Il nido pubblico negli Stati Uniti non esiste (o quasi)
Una donna e mamma italiana residente negli Stati Uniti ci racconta le acrobazie della sua famiglia per prendersi cura dei figli dopo la nascita
L’autrice di questa edizione di Anche una donna qui è Anna Aresi, italiana residente negli Stati Uniti dal 2008, traduttrice, docente di italiano e consulente sul multilinguismo per famiglie e docenti. Lavora in particolare con bambine e bambini fino ai 10 anni, ed è mamma di tre bambini di 3, 6 e 8 anni.
In tutto questo, Anna trova anche il tempo di scrivere la newsletter Parlo anch'io! su Substack, ed è proprio qui che ci siamo conosciute (l’ho già detto che sono grata per le persone che ho conosciuto grazie a Substack? Se pensi di essere una di queste persone, sicuramente lo sei). Io e Anna ci scambiamo frequenti messaggi vocali su WhatsApp maledicendo discutendo amabilmente di vita statunitense, dall’assicurazione sanitaria alle sparatorie alle opportunità lavorative migliori e meglio retribuite dell’Italia.
La base della famiglia di Anna è a Providence, capitale del Rhode Island, lo Stato più piccolo (con una superficie a metà tra il Molise e la Val d’Aosta). Quest’anno scolastico, Anna e famiglia sono temporaneamente in Italia. Qualche settimana fa ho chiesto ad Anna se aveva voglia di raccontare (da me retribuita, ci tengo sempre a specificare) al pubblico di Anche una donna qui qualcosa della sua esperienza con l’istruzione dei suoi figli negli Stati Uniti, soprattutto ora che ne ha preso le distanze per qualche mese. Ecco a voi la sua testimonianza, un altro capitolo de Gli Stati Uniti che non ti immagini.
Le notizie dagli Stati Uniti in questo momento sono molto gravi. Sotto la coltre della Storia con la maiuscola, continuano a esistere e scalpitare storie, con la minuscola, di vita quotidiana come quella di Anna. Oltre il bullismo di un capo di stato che vuole annettere la Groenlandia senza riserbo e rispetto per l’autodeterminazione del suo popolo, c’è una mamma la cui autodeterminazione ammonta alla scelta tra lavorare in macchina e spendere metà del proprio stipendio per mandare i figli al nido.
Ci risentiamo tra una settimana con un’intervista a due venezuelane-americane a un mese dall’attacco degli Stati Uniti culminato nella cattura di Nicolás Maduro.
Buona lettura!
—Enrica
Finché la mia famiglia non si è trasferita in Italia dagli Stati Uniti per un anno accademico, a fine agosto 2025, i miei tre figli1 non avevano mai frequentato una scuola pubblica.
Non siamo pieni di soldi, anzi, ma negli Stati Uniti avevamo iscritto tutti e tre i bambini a scuole private perché non c’erano alternative. Salvo rare soluzioni per famiglie a reddito molto basso in alcuni Stati, l’opzione pubblica per la scuola comincia solo a 5 anni con il kindergarten, che è un anno di transizione tra la scuola dell’infanzia (preschool o pre-K) e la scuola primaria (elementary school).2
Quest’anno in Italia, invece, i miei figli frequentano rispettivamente il primo anno dell’infanzia in una scuola paritaria e la prima e terza primaria presso la scuola pubblica del quartiere.
Negli Stati Uniti, alla nascita di un figlio o figlia i genitori hanno tre opzioni:
Iscriverli a un daycare a partire dalle sei settimane d’età;
Assumere una tata (nanny) a tempo pieno;
Rinunciare al lavoro di uno dei genitori, solitamente la madre, che diventa una stay-at-home mom (SAHM); lo stay-at-home dad (SAHD) è molto più raro.3
L’opzione nonni è meno frequente dell’Italia, perché negli Stati Uniti è più comune vivere lontano dalla famiglia d’origine. Può succedere che i nonni decidano di avvicinarsi geograficamente ai figli quando nascono i nipoti, ma è un evento eccezionale e quindi non contemplato come opzione dalla maggior parte dei neogenitori.
Il motivo per cui i daycare prendono bambini così piccoli è che a seconda dello Stato in cui si vive e del proprio stato occupazionale, molte famiglie non hanno la possibilità di prendere un congedo parentale, e quando ne hanno diritto di solito si tratta solo di poche settimane, che spesso non sono neanche retribuite o lo sono solo parzialmente.
Di solito, quindi, una persona in attesa lavora fino al momento del travaglio, corre a partorire e spera di non ricevere la telefonata con cui le comunicano il licenziamento mentre è ancora in ospedale (come è successo un paio di mesi fa a una mia conoscente). Altrimenti, spera di avere un parto senza complicazioni e di riuscire a rimettersi in sesto in una manciata di giorni, per poi tornare al lavoro ancora dolorante e grondante fluidi di vario tipo.
Alcune hanno in programma di rientrare immediatamente ma, dopo il parto — vuoi per motivi di salute propri o della prole, o per l’umanissimo sentimento di non riuscire a staccarsi da un neonato di poche settimane —, decidono di licenziarsi e rimandare indefinitamente il rientro al lavoro.
Io stessa ho avuto parti privi di complicazioni, eppure al check-up standard delle sei settimane mi sentivo a malapena me stessa.
Nel nostro caso, grazie alla maggiore flessibilità del mio lavoro in proprio, con i primi due bambini ce la siamo cavati con una babysitter part-time e turni tra me e mio marito (lui faceva i suoi orari, io lavoravo la sera e nei weekend). Così, siamo riusciti entrambi a passare tempo coi bambini e li abbiamo mandati a scuola a 18 mesi.
Col terzo, post-covid, era divenuto impossibile trovare una babysitter. Dopo una trentina di colloqui, con grande fatica, ne trovai una che però, dopo qualche mese, sparì dall’oggi al domani. Dopo un’altra trentina di colloqui andati a vuoto, mi arresi e andai a visitare qualche home daycare, cioè “nidi famiglia” ospitati nella casa (spesso nel seminterrato) di una persona abilitata. Questo perché, per i nidi “normali”, le liste d’attesa sono infinite (come spesso capita anche in Italia): anche mettendoci in lista subito, avremmo dovuto aspettare almeno un anno.
La maggior parte dei nidi famiglia che vidi erano terrificanti: seminterrati bui e sporchi dove avevo l’impressione che i bambini fossero lasciati tutto il giorno nei recinti di plastica. Alla fine ne trovai uno bello, luminoso, curato… a quarantacinque minuti di macchina da casa nostra. Era gestito da una mamma che aveva appena completato il corso di abilitazione ed era stata certificata per tenere sei bambini: i suoi due figli più quattro esterni.
Non avendo trovato altro, iscrissi immediatamente mio figlio versando i $250 della prima settimana (parliamo quindi di mille dollari al mese), poi aspettai un mese perché questo home daycare aprisse ufficialmente i battenti. Nel frattempo, avevamo rivoluzionato le nostre routine per poter conciliare gli orari lavorativi con la necessità di portare e andare a prendere i due bambini più grandi e di dover guidare un’ora e mezza andata e ritorno ogni giorno per il piccolo.
Ora che, tre anni dopo, metto tutto questo per iscritto, mi sembra un programma folle. Eppure, potendo contare solo sulle nostre quattro mani, non avevamo alternative. Ci saremmo aggiunti anche noi alla nutrita schiera di genitori che trascorrono ore in macchina ogni giorno per traghettare i pargoli da un lato all’altro dello Stato.
Se non che, dopo due giorni di apertura, il figlio più piccolo della titolare si ammalò. Essendo entrato in contatto con altri bambini per la prima volta, non era mai stato esposto ai germi che notoriamente proliferano tra i bimbi piccoli. Sembra che per la mamma sia stato uno shock tale per cui ci mandò un sms nel buio della notte per informarci che chiudeva tutto accampando il pretesto di presunte irregolarità appena scoperte. Dopo esattamente due giorni di vita, il daycare chiuse. La titolare sparì senza rimborsare i soldi anticipati né restituire gli oggetti (coperte, cambi di scarpe e vestiti) che avevamo dovuto portare il primo giorno.
A quel punto gettai la spugna e pensai: faccio io. Quando riuscivo mi portavo il bambino al coworking oppure, quando niente funzionava per farlo dormire, alle 13:45 lo mettevo in macchina pregando che si addormentasse, parcheggiavo di fronte alla scuola degli altri due e lavoravo in macchina dalle 14 alle 15, ora dell’uscita.
Fu un anno molto, molto duro.
Secondo i dati dello US Department of Labor, il costo annuale medio dei daycare negli Stati Uniti va da $6,552 a $15,600 (circa 5.600-13.400€). Significa che per questo servizio per un solo bambino, le famiglie spendono tra l’8,9% e il 16% della propria retribuzione annuale.
Attenzione, però: può aprire un daycare chiunque abbia più di 18 anni, abbia superato un paio di controlli di routine e dimostrato che i locali sono a norma. Non serve una laurea in scienze dell’educazione o titolo di studio di alcun tipo! Per questo, in presenza di educatrici o educatori che si presentano con una laurea, magari un master, magari un approccio educativo particolare come Reggio Emilia o Montessori o Waldorf, i costi cominciano a lievitare, e di molto.
Se il personale è qualificato, infatti, le rette partono di solito dai $16.000 (13.772€) per anno accademico (da settembre a maggio). I tre mesi estivi si pagano a parte.
Queste le rette per l’anno accademico 2026-2027 della Montessori Children’s House di Providence, Rhode Island, che i miei figli hanno frequentato per tre e cinque anni rispettivamente:
E queste le rette per il nido e la scuola dell’infanzia di un’altra scuola privata di Providence, la Lincoln School, che è una scuola quacchera solo femminile:
Qui danno l’opzione di scegliere quanti giorni di frequenza settimanale e se fare il giorno intero oppure metà giornata. La retta annuale (settembre-maggio) con frequenza giornaliera a tempo pieno è di $33.000 (28,300€).
Per il nido, noi avevamo scelto una piccola scuola gestita dalla simpaticissima e bravissima Ms. Polly nei locali di una chiesa evangelica. Abbiamo mandato là i bambini fino ai 3 anni, poi li abbiamo trasferiti in una scuola montessoriana.
Mio marito è nato e cresciuto a Hong Kong, in classi di quaranta dove si imparava tutto a memoria e chi non si comportava bene veniva esposto al pubblico ludibrio. A lui, inizialmente, della filosofia educativa non importava granché, anche se poi si è rivelato contento delle scelte fatte e con l’andare del tempo è stato sempre più coinvolto. Ma la scelta, di fatto, è toccata a me.
Completamente disorientata di fronte a un sistema scolastico che non capivo e dai prezzi così esorbitanti a fronte di un servizio a malapena accettabile, mi sono rivolta all’unico sistema scolastico che conoscevo: quello montessoriano. Non perché l’avessi frequentato (sono figlia della scuola pubblica italiana), bensì perché una cara amica dei tempi del dottorato era una studiosa di Maria Montessori: leggendo i suoi articoli accademici mi ero appassionata al metodo montessoriano e mi ero messa a studiarlo pure io.
Fateci pure i conti in tasca: per la scuola spendevamo annualmente circa $45.000 (le riduzioni di retta sul secondo figlio, quantomeno, erano generose e ammontavano a qualche migliaio di dollari), da aggiungere ai circa $8.000 che dovevamo sborsare per circa sei settimane di centri estivi (il massimo che potessimo permetterci. Per le restanti sei-sette settimane era un altro gioco di incastri).
Quando leggete questi numeri, cercate di non pensare con la testa italiana. È ovvio che sono alti, più alti di quanto tante persone in Italia guadagnano in mesi o anni. Ma come Enrica spiega spesso, un paragone diretto tra i soldi negli Stati Uniti e in Italia è impossibile. Negli Stati Uniti, sia gli stipendi che il costo della vita sono più alti che in Italia, ma più alto non significa più ricco. Ripeto che non siamo una famiglia particolarmente abbiente né particolarmente povera: la maggior parte della gente sta come noi o peggio.
Semplicemente, per anni siamo stati costretti a spendere circa la metà del nostro reddito congiunto per garantire ai nostri bambini il minimo di cura e istruzione prescolare.
Ecco perché la questione dell’affordable childcare (servizi prescolari a prezzi accessibili) incide in modo così profondo sulla vita quotidiana delle famiglie e sulle opportunità educative di bambini e bambine negli Stati Uniti.
No, non sono pazza, come mi è stato detto in questi quattro mesi di permanenza in Italia da qualsiasi sconosciuto/a mi incrociasse per la strada. Negli Stati Uniti, per quanto il tasso di fecondità sia in diminuzione come nel resto del mondo – 1,63 nascite per donna – avere tre figli al giorno d’oggi non è così raro come in Italia.
Questi sono i nomi standard, poi ogni scuola può adottare diciture differenti a seconda dello Stato. Ad esempio, nella nostra scuola in Rhode Island pre-K si chiamava primary, seguita da lower elementary (dalla prima alla terza classe) e upper elementary (dalla quarta alla sesta classe). In generale, comunque, le diciture daycare per nido, preschool per infanzia, elementary, middle e high school per elementari, medie e superiori sono quelle più diffuse.







Cara Anna, mi sono commossa leggendoti. Abbiamo un grande bisogno di ascoltare queste storie, di fare un reality check e di mettere nero su bianco le difficoltà di crescere una famiglia oggi.
Personalmente, devo fare una confessione: ho sempre guardato con scetticismo alle stay-at-home moms. Parte di questo scetticismo derivava dal non comprendere appieno le differenze fra Stati Uniti ed Europa quando si parla di childcare. Il tuo racconto rende chiarissime queste differenze e l’enorme sfida di conciliare lavoro e cura.
Grazie anche a Enrica per averti ospitato. Ho sentito critiche da vari fronti sul piano di Mandani per lo Universal Childcare (vedi The Economist). Mi piacerebbe leggere una vostra opinione o un approfondimento.
Un abbraccio.