un McDonald’s, dove meno di dieci dollari spesso bastano ad acquistare qualche ora di sazietà e, con la promozione “compra un hamburger, ricevine un secondo a un dollaro in più”, sfamare due figli. A due dollari per mezzo chilo, le mele del lontano supermercato sono tre volte più economiche di quelle del mercato dei contadini di Boulder ma, in proporzione, svuotano le tasche più di quanto riempiono lo stomaco.
Nei quaranta chilometri che separano l’aridità di Globeville ed Elyria-Swansea dall’abbondanza di Boulder si manifesta il divario di reddito dell’alimentazione negli Stati Uniti. Nel Paese più ricco del mondo, l’accesso a cibo fresco, sano e nutriente è strettamente correlato al potere d’acquisto individuale e, pertanto, prerogativa quasi esclusiva delle classi superiori.

All’origine del divario vi è il sistema di incentivi del governo federale alla produzione agricola. «I sussidi federali danno la priorità a prodotti che non sono molto sani», spiega Jamie Anderson, direttrice di Denver Food Rescue, un’associazione che recupera verdura, frutta e latticini in eccedenza da supermercati, grossisti e aziende agricole per ridistribuirlo a comunità che vivono in condizioni di insicurezza alimentare.
I dati del Dipartimento dell’agricoltura rivelano che di 9,3 miliardi di dollari di sussidi federali nel 2024, il 48,5 per cento è andato alla coltivazione di mais e soia. Questi vengono utilizzati nella produzione di zuccheri, amidi e oli a basso costo che finiscono in cibi ultra-processati, nonché come mangimi animali nell’industria della carne. L’allevamento di bovini e suini è sostenuto anche da sussidi diretti: 300 milioni di dollari nel 2024. Le coltivazioni di grano e riso hanno ricevuto sovvenzioni per un miliardo di dollari.
I prodotti ortofrutticoli, invece, non compaiono neanche tra i primi dieci beneficiari degli aiuti del governo. Nel 2019, solo il 4 per cento dei sussidi sono andati alla produzione di frutta e verdura. «Gli agricoltori sono incentivati a coltivare tanto mais, gli allevatori a produrre tanta carne rossa», commenta Anderson. «Mangiare un hamburger diventa meno costoso di un piatto di verdure».
Inoltre, poiché i sussidi federali aumentano quanto più aumenta il volume e la superficie della produzione, le fattorie sono incentivate a specializzarsi nella coltivazione di una sola derrata su larga scala. Così si avvicinano alla grande distribuzione e si allontanano dalle persone, del cui benessere «non ti importa più», sostiene Eric Skokan, un piccolo produttore di Boulder.
In termini di qualità, il sacrificio è notevole. Coltivare frutta e verdura per la grande distribuzione, in un Paese geograficamente vasto e climaticamente vario come gli Stati Uniti, significa favorire la conservazione nei tempi dilatati e nelle escursioni termiche del trasporto da un centro di produzione a un supermercato e, infine, alla tavola del consumatore. «Più lontano viaggia il cibo e più tempo impiega a raggiungere il consumatore, più diminuisce la freschezza e si perdono i nutrienti», scrive Holly Hill, ricercatrice di Ncat, una non-profit per l’agricoltura sostenibile.
È così che i pomodori in vendita al mercato dei contadini di Boulder sono più freschi e nutrienti di quelli del supermercato: il passaggio dal campo alla forchetta è breve. Ma invece di diminuire il prezzo, l’immediatezza della transazione e l’assenza di intermediari lo aumentano, proprio perché chi opera su piccola scala sostiene maggiori costi di produzione. Skokan spiega che per i piccoli produttori le spese di manodopera sono molto elevate. La sua fattoria non è così grande e produttiva da permettergli di acquistare macchinari per velocizzare la produzione, aumentarla e abbassare il costo finale.
Skokan è consapevole del fatto che il frutto fresco, sano e nutriente della sua terra è privilegio di pochi, e se ne rammarica; il divario di reddito dell’alimentazione, dice, gli impedisce di «prendersi cura di tutti nella comunità tramite il cibo». Fa quindi il possibile per ridurlo: la sua fattoria approfitta di un’iniziativa del mercato dei contadini di Boulder che raddoppia il valore dei buoni pasto statali per le persone indigenti, raddoppiandolo una seconda volta per permettere loro di acquistare frutta e verdura fresca, sostenibile e più nutriente di quella del supermercato. «Il mio momento preferito è quando una persona mi allunga un certo numero di buoni e io glieli restituisco», racconta Skokan. «Vedere lo stress sparire dai volti di queste persone significa davvero tanto».
Per risolvere un problema così complesso non esistono soluzioni univoche. Colleen Heflin, professoressa di pubblica amministrazione alla Syracuse University ed esperta di sicurezza alimentare, sottolinea che, oltre alla necessità di ripensare il sistema di incentivi pubblici, è importante anche intervenire sul costo relativo del cibo: le infrastrutture e i trasporti, ad esempio, la cui assenza o inaffidabilità costituiscono barriere critiche all’accesso.
Poi, nel Paese in cui l’ideale individualista del singolo come responsabile ultimo del proprio successo o fallimento è culturalmente radicato, bisogna riconoscere il ruolo delle istituzioni e del sistema economico nel perpetuare l’indigenza. È per questo che al termine “deserto” Anderson preferisce l’espressione “apartheid alimentare”: «L’insicurezza alimentare non è un fenomeno che accade in maniera naturale», dice. «È una scelta di chi è in posizione di potere e potrebbe cambiare le cose, ma non lo fa».





Il sistema alimentare ripropone le distorsioni che caratterizzano l'assetto complessivo dell'economia statunitense, sintetizzato efficacemente dall'espressione apartheid alimentare.
Con l'aggravante delle ripercussioni sulla salute delle persone (obesita', malattie cardiovascolari etc.) e sul disastrato sistema sanitario.
Unica nota lieta Enrica, il mercato del contadino di Boulder richiama, per alcuni aspetti, i mercatini dalle mie parti.
significativo: nostra concretamente una delle ragioni di base per cui gli USA stanno pagando un lordo tributo al loro mito individualista e naturalmente questo a scapito degli ultimi. Chi parla e mangia male, vive male e finisce male più spesso...