Leggevo solo libri scritti da maschi, e non lo sapevo
Il problema non è ciò che avviene vivendo in mondi intellettuali creati per la maggior parte da uomini, ma è ciò che non avviene
Ciao, io sono Enrica Nicoli Aldini, scrittrice e giornalista freelance bolognese negli Stati Uniti, e questa è Anche una donna qui, newsletter settimanale che ti racconta gli Stati Uniti da dentro e l’Italia da fuori. Al momento scrivo da casa in Italia, ed è possibile che l’edizione della prossima settimana salti mentre rientro a casa negli Stati Uniti. Tornerà la settimana successiva con un racconto di Vita Americana Vera come quello che ha portato qui tantə di voi. Poi, continuerà a uscire anche durante l’esodo agostano (che oltreoceano non esiste), offrendoti qualcosa di interessante da leggere ovunque ti troverai.
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L’opera omnia di Bret Easton Ellis. La bibliografia integrale di Nick Hornby. Tutti i romanzi di Niccolò Ammaniti1 e tutti i saggi di Beppe Severgnini. La seconda edizione (Lire 22.000) di Jack Frusciante è uscito dal gruppo del concittadino Enrico Brizzi. I poeti ribelli di nome Charles che leggevo in età adolescenziale: Baudelaire e Bukowski. I grandi classici studiati al liceo e all’università: latini (Seneca) e greci (dalle tragedie di Eschilo e Sofocle alla filosofia di Socrate, Platone, Aristotele), inglesi (Shakespeare, Dickens, Wilde), francesi (Molière, Voltaire, Hugo, Flaubert, Maupassant, Sartre) e naturalmente italiani (due copie della Commedia, due dei Promessi Sposi, le raccolte dei poeti del Novecento, poi Buzzati, Calvino, Svevo, Pirandello). E tanti altri autori, tutti maschi, tutti bianchi.
L’eccezione femminile è di facile previsione, vista la generazione a cui appartengo, ma col senno di poi lascia l’amaro in bocca: è J.K. Rowling con il suo Harry Potter, di cui i primi tre libri sono prime edizioni all’ottava ristampa dell’autunno 2000 (Lire 28.000 o Euro 14,46 — bei tempi: meno di 15€ per un libro i cui proventi ancora non venivano utilizzati per finanziare campagne anti-trans).
Da quando sono arrivata in Italia a inizio giugno, ho passato molte ore a trasferire libri dalla mia vecchia camera in casa dei miei genitori, dove sono cresciuta, a una nuova, grande e snella libreria nell’appartamento appena sotto, dove risiedo quando sono in Italia. Si tratta soprattutto dei libri della mia adolescenza e prima metà dei vent’anni, accumulati tra l’inizio del millennio e la prima metà del decennio scorso. Spolverandoli, sfogliandoli, sistemandoli a distanza di anni sono rimasta colpita da due scoperte.
Innanzitutto, credevo di avere più libri di quanti effettivamente possiedo una volta rimossi dalle centinaia, forse migliaia di volumi che tappezzano le pareti della casa in cui sono cresciuta. In isolamento, i libri adulti da me personalmente acquisiti sono tanti ma meno di quanto pensassi, anche perché il periodo della mia vita in cui ho letto più di tutti è stata l’infanzia, quando nessuna tecnologia aveva il potere di distrarmi da una lunga seduta pomeridiana incollata a una storia: i Battello a Vapore blu, arancioni e rossi, i Salani, Bianca Pitzorno in Mondadori. La marea di libri della mia vita è innanzitutto quella, e ancora non ho deciso se vale la pena tenerle spazio in una biblioteca adulta in continua crescita.
Poi, ho scoperto che leggevo solo libri scritti da maschi (bianchi). E che lo facevo senza rendermene conto. Succedeva senza intento, come impostazione predefinita. Mi accadeva di entrare da Feltrinelli sotto le Due Torri e acquistare solo libri scritti da maschi perché la realtà attorno a me non offriva nessun paradigma alternativo, diverso e contrario. Né a scuola, né a casa, né in amicizia, né alla televisione, né al cinema, né nella versione di vita online in voga all’epoca (Msn Messenger, forum e siti web monografici i cui nomi digitavamo ancora preceduti da www. nella barra di ricerca di Internet Explorer), da nessuna parte ricevevo stimoli utili a scovare opportunità irresistibili di sfidare il modello dominante nella letteratura che riempiva i miei scaffali.
Ok, e allora?, sospirano sicuramente gli occhi alzati al cielo di alcuni di voi. Hai citato dei giganti del pensiero, Enrica. Che male ti hanno fatto?
Nessuno, di per sé. Ricevere un’educazione culturale impartita principalmente da voci maschili nella prima parte della mia vita adulta non ha impedito che poi, a un certo punto, scoprissi di essere attratta da altro, che ciò che più mi corrispondeva era altrove, e che il fatto che sui miei scaffali trovassero posto solo firme maschili non era normale, ma il prodotto ben preciso di un ordine del mondo che ha intenzionalmente e sistematicamente soffocato voci e penne femminili.
Il problema infatti non è tanto ciò che avviene vivendo in mondi intellettuali creati per la maggior parte da uomini; è ciò che non avviene. Il problema è la miopia culturale: l’impossibilità di attingere a una diversità di vissuti in cui una pluralità di persone possono identificarsi, grazie a cui possiamo esperire emozioni che aiutano a salvare anche chi non si riconosce nell’esperienza di maschio bianco artificialmente eretta a universale.
Ciò che non avviene è la creazione di quella stessa consapevolezza che ci permette di capire che non è normale leggere solo libri scritti da maschi senza averne coscienza. Se avessi continuato a leggere solo libri scritti da maschi, non mi sarei mai accorta di leggere solo libri scritti da maschi.
La svolta è cominciata verso la fine dei miei vent’anni, e ha il suo fulcro nella lettura della serie de L’amica geniale di Elena Ferrante. La mamma di una mia amica americana, una poetessa appassionata di Italia e letteratura italiana2, mi chiese se conoscevo questa scrittrice. Il New York Times ne parla in continuazione in maniera entusiasta, mi spiegava a inizio 2016. Sta letteralmente spopolando nei book club statunitensi! Risposi che ne avevo sentito parlare grazie al mio ex coinquilino indiano, che per Natale mi aveva regalato il primo libro della serie in inglese.
Rileggete, vi prego: grazie al mio ex coinquilino indiano che mi ha regalato la copia in inglese di un libro italiano, scritto da una donna italiana, sulla cui esistenza l’Italia ancora non aveva fatto la cortesia di informarmi. Se gli Stati Uniti non fossero impazziti per Elena Ferrante, l’Italia ne avrebbe mai rivendicato la maternità? Se la Francia non fosse caduta innamorata di Goliarda Sapienza, ci troveremmo ora in quello che Rivista Studio chiama “l’apice della [sua] mitizzazione”? Come da articolo di Clara Mazzoleni:
Succede spesso, in Italia: a un certo punto, per nostra stessa sorpresa, la scrittrice (o regista, o artista) che abbiamo snobbato più o meno gravemente, viene accolta con entusiasmo all’estero, e allora ecco che la “scopriamo” anche noi, e la celebriamo con rinnovato e sfacciato entusiasmo, senza alcun imbarazzo, senza neanche chiedere scusa, anzi rivendicando orgogliosamente la sua italianità.
Queste “sviste” accadono proprio se e quando leggiamo solo libri scritti da maschi; quando rifuggiamo e minimizziamo ogni critica di questa pratica con il pretesto che si tratta di “classici”. In arte e letteratura, classico è sinonimo di “modello”: il paradigma da seguire non solo in termini di canone, ma anche perché, scriveva Italo Calvino (appunto), un classico “non ha mai finito quello che ha da dire”. Andate a contare quante autrici italiane non esauriscono mai il loro potenziale educativo, qualificandosi perciò come classiche, secondo IBS, AbeBooks o la Rai, giusto per fare qualche esempio.
È impossibile che solo la letteratura a firma maschile possa elevarsi a classica, per un motivo molto semplice: che nel mondo non siamo tuttə maschi. Poiché non siamo tuttə maschi, non possiamo tuttə identificarci nell’esperienza di un maschio. La supposta inesauribilità educativa di un libro scritto da un maschio incontra il suo limite, e rivela la sua inconsistenza, nel momento in cui capiamo che la vita di un maschio bianco non può da sola ergersi a modello per le vite di tuttə lə altrə.
È per questo che la lettura della quadrilogia di Elena Ferrante nel 2018, a ventinove anni, ha rappresentato — seppur inconsciamente — una svolta nella mia biblioteca, insieme alla contemporanea scoperta di Jhumpa Lahiri. Ho pianto finendo l’ultimo libro della serie di Ferrante; ho pianto leggendo le opere di Lahiri. Ho pianto perché Ferrante e Lahiri descrivono esperienze nelle quali, finalmente, mi sono identificata. Hanno portato a galla emozioni e suscitato reazioni che mi erano rimaste sconosciute finché leggevo solo libri scritti da maschi.
In fondo, quello che non accade leggendo solo libri scritti da maschi bianchi è proprio l’emozione di scoprire di non essere solə (a meno che non vi identifichiate come maschi bianchi; nel qual caso, però, purtroppo non vi è permesso di piangere tanto quanto a noialtrə. Io consiglio di fregarsene e piangere lo stesso).
Qualunque sia la vostra identità, è probabile che la letteratura scritta da identità diverse dalla vostra non riesca a parlarvi così bene come quella scritta da persone più simili a voi. È un concetto molto semplice da articolare, ma molto difficile da rendere vivo in una biblioteca a causa delle forze culturali che storicamente hanno sancito la netta predominanza della letteratura maschile, e l’andamento del mercato editoriale e dei programmi scolastici in quella direzione.
Da quando ho fatto esperienza di lacrime vere e autentiche grazie alla lettura di libri scritti da femmine, la mia libreria a Boulder (di cui segue foto, ritagliata e non esaustiva, perché l’oggetto della foto era la tavola di fronte apparecchiata per cena) è abitata soprattutto da libri scritti da persone che si identificano come femmine e non binarie, bianche e non bianche. Ho deciso che ne trasferirò una selezione nella nuova libreria di Bologna, per fare buona e sana compagnia ai maschi di una volta.
E comunque no, non ho smesso di leggere libri scritti da maschi. Continuo a farlo, e anche spesso. In apertura menzionavo Ellis, Hornby e Ammaniti: le loro ultime uscite sono eccezionali e tra le letture migliori che ho fatto negli ultimi anni. Il punto non è ignorare, boicottare, cancellare gli scrittori maschi, per carità. Nessun giudizio di valore è implicito in questa riflessione. Il punto è l’opportunità di scoprire una ricchezza di esperienze per aumentare la possibilità di vedere riflessa la propria. È solo così, nella diversità e nella sfumatura, che la letteratura non smetterà di avere qualcosa da dire, e quindi di accompagnarci nel processo di crescita.
Tra cui una copia autografata di Io non ho paura che mi ero bellamente dimenticata di avere, il che significa che mi ero dimenticata di aver incontrato Niccolò Ammaniti (e non riesco a ricordare quand’è successo).
Quando la mia amica mi ha invitato a casa dei genitori a Kansas City, nel Missouri, ho trovato una copia della Divina Commedia in uno dei bagni (e non perché era un bagno).





La tua situazione è comune probabilmente a tuttə. Io da quando qualche anno fa ho cominciato a seguire Carolina Capria, ho guardato la mia lista di libri letti su Goodreads e ho notato che la stragrande maggioranza era di autori uomini (bianchi). Ho provato a impegnarmi a leggere - ogni anno - almeno il 50% di libri scritti da donne. È molto difficile e non sempre ci riesco. Mi rendo conto che devo fare uno sforzo di ricerca, mentre di libri di uomini sono circondata.
Che bello spunto, questo: anche io come tuttə noi italianə a scuola ho letto sempre solo tutti maschi. Ma mi rendo conto adesso andando indietro con i ricordi grazie a te che io da piccolo leggevo tantissimo Charlotte Bronte (più volte), Jane Austen, Carolina Invernizio, Shirley Jackson, Ursula K. LeGuin… insomma mi rendo conto che la mia “diversità” è emersa precocemente. Ho sempre cercato un punto di vista diverso dal mio e questo ha voluto dire da giovinetto buttarmi sulla letteratura queer come Armistead Maupin per fare il primo esempio. Poi certo, Hornby, Ammanniti, e compagnia cantante anche io. Però sono grato di aver vissuto tramite i libri un bel ventaglio di esperienze e diversità.