L'eccezionalismo americano non è niente di eccezionale
Quinta parte della serie Alla ricerca di America e identità: il mio viaggio on the road in Nebraska e South Dakota
Non l’avevo previsto, ma la puntata di questa settimana del racconto di viaggio in traduzione che ci accompagna per tutto settembre e inizio ottobre su Anche una donna qui è estremamente pertinente al dibattito sull’assassinio di Charlie Kirk.
La violenza politica è antitetica all’ideale statunitense, come hanno gridato sia da destra che da sinistra in risposta alla morte del celebre attivista conservatore (che mi chiedo quante persone conoscessero in Italia prima di questo momento, compresa la premier Giorgia Meloni che continua a evocarlo in parole, opere e omissioni)? Ma davvero?! Gli Stati Uniti sono un Paese fondato sulla violenza, in particolare quella politica, che non è di certo limitata all’atto dell’assassinio. La scelta del capitalismo come sistema economico è violenza politica, vista l’essenziale distruzione della classe indigente; il sistema sanitario privato è violenza politica — è morte! — eccetera, eccetera.
Il culto della nazione, negli Stati Uniti, è basato su una premessa di violenza: la romanticizzazione della guerra, permessa agli Stati Uniti in una delle forme di doppio standard più grandiose della storia. Di tutto questo parliamo in questa puntata.
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Le Grandi Pianure promettevano provviste illimitate di patriottismo all’americana e quello che mi piace chiamare — da straniera e non senza far alzare, ogni tanto, qualche occhio statunitense al cielo — culto della nazione. Ne ho trovato l’apogeo presso Our Place, il diner dove ho fatto colazione a Custer, in South Dakota, su consiglio di Abby e Tim, la coppia del posto che avevo conosciuto la sera prima.
Our Place è un vero e proprio santuario a stelle e strisce. Le pareti in legno sono tappezzate di cimeli rossi bianchi e blu che evocano aquile, il 17761 e la benedizione di Dio sulla nazione. Sui classici tavoli di formica, le mini confezioni di marmellata e latte in polvere alloggiano all’interno di cestini cuciti a maglia nei colori della bandiera statunitense. L’elemento forse più impressionante è la parete rossa e blu ricoperta di stelle bianche con le foto di quelli che ho pensato fossero veterani caduti appartenenti alle varie forze armate degli Stati Uniti: Esercito (Army), Marina (Navy), Marines, Aeronautica (Air Force).
“Sono militari del posto”, mi ha detto Susan, la proprietaria del diner, mentre mi serviva una colazione di uova strapazzate, croccanti strisce di bacon, una generosa porzione di hash browns2 e pane da toast ben imburrato. Sono ancora vivi, ha spiegato Susan; anche i suoi due figli sono sulla parete. “Li apprezzo tantissimo”, ha aggiunto. Ho avvertito l’intensità dell’ammirazione che trapelava da quelle parole — l’intensità dell’amore.
Da straniera negli Stati Uniti, mi mettono a disagio le forme di patriottismo americano fondate sull’idea di eccezionalismo. L’autodefinizione di “più grande Paese sulla terra” (greatest country on earth) mi dà molto fastidio, e parliamoci chiaro: proviene da destra tanto quanto da sinistra. “Grande”, in questo contesto, ha una connotazione qualitativa di natura morale: è un concetto filosofico che non può essere misurato in maniera oggettiva. Diffido dell’asserzione secondo cui esiste una “grande” nazione al di sopra di tutte le altre. Come cittadina di un Paese straniero — un Paese che si colloca al polo opposto della fiducia in sé, fino a raggiungere livelli di completa autodenigrazione — mi confronto con questa affermazione quotidianamente. Immaginatevi vivere circondata da persone che credono in massa che il loro Paese è moralmente superiore (qualunque cosa significhi) a tutti gli altri, tra cui il tuo. È alquanto bizzarro.
Soprattutto, però, l’eccezionalismo americano mi inquieta perché se fosse un Paese non occidentale, non dominante, ancora in via di sviluppo a esibire una fiducia così esuberante e smisurata nel proprio potere, il mondo occidentale si muoverebbe velocemente per ammonire espressioni di nazionalismo potenzialmente pericolose. Manovre geopolitiche verrebbero studiate per tenerlo sotto controllo. Viviamo in un mondo, tuttavia, dove l’ordine della Corte Suprema dell’India di eseguire l’inno nazionale nei cinema (poi abrogato) è segno di “crescente orgoglio nazionalista”, mentre suonare lo Star-Spangled Banner [l’inno nazionale americano, ndt] prima di un evento sportivo è “tradizione”. Anche ammettendo che quest’ultimo non è imposto per legge, la recita del Pledge of Allegiance [giuramento di fedeltà alla bandiera, ndt] all’inizio della giornata scolastica è obbligatoria in 47 stati. In India o negli Stati Uniti, queste sono senza dubbio tutte pratiche nazionalistiche. E per quanto mi riguarda, l’ampio spiegamento di truppe e apparati militari al Super Bowl è a dir poco spaventoso.
La devozione degli Stati Uniti per le forze armate mi lascia davvero perplessa. L’enfasi sul militarismo è tradizionalmente una caratteristica dei governi reazionari, se non dei regimi autoritari. Esiste anche una contraddizione in termini tra la romanticizzazione delle forze armate perché “proteggono gli americani” dalle minacce straniere e “mantengono pace e stabilità” nel mondo, e i mezzi utilizzati per assolvere questo dovere: armi, bombe, carri armati, ecc. Non si possono separare le forze armate dalla guerra e dalla violenza. Non c’è nulla di romantico nell’esercito. Anzi, sarebbe più romantico se i Paesi non avessero bisogno di forze armate.3 Ma dire così è segno di debolezza. “Scusa se il mio patriottismo ti offende. Credimi, la tua mancanza di spina dorsale mi offende di più”, recitava una battuta su una maglietta esposta all’esterno di un negozio di souvenir vicino al Saloon di Custer.
“L’eccezionalismo americano aveva dichiarato che il nostro Paese fosse unico al mondo, il solo veramente libero e moderno, e invece di prendere in considerazione l’idea che questo eccezionalismo non fosse nulla di diverso dalla propaganda nazionalistica di qualsiasi altro Paese, avevo interiorizzato questa convinzione come base della mia realtà”. Sono le parole della giornalista statunitense Suzy Hansen nel libro Notes on a Foreign Country: An American Abroad in a Post-American World, finalista al Premio Pulitzer nel 2017, che esamina l’influenza degli Stati Uniti sulla Turchia e altri Paesi musulmani. Continua Hansen:
Ci viene detto che siamo il più grande Paese sulla terra. […] Non mettiamo mai in discussione questa narrazione. […] Perché, per noi, non è propaganda, è verità. E per noi, non è nazionalismo, è patriottismo. […] Non metteremo mai in discussione niente di tutto ciò perché, allo stesso tempo, ci viene detto in continuazione che siamo razionali, che siamo liberi. Non sappiamo che c’è qualcosa di sbagliato nel credere che il nostro Paese sia il più grande sulla terra. In un certo senso, l’idea ti convince che esiste una coscienza collettiva nel mondo che ha raggiunto questa conclusione.
“Wow”, un amico ha risposto una volta. “Che strano. È una specie di fascismo molto silenzioso, no?”4
Vengo dal Paese che ha donato il fascismo al mondo — e per questo, giustamente, è stato punito — e quando ho letto queste parole per la prima volta, qualche anno fa, mi hanno lasciato a bocca aperta. Sono fondamentalmente figlia del mondo occidentale. I miei genitori sono nati poco dopo l’allineamento dell’Italia con il lato capitalista, pro-Stati Uniti della Cortina di ferro, scongiurando il pericolo di un altro regime autoritario dopo il ventennio fascista. Sono cresciuti nella prosperità economica risultata da questo posizionamento strategico e hanno trasmesso a me la stessa prosperità. Quando sono nata, nel 1989, mancavano tre mesi al crollo del Muro di Berlino; l’alleanza con gli Stati Uniti era ancora rilevante. Inoltre, da un punto di vista generazionale, pochi gradi mi separano dall’Italia fascista: i miei nonni paterni avevano dieci e un anno quando Benito Mussolini ha preso potere; i miei nonni materni, nati dopo il 1922, non hanno conosciuto una vita senza dittatura fino alla tarda adolescenza. Entrambi hanno accolto l’arrivo dei carri armati americani con gioia: i soldati distribuivano sigarette di buona qualità e promesse di liberazione da guerra, distruzione e fame.
Poiché la mia definizione di propaganda nazionalista era stata influenzata dal fascismo originario, e nei libri di storia avevo letto che l’intervento americano aveva agito come antidoto, non avevo mai pensato che certe espressioni di patriottismo statunitense potessero in realtà esemplificarla. Tuttavia, se da un lato è bene esercitare prudenza nell’utilizzo del termine “fascismo” nel contesto di una democrazia, dall’altro le parole dell’amico di Hansen mi sono sembrate molto vere. Più faccio esperienza di vita negli Stati Uniti con il filtro della mia identità straniera, più ritengo che la fede nell’eccezionalismo e il concetto di “più grande Paese sulla terra” si avvicinino parecchio alla propaganda nazionalista.5
Ho trovato un’eco delle parole di Hansen in Under the Affluence, un libro dello scrittore statunitense Tim Wise sul tema della disuguaglianza di reddito. “Il nostro orgoglio e la nostra arroganza hanno a lungo avuto la meglio su di noi, suscitando divertimento e, spesso, sgomento nel resto del mondo”, scrive Wise. “Dopotutto, chi si crede più intelligente, più saggio, più ricco di consapevolezza e ispirato dalla provvidenza può essere incredibilmente dispotico e pericoloso”.6
Perché diamo all’America un lasciapassare del genere?
Innanzitutto, credo sia perché non abbiamo ancora superato la nozione da secondo dopoguerra degli Stati Uniti come salvezza del mondo. L’esercito statunitense approda sulle tue sponde per salvarti, non minacciarti. Questa nozione è ancora accettata come vera nonostante i Vietnam, gli Iraq, gli Afghanistan accaduti nel frattempo. Come illustra la lunga nota a piè di pagina, dovremmo tutti ringraziare per la bomba atomica.
In secondo luogo, ovviamente, la democrazia, per quanto fragile di questi tempi [ricordo che il saggio è stato scritto nel 2023, ndt]. La patina della democrazia protegge gli Stati Uniti dalle insinuazioni che autoconsacrarsi come maggiore potenza mondiale sia una forzatura o, addirittura, un pericolo. I doppi standard proliferano su questo tema: all’indomani dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 da parte di sostenitori di Trump che non avevano accettato la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020, un brillante articolo di opinione di Karen Attiah sul Washington Post ha ipotizzato come la stampa occidentale avrebbe raccontato l’attacco se non fosse avvenuto negli Stati Uniti: “Il tentativo di colpo di stato si è verificato mentre l’ex colonia britannica continua a lottare con una risposta disfunzionale alla mortale pandemia da coronavirus”.
Infine, e soprattutto, perché quando delle cose brutte succedono in America — tentati colpi di stato, sparatorie di massa di bambini delle scuole elementari, l’elezione di un ricco individuo ripreso da una telecamera mentre si vantava di aver aggredito sessualmente delle donne —, vengono solitamente razionalizzate con il pretesto che “questa non è l’America” (this is not America).
“Questa non è l’America” è l’astuzia con cui l’eccezionalismo americano garantisce la propria sopravvivenza. L’autocritica è raramente contemplata da una posizione di “migliore e più grande”. Dopotutto, se la tua pagella riporta una valanga di 10 autoattribuiti, è probabile che non sentirai il bisogno di studiare come se avessi preso dei 5. Cosa succede, quindi, quando l’America prende 5?7 Succede che “Questa non è l’America”. L’espressione fa sì che ciò che di te non è tanto buono venga da te allontanato. Una volta al sicuro fuori da te, non ti rimane nessuna responsabilità di riconoscerlo, occupartene, cambiarlo. “Gli esseri umani, come le nazioni, non eseguono interventi chirurgici estremi per rimuovere tumori di cui non ritengono di soffrire”, argomenta Ibram X. Kendi in un altro ottimo saggio pubblicato su The Atlantic dopo gli avvenimenti del 6 gennaio 2021. Kendi lo chiama “negazionismo americano”:
Qual è l’inevitabile risposta degli americani a tragiche storie di omicidi di massa, di estrema indigenza, di colossale corruzione, di pericolosa ingiustizia, di caos politico, di un crudo attacco alla democrazia all’interno degli stessi confini degli Stati Uniti, come abbiamo visto al Campidoglio? Noi non siamo così. Da questa prospettiva bipartisan, l’America è esistenzialmente non violenta, prospera, ordinata, democratica, giusta ed eccezionale. L’America non è come una di quelle cosiddette repubbliche delle banane, che invece sono esistenzialmente violente, povere, caotiche, tiranniche, disoneste e inferiori, come continuano a insinuare repubblicani e democratici.
È così che gli Stati Uniti si sono storicamente mantenuti al di sopra di ogni critica, senza scrupoli da parte del resto del mondo. Ed è per questo che trovo l’eccezionalismo americano inquietante. È il contrario della superiorità morale: è tracotanza. Superiorità morale significa credere che nessun Paese è il più grande della terra e comportarsi di conseguenza; si possono classificare i Paesi sulla base di tutta una serie di standard misurabili (più ricco, più povero, che ha vinto più Mondiali o meno medaglie olimpiche, ecc.), ma non sulla base di “bontà” e “importanza” (se gli Stati Uniti sono il migliore Paese al mondo, qual è il peggiore? La Corea del Nord? Vallo a spiegare ai nordcoreani). Superiorità morale significa esercitare autocritica e ammettere i propri errori strategici; gli Stati Uniti lo hanno fatto qualche volta, ma non viene loro naturale. Superiorità morale significa riconoscere che la storia è un processo in continuo divenire, e il tuo posto nel mondo è oggetto di continua negoziazione; nessun tappeto rosso è mai dovuto a nessun Paese o ai suoi cittadini (soprattutto se raramente ricambiato). Superiorità morale significa umiltà.
Non avrei scritto e revisionato con attenzione duemila parole sull’eccezionalismo americano se non amassi gli Stati Uniti. Non si perde tempo ad analizzare cose che non si ritengono importanti. Sono partita per questo viaggio on the road perché volevo entrare in contatto con gli Stati Uniti e comprenderli meglio, perché anche io amo questo Paese. Semplicemente, sono fermamente convinta che un’America più umile sarebbe un’America più ospitale. Per quanto mi riguarda, se vivessi in un’America così sarei più felice.
A Our Place, ho osservato una famiglia seduta a un tavolo vicino al mio. Osservare la gente degli Stati Uniti rurali catturava la mia immaginazione in maniera molto intensa: potevo andare avanti all’infinito. Erano bianchi, ovviamente. Li ho identificati come due genitori, due figli tra la fine dell’adolescenza e l’inizio dei vent’anni, due nonni e una donna che forse era una zia. Il ragazzo sedeva a gambe divaricate e masticava uno stuzzicadenti facendolo penzolare da un lato all’altro della bocca. Sul suo piatto, avanzi di omelette e patate. Le donne parlavano di un vecchio abito da prom.8 Il nonno sedeva a capotavola con in testa un cappellino da veterano militare. Non ha aperto bocca per tutto il tempo che sono rimasta a osservare, ma il peso della sua presenza, da patriarca e onorevole militare, era palpabile. Ho seguito la famiglia con lo sguardo mentre usciva dal ristorante, saliva nei pickup e se ne andava.
Susan mi ha portato il conto: tredici dollari e qualche spiccio. Ho pagato con una banconota da venti dollari e lasciato il resto come mancia. “Grazie, tesoro. Che Dio ti benedica”, mi ha detto Susan, poi è tornata a servire uova nel suo santuario a stelle e strisce.
La traduzione del racconto di viaggio continua e si concluderà nell’edizione di Anche una donna qui in uscita la prossima settimana, mercoledì 8 ottobre. Da mercoledì 15 ottobre ritorneranno i consueti approfondimenti di attualità negli Stati Uniti e in Italia.
NOTA BENE: salvo dove indicato, tutte le note a piè di pagina sono state aggiunte in traduzione per accompagnare la lettura da parte di un pubblico italiano. Non erano presenti nel testo originale rivolto a un pubblico statunitense.
L’anno dell’indipendenza delle 13 colonie statunitensi dalla Gran Bretagna.
Piatto tipico da colazione negli Stati Uniti, a base di patate sminuzzate.
NB: questa nota a piè di pagina fa parte del testo originale in inglese.
Un aneddoto personale rimarrà sempre impresso nella mia mente. La seconda volta che ho vissuto negli Stati Uniti per uno scambio universitario, ho insegnato italiano in un piccolo college della Pennsylvania, dove frequentavo anche dei corsi. In un corso di letteratura, la professoressa ha chiesto agli studenti cosa sapevano del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki del 1945. Io ho alzato la mano per condividere l’analisi del mio libro di storia del liceo in Italia: con la bomba atomica, gli Stati Uniti hanno concluso con violenza e distruzione di massa lo stesso conflitto in cui erano entrati con l’obiettivo di fermare la violenza e la distruzione di massa. L’ho detto con tono sincero, non polemico. Lo studio della storia italiana ammette apertamente gli errori del regime fascista e il male che ha causato; ingenuamente, pensavo che lo stesso principio valesse per la storia degli Stati Uniti in materia di interventi americani nel mondo dalla dubbia virtù. In classe è calato il silenzio. La professoressa ha risposto che era “interessante vedere come viene studiata la storia in altri Paesi” e che tutti i presidenti degli Stati Uniti da Harry Truman in poi, compreso Barack Obama (che allora era presidente), hanno appoggiato la scelta di Truman di sganciare la bomba atomica in Giappone. La bomba atomica ha posto fine alla “sofferenza di tanti americani in patria”, ha aggiunto. Non lo metto in dubbio; anche mio nonno materno mi ha detto che per quanto orribile fosse stata la morte e la distruzione causata dalla bomba atomica, lui aveva accolto con sollievo la liberazione da cinque anni di guerra. Ma è proprio quello il punto: per mio nonno, la guerra è avvenuta dentro le mura di casa. Le bombe cadevano dal cielo sulla sua testa. Intere città in Italia ed Europa sono state devastate. In qualsiasi momento potevi camminare per la strada e una sirena iniziava a ululare e tu correvi a trovare un rifugio sotterraneo senza sapere se avresti mai rivisto la luce del sole. Un manipolo di soldati tedeschi provò a prendere possesso della casa della famiglia di mia nonna — la stessa casa dove anni dopo sono cresciuta — e fu dissuaso solo da un brufolo sul volto adolescente di mia nonna, che sua madre fece passare per una malattia infettiva. Tale fu la realtà della guerra in Italia e in Europa: è stata una cosa fisica, e i miei nonni l’hanno vissuta sulla loro pelle, e mi dispiace, lo so che non è una gara, ma non penso sia paragonabile alla “sofferenza di tanti americani in patria” quando la Seconda Guerra Mondiale non si è combattuta sul suolo statunitense. Anzi, nessuna guerra ha avuto luogo sul suolo statunitense nel ventesimo e (finora) ventunesimo secolo, nonostante gli Stati Uniti siano stati coinvolti o abbiano avviato più di mezza dozzina di conflitti nel mondo. Si può sostenere che mettendo fine alla Seconda Guerra Mondiale con la bomba atomica, le forze armate statunitensi hanno assolto il loro compito: proteggere la cittadinanza in patria. Non importa se lo hanno fatto ammazzando più di centomila civili giapponesi come punizione finale per l’uccisione di più di duemila militari a Pearl Harbor. La maniera in cui la professoressa aveva liquidato le mie osservazioni mi era sembrata inopportuna. Ma quando sono andata a parlarle a fine lezione per spiegarle il mio punto di vista, non ha avuto tempo per me.
Suzy Hansen, Notes on a Foreign Country: An American Abroad in a Post-American World, Farrar, Straus and Giroux, 2017, p. 96-97 (Note su un Paese straniero: un’americana all’estero in un mondo post-americano; non disponibile in traduzione ufficiale italiana).
Ho scritto questo paragrafo nel 2023. Nel 2025, non ritengo più di dover moderare i toni: negli Stati Uniti, al momento, l’amministrazione al governo ha instaurato un regime autoritario. Le espressioni di eccezionalismo sono propaganda nazionalista.
Tim Wise, Under the Affluence: Shaming the Poor, Praising the Rich, and Sacrificing the Future of America, City Lights Books, 2015, p. 229 (Sotto l’egida dell’opulenza: umiliare i poveri, elogiare i ricchi e sacrificare il futuro dell’America; non disponibile in traduzione ufficiale italiana. “Under the affluence” è un gioco di parole che si può solo approssimare in italiano, da “under the influence”, ovvero “sotto l’influenza di alcol”; “affluence” significa ricchezza, abbondanza, opulenza).
L’originale inglese utilizza le lettere del sistema di valutazione scolastico statunitense; in questo caso, A+ e B-. È comunque difficile stabilire una reale equivalenza tra un sistema di valutazione a quattro lettere e uno a dieci numeri.
Il tradizionale ballo scolastico di fine anno nelle scuole superiori degli Stati Uniti.





Mi domando, da sempre, perchè noi tutti abbiamo accettato, e ancora accettiamo, questa narrazione messianica e bliblica della "City upon a hill" cioè l'idea che Stati Uniti fossero una nazione scelta da Dio per svolgere una missione universale: una specie di popolo eletto?!
“Questa non è l’America” è l’astuzia con cui l’eccezionalismo americano garantisce la propria sopravvivenza. L’autocritica è raramente contemplata da una posizione di “migliore e più grande”.
Bellissimo pezzo, Enrica!