In un universo parallelo
Per l’opportunità di creare una vita negli Stati Uniti, alcunə di noi hanno avuto la fortuna di nascere al momento giusto, in tempo per evitare le conseguenze dell'arrivo sulla scena di Trump

C’è un universo parallelo in cui, invece di nascere nel 1989, vengo al mondo nel 1999.
Quando ho 26 anni, decido di iscrivermi a una scuola di giornalismo negli Stati Uniti. Il colloquio per il visto studentesco al Consolato di Milano è fissato per il 28 maggio 2025 (invece dell’originale 28 maggio 2015).
La sera del 27 maggio 2025, mentre preparo i documenti da presentare all’appuntamento, ricevo la notizia che il Presidente Donald Trump ha ordinato la sospensione di tutti i colloqui per i visti studenteschi.
La mattina del 28 maggio, invece di andare in consolato, vado a lavorare nell’ufficio dell’azienda che mi ha assunto dopo la laurea magistrale.
Abbandono il programma scuola di giornalismo negli Stati Uniti. Già la decisione di partire mi aveva tenuta sveglia la notte per settimane, in preda a dubbi esistenziali. Figuriamoci ora, che si aggiungono gli inghippi amministrativi. Non è cosa, no. Non s’ha da fare.
Non parto per Chicago, non mi trasferisco a Boston per lavoro una volta conclusa la scuola di giornalismo.
Non stringo amicizia con la metà, se non di più, delle persone che fanno parte della mia vita oggi. Non incontro il mio compagno. Non intraprendo la carriera che mi ha portata qui, oggi, in una posizione di relativa felicità professionale.
Magari sarebbe andata ancora meglio, chissà, all’Enrica nata nel 1999. Ceteris paribus1, però, se fossi nata dieci anni dopo, la catena di eventi che ha reso la mia vita quella che è oggi si sarebbe spezzata il 27 maggio 2025.
Oppure no, e pur nascendo nel 1999, tra una sospensione dei servizi consolari e l’altra mentre il Dipartimento di Stato di Marco Rubio delibera se e come implementare una revisione degli account social media dei richiedenti visto, alla fine riesco a rimediare un visto studentesco sul passaporto.
Arrivata a Chicago a settembre 2025 (invece di settembre 2015), stringo amicizia con persone dallo spirito marcatamente liberal, che non esitano a scendere in piazza a manifestare in nome dei diritti civili e la giustizia sociale. In autunno, mi unisco a loro durante una manifestazione pacifica di solidarietà al popolo palestinese durante il genocidio di Israele a Gaza. Il Dipartimento di Stato mi identifica come possibile terrorista e revoca il mio visto. Sono in buona compagnia: siamo ottomila studentə stranierə a dover lasciare gli Stati Uniti.
Non finisco la scuola di giornalismo, non mi trasferisco a Boston, eccetera, eccetera.
Oppure riesco a scampare anche alla revoca del visto. In fondo, che accada nel 1989 o nel 1999, nasco sempre con la pelle bianca. Che cammini per le strade degli Stati Uniti nel 2015 o nel 2025, passo sempre come una di loro, magari vestita in maniera un po’ diversa dallo standard. Solo quando inizio a parlare si capisce che sono straniera. Ma il colore della mia pelle mi permette di rimanere zitta se, ad esempio, mentre cammino per la strada incrocio agenti federali che vorrebbero chiedere conto della mia presenza negli Stati Uniti: semplicemente, gli agenti federali una come me non la fermano.
Così, anche nata nel 1999, il diagramma di flusso della mia vita negli Stati Uniti riesce ad allungarsi di qualche linea nella sequenza degli eventi.
Ma serve a poco. L’arrivo di Donald Trump sulla scena politica statunitense è una cesura generazionale. Il punto di rottura con il passato è tale da ridefinire il destino di milioni di persone in modalità che non conoscono precedenti.
Se fossi nata dieci anni dopo, è ragionevole pensare che la mia vita negli Stati Uniti, pur se desiderata, non sarebbe mai potuta accadere.
In Fuoriclasse. Storia naturale del successo, il sociologo canadese Malcolm Gladwell propone una magistrale demistificazione dell’idea di “successo”2 professionale e sportivo come frutto esclusivo dell’impegno individuale: esistono tanti fattori ambientali, imprevedibili e incontrollabili, che influenzano la capacità di un individuo di eccellere o raggiungere il massimo del suo potenziale (magari insieme a fama, ricchezza, riconoscimento) nella propria disciplina. Uno di questi è l’anno di nascita, nel senso generale di generazione a cui si appartiene.
Nascere in un certo anno, e quindi andare a scuola in un certo periodo, e quindi laurearsi in una certa congiuntura economica può creare — in maniera del tutto arbitraria e indipendente dalla propria volontà o controllo! — le condizioni ideali perché si verifichi una certa, propizia sequenza di eventi nella vita.
Gladwell porta a esempio i fondatori delle grandi aziende di informatica, come Bill Gates e Steve Jobs: entrambi nati nel 1955, arrivati al punto giusto del percorso scolastico all’alba dell’era del personal computer negli anni ’70, e poi sì, certo, le inclinazioni personali, il talento, la condizione socioeconomica familiare, il colore della pelle, il sesso. «Il loro successo non è stato frutto solo delle loro azioni», scrive Gladwell, «È stato il prodotto del mondo in cui sono cresciuti».3
Anche il mio compagno James e tante mie amiche e amici che lavorano come ingegnerə informaticə sono natə al momento giusto: tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, giusto in tempo per entrare nel mondo del lavoro e farsi le ossa nell’era dell’Internet sempre più ubiquitaria, della dissoluzione del confine tra analogico e digitale, delle piattaforme, di Big Tech che assume tanto e paga di più; giusto in tempo per avanzare di carriera a sufficienza per ritrovarsi oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, in un ruolo di livello più alto che non è messo in discussione dall’intelligenza artificiale stessa. Se, invece del 1984, James fosse nato nel 2004, entrando nel mondo del lavoro come sviluppatore di software oggi, non troverebbe la stessa pletora di opportunità, perché le mansioni che una volta erano affidate agli sviluppatori junior adesso vengono facilmente svolte dall’IA.
Ecco, per quanto riguarda l’opportunità di creare una vita di pienezza e soddisfazioni negli Stati Uniti, io credo che alcunə di noi abbiano avuto la fortuna di nascere al momento giusto. Credo che l’arbitrarietà del destino, che è vera sempre, non sia mai stata così tanto vera, così decisiva, come lo è da quando sulla scena è arrivato Donald Trump.
Esiste già, tra le persone immigrate negli Stati Uniti, una ben nutrita generazione pre-Trump. Intere famiglie create da persone nate all’estero che sono riuscite a costruire una vita negli Stati Uniti non perché sono più speciali di altre, ma perché, semplicemente, certe circostanze anagrafiche hanno permesso loro di intraprendere il percorso prima che arrivasse Trump.
Questo vale sia per chi arriva negli Stati Uniti provenendo da contesti di vita estremamente svantaggiati, sia per chi emigra per motivi più privilegiati di studio o lavoro.
Nel 2025, il numero di persone immigrate residenti negli Stati Uniti è calato di un milione e mezzo, da 53,5 milioni a 51,9. Le iscrizioni di nuovə studentə stranierə alle università sono diminuite di un astronomico 17%: «Dietro ogni cifra si cela un contributo mancato», scrive Forbes. «La dottoranda che avrebbe fatto progredire la robotica, la studentessa che avrebbe fondato la prossima azienda miliardaria».
Che la vita sia una gigantesca collezione di momenti da porte scorrevoli — con riferimento a Sliding Doors, il film del 1998 con Gwyneth Paltrow che racconta le diverse diramazioni della vita della protagonista a seconda che riesca a prendere il treno della metropolitana o che le porte scorrevoli le si chiudano in faccia — è, come dicevamo, sempre vero. Ma nella catena di bivi del destino che è l’esistenza umana, per chi è emigratə negli Stati Uniti, la relazione temporale tra il proprio arrivo (o intenzione di arrivare) nel Paese e le due elezioni di Donald Trump cambia tutto il corso della storia.
Per quanto riguarda la mia esistenza negli Stati Uniti, non si tratta solo dell’ipotesi fantascientifica di nascere un decennio più tardi. Sono bastati circa sei mesi di scarto tra la richiesta del mio primo visto lavorativo ad Adecco (l’azienda che per un anno mi ha assunta a contratto per Google), qualche settimana dopo la prima elezione di Donald Trump a fine 2016 ma prima che si insediasse ufficialmente a inizio 2017, e quella di una collega di nazionalità sudcoreana, perché la mia richiesta venisse accettata da Adecco, e la sua no.
Quando ho fatto io richiesta di sponsorizzazione, Trump non aveva ancora cominciato ad alterare radicalmente il panorama migratorio statunitense: non si viveva ancora in un’atmosfera di terrore. Ho potuto così fare domanda per l’agognato visto lavorativo H-1B. A maggio 2017, la domanda è stata approvata. Dopo qualche mese, ho ricevuto l’offerta di assunzione a tempo indeterminato direttamente da Google (non più a contratto), che a sua volta ha sponsorizzato un nuovo H-1B, per poi sponsorizzare anche la mia green card. Dopo cinque anni di residenza permanente, dal 2025 sono idonea alla cittadinanza statunitense.
Quando la mia collega (e amica) sudcoreana ha richiesto la sponsorizzazione, qualche misero mese dopo di me, il clima era cambiato: per un’azienda come Adecco, investire nel visto di una lavoratrice a contratto era diventato un rischio insostenibile. L’amica non ha potuto fare domanda per l’H-1B e ha dovuto esplorare altre strade, molto più tortuose, per rimanere negli Stati Uniti. Nessuna è andata a buon fine. Anche la mia amica proveniva da una scuola di giornalismo, terminata appena nove mesi dopo di me. Al termine del periodo di un anno in cui, grazie a un programma che si chiama Optional Practical Training, a una persona laureata presso un’istituzione statunitense è concesso di lavorare nel Paese, la mia amica è dovuta rientrare in Corea, tra le lacrime.
La vita della mia amica è comunque splendida, felice e piena di soddisfazioni, ovviamente (tra l’altro, da allora è tornata negli Stati Uniti per altre vie), così come lo sarebbe stata la mia se non avessi avuto l’opportunità di rimanere negli Stati Uniti. Ma quei tre anni che separano il suo anno di nascita dal mio, e quindi quei nove mesi di differenza tra il suo master in giornalismo e il mio hanno tolto a lei la possibilità di seguire il destino che aveva progettato per se stessa. E tutto questo perché io, in virtù della mia età, ho potuto iniziare a lavorare negli Stati Uniti prima che arrivasse Trump, e lei, invece, no.
Non lo sapevamo, mentre ci succedeva. Ma la verità è che intere storie di vita hanno potuto prendere forma negli Stati Uniti perché hanno cominciato a scriversi prima che a mettere disordine nella trama intervenisse Trump. Da quando c’è Trump, sempre più storie cambiano direzione allo snodo per l’universo parallelo.
È ovvio che i percorsi di vita non si dipanano mai “a parità di altre condizioni”, ma vi prego di assecondare il senso figurato di questa ipotesi per illustrare la tesi dell’articolo.
Metto tra virgolette perché la definizione che come società diamo al successo è falsata e ingannevole. Sul lavoro, avere successo significherebbe ricoprire posizioni gerarchicamente alte e guadagnare tanti soldi. Nello sport, vincere medaglie. Nella scrittura, pubblicare un libro con un editore importante e poi vincere un premio letterario. Questa definizione in positivo implica che, al negativo, chi non guadagna tanti soldi o non vince una medaglia nella propria disciplina sportiva non abbia successo o, peggio, abbia fallito. Non è così: al di là di tutti i motivi circostanziali e insondabili che permettono a certe persone di “realizzarsi” più di altre (ne abbiamo parlato qui), o delle leggi del mercato che remunerano certe professioni più di altre, il successo ha anche una dimensione estremamente personale. Io, come scrittrice e giornalista, potrei non arrivare mai alla pubblicazione di un libro o di una firma su una rivista importante. Però ho creato e porto avanti un progetto editoriale come Anche una donna qui, che realizza tante mie aspirazioni professionali e ha contribuito alla costruzione di una bellissima comunità di lettrici e lettori con cui si è creato un rapporto autentico di stima, fiducia e scambio intellettuale. Non c’è fama, non ci sono tanti soldi, non si vincono medaglie né premi. Ma, per me, anche questo è successo.




Bello e emozionante il tuo lungo scritto. Mi ha sempre affascinato e lasciato sgomento l’effetto Sliding doors. Immaginare quali altre direzioni avrebbe preso la vita di fronte a grandi ma anche piccoli eventi, mi infonde tranquillità ma anche delusione. Esercizio interessante ma anche emotivamente devastante se non ben orientato. Grazie 🙏🏻
Il "gioco" delle sliding doors è affascinante. In questo caso ci dà anche la misura di come un singolo essere umano, messo in condizioni di potere tali, possa condizionare le vite di milioni di persone. Anche nell'ecosistema sociale della specie umana è valido il paradosso della farfalla.