Il Venezuela sfida ogni tentativo di risolvere la realtà in semplificazioni binarie
Due donne venezuelane-americane condividono pensieri e sensazioni, speranze e preoccupazioni per il loro Paese dopo la cattura di Nicolás Maduro
Piccola nota prima di iniziare: il weekend scorso gli agenti federali di Donald Trump a Minneapolis hanno ammazzato a colpi di pistola Alex Pretti, cittadino statunitense, mentre aiutava una persona uscita da una colluttazione con gli agenti.
Volevo andare in viaggio-reportage a Minneapolis la terza settimana di febbraio — avevo già guardato e quasi prenotato i voli — per raccontarvi cosa sta accadendo direttamente da lì. Dopo gli eventi del weekend, però, ho capito che per muoversi in condizioni di sicurezza è necessario aspettare.
Mentre Minneapolis è in fermento, la vita quotidiana di persone come me continua in maniera relativamente tranquilla, dal punto di vista dello svolgimento concreto delle nostre giornate. Quel che cambia è l’incertezza e il peso che ci portiamo nel cuore. Ne ho parlato insieme a Elide nell’ultimo episodio del nostro podcast Americanate.

Era circa mezzanotte tra il 2 e il 3 gennaio quando Maria, che era a casa nella grande città degli Stati Uniti dove vive, ha ricevuto una videochiamata su FaceTime dai genitori a Caracas, in Venezuela, dove erano le due di notte.
“Mio padre sorrideva e urlava ‘Sta succedendo! Sta succedendo!’ Credevo fosse impazzito”, racconta Maria per telefono tre settimane dopo. Sui cieli di Caracas era in corso un’incursione militare degli Stati Uniti. L’operazione, autorizzata dal Presidente Donald Trump, sarebbe culminata nella cattura del dittatore Nicolás Maduro, il cui regime ha inabissato il Venezuela in una condizione inabitabile di profonda crisi economica e il tasso di inflazione più alto del mondo. Maria riferisce che il 71 per cento della popolazione venezuelana vive sotto la soglia di povertà. In realtà, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, il tasso di famiglie sotto la soglia di povertà in Venezuela supera il 90 per cento.1
“Ho sentito le bombe in sottofondo”, ricorda Maria della videochiamata con i genitori. “Anche solo sentire le bombe è stato per noi un momento emozionante. Per la prima volta, ci siamo sentiti sostenuti”.
Maria ha 33 anni, è nata e cresciuta a Caracas e dal 2015 vive negli Stati Uniti, di cui ora è cittadina (mantenendo anche la cittadinanza venezuelana). In Venezuela, la professione di architetta non le bastava per guadagnare da vivere. Ora lavora come designer, in attesa della certificazione per esercitare il suo mestiere anche negli Stati Uniti. Maria è uno pseudonimo, che preferisce utilizzare “per la sicurezza della mia famiglia laggiù e anche della mia, quando ritorno”. Ugualmente, Maria mi ha chiesto di omettere il nome della grande città dove risiede negli Stati Uniti insieme al marito, anch’egli venezuelano.
Il padre del marito di Maria ha fatto parte dell’Assemblea nazionale del Venezuela nelle fila dell’opposizione. Per questo, il marito di Maria è stato perseguitato dal regime di Maduro: “Hanno provato a sequestrarlo una sera mentre rientrava a casa in macchina”, racconta Maria. “Gli hanno sparato otto volte. Per fortuna è riuscito a scappare”. Almeno quattro amici e uno zio di Maria sono stati rapiti da gruppi criminali; lo zio non ne è uscito vivo. Almeno tre conoscenti sono stati uccisi durante proteste contro il governo di Maduro alle quali Maria stessa ha partecipato quando viveva ancora a Caracas.
“Non credo che la gente capisca quanto sia difficile la vita giù a casa”, lamenta Maria. “Cresci negli Stati Uniti e non sai cosa significa essere oppressa. Lo so che è controverso, ma questa è la prima volta che riceviamo aiuto. Il coinvolgimento di Trump e degli Stati Uniti è l’unica cosa che abbiamo”.
Per ore dopo la telefonata con Maria, e poi per giorni mentre abbiamo continuato a comunicare, quasi quotidianamente, tramite WhatsApp, mi sono dimenata nella difficoltà di accogliere la valutazione di Maria senza cadere nell’argomentazione altamente improduttiva che “se c’è di mezzo Donald Trump, quel che mi dice non può essere vero” — parole da parodia del progressismo moderno.
A lungo mi sono interrogata su come è possibile tenere insieme, da un lato, il disdegno per le modalità violente e potenzialmente anti-costituzionali2 di Trump e della sua amministrazione e, dall’altro, la volontà di onorare la verità di una persona nata e cresciuta sotto il regime di un altro uomo violento e anticostituzionale — verità che è inviolabile in senso assoluto, al netto del giudizio postumo che la storia esprimerà sugli eventi.
In un’epoca storica in cui la polarizzazione politica della società ci ha assuefatto3 a letture della realtà rigidamente binarie, il Venezuela ci sfida a sostenere l’ambiguità e la complessità che come ogni virtù stanno nel mezzo — dove gli angoli squadrati della politica si scontrano con le sfumature morbide dell’umanità.
Ho conosciuto Maria per vie familiari: è una cugina di Nicole, la moglie di un cugino acquisito del mio compagno James. Nicole è arrivata negli Stati Uniti da Caracas alla fine del 1996, a nove anni, con i genitori e il fratello maggiore. È un’artista, ha frequentato lo stesso college di James in Virginia e ora vive con il marito e i tre figli maschi in una cittadina del Colorado non lontana da noi.
Nei giorni successivi all’attacco degli Stati Uniti al Paese in cui è nata e non torna da quasi quindici anni, Nicole ha postato su Instagram alcune storie che celebravano la cattura di Maduro, postulando una distinzione tra il desiderio di liberare il Venezuela dalla dittatura da un lato e, dall’altro, l’opposizione politica a Donald Trump. “Cari amici democratici, ascoltate i venezuelani. È possibile opporsi a Trump e allo stesso tempo sostenere la liberazione del Venezuela”, recitano titolo e sottotitolo di un articolo condiviso da Nicole.
Era dalla notizia dell’attacco che ribollivo di rabbia, insieme al resto del mondo occidentale progressista, per l’ennesima ingerenza imperialista degli Stati Uniti in nome del fantomatico principio di “cambio di regime” (di cui di questi tempi, ironicamente, gli Stati Uniti sono i primi ad avere bisogno). Mi ero ripromessa di mandare un messaggio a Nicole per esprimerle la mia solidarietà — ma improvvisamente non sapevo più di quale solidarietà dovevo rendermi messaggera.
Non è possibile, anzi, è categoricamente impossibile che qualcosa di buono per il martoriato popolo venezuelano possa originare dal bullismo e dalla violenza di un uomo come Donald Trump, continuavo a pensare insieme a milioni di altre persone. Il cuore di Trump non è nel posto giusto, come si dice in inglese. La maggior parte delle analisi sulle principali fonti di informazione occidentale ribadivano essenzialmente questo: la rimozione di Maduro è in sé una buona notizia, ma è difficile immaginare un esito positivo nel lungo termine quando lo stesso Trump ha ammesso l’anelito per il petrolio della zona, più che per il bene del popolo venezuelano, e per il dominio completo ed esclusivo dell’emisfero occidentale nel suo interesse, non quello dei popoli latinoamericani.
Senza contare che, prosegue il ragionamento, Trump ha lasciato al potere la vice di Maduro, Delcy Rodríguez, e per ora non sembra appoggiare una transizione all’opposizione guidata da María Corina Machado. Anche se lo facesse, Machado è allineata con la destra di ispirazione trumpiana, che non brilla per propensioni democratiche. Non è esattamente ciò che auguriamo al Venezuela, no?
Questa lettura degli eventi ci ha fatto stare bene, al sicuro nella convinzione di essere sempre al fianco di chi è più debole e oppresso — finché la realtà non ha cominciato a lanciare segnare ambigui sui contorni che il popolo debole e oppresso dà al proprio bene. Sugli schermi di televisioni e cellulari sono comparse le immagini della diaspora venezuelana in festa; nelle caselle di posta sono arrivati messaggi come quello di Nicole, che mi ha scritto che i suoi parenti in Venezuela erano “overjoyed” (felicissimi).
Purtroppo, invece di accogliere questa ambiguità come essenza inoppugnabile di quanto sta accadendo in Venezuela, e come opportunità di riflessione oltre la polarizzazione, abbiamo preferito rifugiarci in interpretazioni che confermano la nostra visione del mondo. Le immagini della diaspora venezuelana in festa sono state interpretate nella direzione del binarismo a tutti i costi: saranno fan di Trump/persone di destra; o, peggio, quella del paternalismo: non si rendono conto.
Il paradosso di queste interpretazioni, soprattutto quella paternalistica — che prende le mosse da una supposta superiorità intellettuale, un po’ come tante letture superficiali del sostegno a Donald Trump: sono solo persone ignoranti —, è che spesso finiscono per calpestare l’altrui diritto all’autodeterminazione tanto quanto l’imperialismo al quale si contrappongono: ti dico io cosa è meglio per te.
Maria sostiene energicamente che l’intervento statunitense non è in conflitto con il principio di autodeterminazione, anzi: lo onora. “Non è un’invasione. È l’intervento che avevamo richiesto”, mi dice per telefono, poi, in un articolato messaggio su WhatsApp poco dopo aver abbassato la cornetta, elabora: “Sostenere gli sforzi per porre fine a una dittatura, specialmente quando è la popolazione a chiedere aiuto, non è automaticamente segno di imperialismo. […] Quando vivi sotto una dittatura, la pressione internazionale […] è una questione di sopravvivenza e diritti umani. Siamo stati sfruttati per così tanto tempo che a chi vive in Venezuela questo non sembra imperialismo. Sembra che finalmente qualcuno stia dando ascolto a quello di cui NOI abbiamo bisogno”.
Pensateci: se queste parole provenissero dalla bocca di una manifestante in Iran (dove il nemico è una teocrazia) o una persona Inuit in Groenlandia (dove il cattivo è inequivocabilmente Donald Trump), è possibile che nella testa della persona di sinistra non si creerebbe la stessa confusione al limite del parodico che si crea con il Venezuela (dove per tante persone Donald Trump magari non è esattamente il buono, ma se ne è reso portatore).
Se leggete queste pagine da tempo, sapete che questa riflessione non è un invito a rivalutare Trump (ci mancherebbe!): è un’esortazione a creare spazio per la complessità dell’esistenza, senza che significhi cambiare orientamento politico o venire meno ai propri valori.
Da quando Nicole ha creato la chat di gruppo con Maria su WhatsApp, non è passato giorno senza che una delle due mi ringraziasse, più volte, per l’interesse mostrato nell’ascoltare e amplificare la voce delle persone venezuelane direttamente coinvolte dagli eventi. “È pazzesco vedere giornalistə che scrivono della situazione in Venezuela senza parlare con noi”, mi ha scritto Maria. “Ho difficoltà con le persone che adottano una prospettiva statunitense”.
Secondo Maria e Nicole, questa prospettiva è limitata non solo perché proviene da una posizione di privilegio, serenità e abbondanza sconosciuta alle persone venezuelane, ma anche perché sembra concentrarsi unicamente sulla valutazione di Donald Trump (che, per inciso, non piace né all’una né all’altra: “Nessun amore per Trump”, ha scritto Nicole).
“Due cose possono essere vere nello stesso momento”, scrive Maria in un messaggio. “Quel che è successo in Venezuela è buono, e una persona cattiva ha fatto una cosa buona. […] È difficile accettarlo, ma fa paura pensare che se la storia viene raccontata solo dalla prospettiva di Trump [nel senso della critica alle sue azioni, ndr], e non dalla prospettiva dei venezuelani, perderemo il sostegno di cui abbiamo bisogno per uscire finalmente da questo incubo”.
Nicole aggiunge: “Le azioni di Trump sono decisamente guidate dall’avidità”, scrive. “Ma hanno attirato l’attenzione sul Paese che una volta chiamavo casa? Hanno creato una crepa in una dittatura? Mi va bene che sia così, perché è il male minore? Sì, e mi sento grata e piena di speranza”.
Sul finire della nostra telefonata, Maria offre una metafora per aiutarmi a capire:
Immagina una donna che per vent’anni è vittima di violenza domestica. In tutto questo tempo ha sempre chiesto aiuto, ma nessuno ha mai fatto nulla. Un giorno arriva un vicino di casa per aiutarla. Ma attorno alla donna tutti continuano a dirle: “Stai attenta, potrebbe farti del male”. Ma intanto lui è l’unico che abbia mai offerto aiuto.
Una sera della settimana scorsa, mentre lasciavo marinare dentro di me le testimonianze di Maria e Nicole, sfogliando il New Yorker ho trovato un articolo dello scrittore e poeta venezuelano Armando Ledezma, direttamente da Caracas. Il tono cupo di Ledezma mi ha colpito come la faccia in ombra, per così dire, della stessa medaglia di Maria e Nicole:
La rimozione di Maduro inizialmente ha portato un senso di sollievo in Venezuela, tra persone di ogni orientamento politico: chi sosteneva l’intervento degli Stati Uniti ha festeggiato la cattura di Maduro come un segnale che il cambio di regime fosse imminente, mentre coloro che temevano la forza militare statunitense hanno sperato che la cattura potesse almeno mettere fine alla minaccia di violenza. Il sollievo è svanito rapidamente, tuttavia, quando ci siamo resi conto di quanta incertezza ci attende.
[…] Il Paese sta diventando sempre più polarizzato. Le tante persone venezuelane che sono allo stesso tempo arrabbiate con il regime dittatoriale di Maduro e diffidenti verso gli Stati Uniti sentono di dover prendere una posizione, anche se nessuna opzione è buona.
[…] Non c’è celebrazione né lamento nella capitale in questo momento, solo immensa incertezza, mentre cerchiamo di dare un senso a quel che accadrà.
Facendo il punto a quasi un mese dall’attacco del 3 gennaio, Maria (che è in contatto costante con parenti e amici a Caracas) conferma che oltre alla rimozione di Maduro la vita quotidiana in Venezuela non è migliorata. Il regime di Maduro è di fatto ancora al potere nella persona della sua vice Delcy Rodríguez, nominata presidente ad interim.
Le forze di polizia di Maduro sono appostate in giro per Caracas; la madre di Maria si è imbattuta in un manipolo di loro mentre andava a fare la spesa. Vestiti di nero, i militari fermano la gente per fare controlli casuali dei loro cellulari, cercando nei messaggi parole come “maduro”, “gringos” o “dólar”.
“C’è ancora tanto da fare e niente al momento è perfetto”, dice Maria. “Ma sotto Maduro la situazione è stata così brutta, che c’è del buono in quanto sta accadendo”. Anche se Rodríguez dovesse rimanere al potere, continua Maria, “con il coinvolgimento degli Stati Uniti c’è speranza”.
Le chiedo se non teme il fatto che anche lo stile governativo di Trump tende all’autocratico e all’anti-democratico.4 “Chi dice che Trump è un autocrate non ha mai vissuto sotto un regime”, risponde Maria.
Per quanto riguarda la sottoscritta, è la verità.
Nell’estate del 2013, dopo essere rientrata da un secondo scambio universitario negli Stati Uniti, all’ultimo anno della magistrale, mi lamentai con mio nonno Fulvio della risposta piccata che avevo ricevuto dalla professoressa di un corso di letteratura quando avevo osservato che gli Stati Uniti, sganciando la bomba atomica per porre fine alla seconda guerra mondiale, avessero impiegato la stessa violenza di quella che intendevano combattere entrando nel conflitto (come avevo letto sul libro di storia di quinta liceo).5
Mio nonno, cresciuto in una famiglia di antifascisti (il padre metteva all’occhiello della giacca una spilla militare come scusa per non indossare quella obbligatoria del PNF), democristiano durante la guerra fredda poi, dopo il 1992, allineato con il centro-sinistra, forse l’antiberlusconiano più appassionato che io abbia mai conosciuto, mi ha risposto: sì, quel che dici è vero. Ma tu non puoi capire cosa abbia significato per noi la fine della guerra e la liberazione dal fascismo. Avevamo sofferto in una maniera indicibile; quella bomba è stata quel che è stata, ma ha anche contribuito a porre fine alla sofferenza.
La risposta di mio nonno non ha modificato di un millimetro il mio rigetto dell’arroganza statunitense verso il resto del mondo, né la sensazione che questa prepotenza sia incompatibile con i miei valori, né la convinzione che la pace non passa per le bombe. Però mi ha esortato a spostare la direzione del mio sguardo dal politico all’umano. Mi ha chiesto di mettere in tasca, per un momento, gli strumenti squadrati di spiegazione logica della realtà, per addentrarmi nel terreno più morbido, spesso paludoso, storto e irregolare, dell’animo umano e di come il suo desiderio di libertà e felicità si scontra con oppressione e sofferenza.
E mi ha ricordato che c’è un limite entro il quale gli strumenti logici di lettura della realtà non possono sostituirsi all’esperienza di chi la vive, né tantomeno spiegarla completamente.
Credo che sia in questa ottica che dobbiamo accogliere la prospettiva delle persone venezuelane, oltre i binari e gli angoli squadrati della politica: ognuna di loro ha una visione diversa, e perlopiù legittima, per l’uscita del Paese dalla dittatura, ma il minimo comune denominatore è un popolo che desidera solo essere libero. È a questo che Maria e Nicole tornano sempre: “Voglio passare il Natale nel calore e nelle risate. Voglio portare i miei figli sulla spiaggia dove ho imparato a nuotare”, dice Nicole.
“Dopo così tanti anni di dolore, la gioia non ci viene con leggerezza”, offre Maria. “Quando osservate la nostra felicità ora, non è improvvisa o ingenua — è guadagnata. Deriva dal sopravvivere a ciò che molte persone non hanno mai dovuto immaginare. E spero che mai dovrai farlo!”
Si tratta del 15,5 per cento delle persone che vivono sotto la soglia di povertà globale (3,65 dollari statunitensi al giorno, come identificata dalla Banca Mondiale) in tutta l’America Latina.
In teoria un’operazione militare come quella in Venezuela dovrebbe essere autorizzata dal Congresso.
Se non addirittura costretto, in certi casi, pena la sopravvivenza nel gruppo a cui si appartiene: o dici qualcosa anche tu, o sei complice.




Grazie Enrica, anch'io al momento di quei fatti avevo contattato subito degli amici venezuelani, semplicemente chiedendo come stessero, e loro erano over the moon.
Ma la cosa che mi aveva colpito di più era stata che, nei giorni seguenti, mi aveva contattato una persona, che era già stata mia cliente in passato e con cui avevo avuto uno scambio cordiale, chiedendomi di tradurre un documento.
Si trattava di un atto anagrafico che riportava che suo marito era nato in Venezuela. Io ovviamente non volevo farmi i fatti loro, quando mi capita di tradurre dati sensibili lo faccio col pilota automatico e non menziono mai questi dati nelle mie interazioni coi clienti. Però in quel caso ero stata molto combattuta, perché mi sembrava di ignorare una cosa troppo grossa visto il momento storico.
Visti gli scambi così amichevoli precedenti, alla fine le ho scritto dicendo che "I couldn't help but notice that your husband was born in Venezuela" e che speravo che i loro famigliari e amici stessero bene. Lei mi ha risposto con una lunga email in cui mi ha raccontato tutta la loro situazione, che anche lei era venezuelana nonostante fosse nata altrove, e che il fatto che ci fosse gente che si interessava alla loro situazione le scaldava il cuore e le dava speranza per il futuro.
Io non ho fatto altro che chiedere a due famiglie come stessero, oserei dire nemmeno il minimo della decenza umana. Questa cosa mi ha fatto molto riflettere sul nostro, anzi mio atteggiamento di osservatrice esterna e supponente, che vorrei entrare nella vicenda con già la mia spiegazione bella e fatta, quando invece dovrei starmene zitta, fare spazio e ascoltare.
Grazie per il tuo lavoro, Enrica. Questi tuoi pezzi restituiscono la complessità di cui abbiamo bisogno per capire il mondo invece che starlo solo a guardare con la nostra lente eurocentrica. Quando scrivi che "c’è un limite entro il quale gli strumenti logici di lettura della realtà non possono sostituirsi all’esperienza di chi la vive, né tantomeno spiegarla completamente" mi confronto con il pensiero che anche le esperienze di prima mano possono essere ulteriormente sfaccettate e contrastanti, parte del caleidoscopio di realtà e punti di vista che convivono in uno stesso Paese o contesto sociale. È una realtà che ci sfida immensamente, come esseri umani, richiede un grande sforzo di fuga dai riassunti semplici: spero che continueremo a parlarne collettivamente, perché è un esercizio che dovremmo fare sempre più spesso e con attenzione, credo (e non mi riferisco, ahimè, alla sola situazione venezuelana). Intanto, grazie!