Il diritto a formarsi un’opinione, a cambiarla, a cambiare
L'utilizzo del termine genocidio per descrivere la condotta di Israele a Gaza è sempre più diffuso. Spesso è il frutto di un percorso di riflessione che va accolto e rispettato.

A metà luglio, nella rubrica Opinioni del New York Times è apparso un saggio1 di Omer Bartov, professore di Studi di Olocausto e genocidio alla prestigiosa Brown University: “Sono uno studioso di genocidio. Lo riconosco quando lo vedo”, dichiara il titolo. Bartov racconta di essere nato e cresciuto in Israele in una famiglia sionista, di aver prestato servizio nelle Forze di difesa israeliane (IDF) come da obbligo di coscrizione e di aver dedicato la sua carriera allo studio di Olocausto e genocidio. Prova quindi dolore, scrive, al raggiungimento di quella che chiama “conclusione inevitabile”: “Israele sta commettendo genocidio contro il popolo palestinese”.
Sui social media, la maggior parte dei commenti ha assunto un tono sarcastico, rivolto sia a Bartov (alla buonora, Omer!), sia al New York Times. Succede spesso anche in Italia (dove il livello dei commenti da social media è nettamente inferiore agli Stati Uniti: chiunque apra la tendina pensando di trovare punti di vista costruttivi fa bene a lasciare ogni speranza fuori dall’uscio). Il caso più recente è quello dello scrittore e intellettuale israeliano Daniel Grossman, che in intervista a Repubblica ha dichiarato di “non poter più trattenersi” dall’uso del termine genocidio. “È arrivato tardi. Tardissimo. E non è perdonabile”, ha commentato un’utente.
Nella sezione commenti sul New York Times, invece, il saggio di Bartov è stato accolto con gratitudine. La consapevolezza per Bartov è arrivata a più di seicento giorni dall’ottobre del 2023, ma alla fine è arrivata, dopo un tortuoso cammino di osservazione, analisi e riflessione non solo sulla storia, ma anche sulla propria identità. Nel clima attuale di polarizzazione estrema, che ha “ucciso” qualsiasi sfumatura e disincentiva all’ascolto e al dialogo, il percorso di Bartov è un raro esempio di evoluzione e del pensiero e crescita dell’individuo.
Chi legge queste pagine da un po’ di tempo sa bene quanto io porti avanti attivamente questa linea di pensiero: quella che lascia alle persone spazio e opportunità per informarsi e imparare, crescere e cambiare, partendo dal presupposto che essere umanə significa incarnare contraddizione e imperfezione.
Ho sincera stima per chi parte dal punto A — che so, un voto per Donald Trump nel 2016 — per poi, lucidamente e consapevolmente, arrivare al punto B: l’allontanamento da una posizione problematica adottata in precedenza, come esito di un percorso di curiosità, analisi della realtà e infine crescita. Ho rispetto per le persone ebree che a lungo hanno respinto l’utilizzo del termine genocidio finché, a fronte di evidenze incontrovertibili, non hanno capito che invece non esiste parola più appropriata, anche se a macchiarsene è la propria gente.
Provo ammirazione maggiore di quanto senta, invece, osservando l’atteggiamento di superiorità morale e intellettuale di coloro che chiudono le porte al dialogo a priori o accolgono con aria di sufficienza chi cambia idea, perché c’è stato un tempo in cui la pensava diversamente.
Certo che quel primo voto a Donald Trump ha contribuito a rendere possibile il male e la sofferenza di milioni di persone; certo che mentre si dibatteva su come chiamarlo, il genocidio stava già accadendo. Ma non è con l’intransigenza e il rifiuto a concedere un’opportunità di cambiamento (o a sminuire quest’ultimo quando accade, perché prima, invece…!) che si crea giustizia.
Quante persone, di questi tempi, hanno il coraggio e l’umiltà di cambiare idea?
Il termine “genocidio” fu coniato verso la fine della Seconda Guerra Mondiale da Raphael Lemkin, avvocato polacco ebreo che aveva perso 49 membri della propria famiglia nell’Olocausto. Negli anni successivi, Lemkin concepì la configurazione giuridica del reato di genocidio e lottò per il suo riconoscimento a livello internazionale, in particolare presso le Nazioni Unite.
Tanto del lavoro di Lemkin confluì nella Convenzione sul genocidio, approvata dalle Nazioni Unite nel 1948; della definizione di genocidio originariamente concepita da Lemkin, però, era rimasto pochissimo. In particolare, la Convenzione ha inasprito l’onere della prova. Come spiega l’avvocato ebreo britannico Philippe Sands, che ha lavorato a diverse cause di genocidio presso la Corte internazionale di giustizia e ritiene che la condotta di Israele a Gaza si qualifichi come tale, la Convenzione ha stabilito la necessità di dimostrare non solo l’effettiva distruzione di un gruppo sulla base della sua identità, ma anche l’intento di raggiungere questo scopo.
Così configurato, il crimine del genocidio è stato storicamente difficile da dimostrare in sede giuridica internazionale. Ma ad alzare l’asticella in maniera forse più significativa è stata la genesi del reato legata all’Olocausto, e la conseguente associazione a quello che nell’immaginario occidentale (a ragione!) è stato il più atroce dei crimini commessi nel secolo scorso — quello a cui nulla può essere paragonato senza sminuirne un poco l’eccezionale gravità.
È questo l’enorme paradosso del reato di genocidio, che lo allontana dalla visione originale di Lemkin.2 Concepito per rendere giustizia allo sterminio di sei milioni di persone ebree solo perché ebree e per codificare la struttura giuridica necessaria a rispondere con prontezza e pertinenza al futuro emergere di simili fenomeni, nei decenni successivi il crimine dei crimini è diventato virtualmente impossibile da provare anche perché implica la creazione di un parallelo inappropriato? inelegante? irrispettoso? offensivo? con l’Olocausto.
Come argomenta un’analisi di un anno fa, sempre sul New York Times:
Per quasi 80 anni, il termine [genocidio] è stato indelebilmente associato all’Olocausto. Invocare “genocidio” significa immediatamente evocare il ricordo della distruzione del popolo ebreo […]: campi di concentramento e treni di deportazione, ghetti e camere a gas. Questa associazione ha allo stesso tempo aumentato la forza morale del genocidio e indebolito il suo utilizzo giuridico. L’Olocausto è visto sia come orribile standard rispetto al quale misurare tutte le atrocità moderne, sia come una catastrofe teoricamente irripetibile a cui [queste atrocità] non possono essere paragonate. La Convenzione sul genocidio ha di fatto sancito questa lettura paradossale della Shoah e, sulla base del suo esempio, stabilito una soglia pressoché impossibile per dimostrare l’intento genocida.
L’istituzione di un monopolio del popolo ebraico sul genocidio non era nelle intenzioni di Raphael Lemkin. Né la detenzione di questo monopolio dovrebbe essere nei desideri del popolo ebraico, come se la giustizia appartenesse unicamente al passato e non potesse e dovesse replicarsi anche nel presente e nel futuro, proprio in virtù degli orrori del passato. Il problema, ovviamente, è che a macchiarsi di genocidio oggi è lo stesso stato ebraico.
Questo è lo sfondo storico e il contesto culturale in cui il mondo occidentale dibatte se la condotta di Israele merita la qualifica di genocidio. La risposta è sì, perché no, tra le altre mille motivazioni, non si può invocare la legittima difesa in risposta all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Se l’autodifesa poteva avere una qualche logica argomentativa nell’immediato, è presto diventata una giustificazione per realizzare l’intento di obliterare il popolo palestinese dalla Striscia di Gaza e oltre.
Sempre più figure intellettuali e persone qualunque stanno raggiungendo questa conclusione. Ottimo! Non è mai stato produttivo liquidare questa domanda con un bel “grazie al cazzo” a priori, né corretto nei confronti di chi ha avuto bisogno dello spazio per capire, se questa persona proviene da una posizione di onestà e genuina curiosità intellettuale (l’avvocato Phelps succitato sostiene addirittura che il dibattito sulla nomenclatura sia in realtà una distrazione dal problema vero, cioè “l’orrore che sta avendo luogo di fronte ai nostri occhi”).
A sinistra abbiamo il vizio dell’intransigenza in questo senso: pur di non macchiare la nostra presunta purezza morale (una bella utopia), preferiamo annullare in toto la complessità dell’esistenza invocando connivenza col nemico laddove si tratta invece di una seria riflessione personale volta a crescere e migliorarsi. Così perdiamo l’opportunità di lasciare che una persona in più si unisca ai ranghi che portano avanti certi valori. C’è una bella differenza tra sostenere attivamente il genocidio e prendersi lo spazio e il tempo per capire cosa sta accadendo e cosa è accaduto dalle origini della questione israelo-palestinese.
Il discorso è un po’ diverso per la leadership politica del mondo occidentale; l’impatto di una presa di posizione avviene su scala nettamente maggiore. La Francia è un ottimo esempio: dal proibire tutte le manifestazioni pro-Palestina sul territorio nazionale a ottobre 2023 (poche parole qualificano la bassezza di un provvedimento del genere), il Presidente Macron è passato ad annunciare il riconoscimento dello Stato Palestinese a luglio 2025. Anche questo è un valido percorso di cambiamento e crescita dall’impatto di proporzioni notevoli, perché la Francia fa parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu. C’è da rallegrarsene.
Negli Stati Uniti, da un punto di vista istituzionale, possiamo scordarci qualsiasi mossa a favore della Palestina e contro il genocidio (tantomeno l’uso della parola!) finché Donald Trump è alla Casa Bianca. Ritengo comunque che anche da una presidente democratica sarebbe stato difficile aspettarsi un movimento nella direzione della retorica del genocidio, almeno nel breve termine, per il semplice motivo che condannare così la condotta di Israele significa essenzialmente rinnegare le fondamenta del progetto statunitense nel mondo (c’è chi lo chiama imperialismo).
La fondazione di Israele nel 1947 rappresenta il primo artefatto del dominio statunitense sull’assetto geopolitico internazionale post-1945, proprio in risposta all’Olocausto. Chiamare le cose con il proprio nome, quando il nome mi è genocidio e il responsabile Israele, non è solo una presa di posizione politica: implica una profonda trasformazione ideologica e la straordinaria onestà intellettuale di rivalutare la propria esuberante identità così come l’hai costruita e propagandata da ottant’anni a questa parte. È un processo lungo, complesso e doloroso, e richiede una dose di umiltà che storicamente non appartiene agli Stati Uniti.
Ho riso di gusto, l’altro giorno, quando ho esaminato la sezione “Buon carattere morale” della domanda per la cittadinanza statunitense sul sito di U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS). Come da immagine in apertura, uno dei quesiti chiede di dichiarare se si è mai ordinato, incitato, richiesto, commesso, aiutato o in qualche modo partecipato a un genocidio. Non è la prima volta che devo rispondere a questa domanda, che ritorna in tutte le formalità di immigrazione negli Stati Uniti, dall’ESTA turistico ai visti alla green card. Avrò risposto negativamente decine di volte; mai, però, in un momento storico in cui se il governo degli Stati Uniti dovesse rispondere onestamente a questa domanda, dovrebbe cliccare su “Yes”.
È l’ironia delle ironie, dover negare la connivenza in un genocidio come prova del proprio carattere morale nel momento stesso in cui il governo che te lo chiede (pena il rifiuto di visto o green card o cittadinanza) finanzia attivamente il 70% di un’operazione genocida nella Striscia di Gaza.3 È il controsenso dei controsensi, perché chiunque paghi le tasse negli Stati Uniti contribuisce alla carneficina (me compresa, purtroppo; ma cosa devo fare, evadere le tasse e quindi non contribuire neanche al finanziamento dei già scarni programmi di assistenza pubblica alle persone indigenti? Siamo contraddizioni ambulanti, anche senza volerlo).
Morale della favola: pur auspicandola, dubito la capacità degli Stati Uniti di prendere nel breve termine una posizione istituzionale contro il genocidio a Gaza; né ho speranza che possa farlo il governo italiano guidato da Giorgia Meloni.
Quando si tratta di persone come me e te, invece, ho molta più fiducia e credo nella sacralità di formarsi un’opinione, di cambiarla, di cambiare. Creo spazio per opportunità di crescita e per il racconto di quella volta che una persona ha cambiato idea. Come scrive Jeannine Oullette, scrittrice statunitense:
Nei contesti come quello in cui ci troviamo ora, è sempre più difficile guardare oltre quello che pensiamo di sapere — e gli algoritmi che decidono quello che vediamo ogni giorno cementano il nostro impegno a proteggere quello che pensiamo di sapere, invece di rivisitarlo.
Non sto parlando di cambiare valori fondamentali come la bontà, la decenza, l’uguaglianza dei diritti, la compassione, l’onestà, la protezione del pianeta e delle persone marginalizzate e danneggiate. Non credo di riuscire a “guardare oltre” questi valori fondamentali. Ma mi chiedo anche: se non riusciamo a guardare oltre ciò che pensiamo di sapere, cosa succederà? Che ne sarà di noi?
Se affermiamo con convinzione che “un giorno tuttə saranno statə contro a quanto sta accadendo a Gaza”, dobbiamo accettare che il processo è per sua natura dinamico e in continua evoluzione.
“Se Lemkin vedesse quanto sta accadendo [a Gaza], sicuramente [lo] descriverebbe come un genocidio”, ha detto Phelps nell’intervista a Ezra Klein che ho linkato in precedenza nel testo.
James ha scherzato che forse, per ottenere la cittadinanza, bisogna in realtà rispondere di sì…



L'inghippo nella definizione di genocidio sta nell'introduzione della prova della volontà genocidaria.
L'olocausto questa prova la trova nella Conferenza di Wannsee del 1942.
Il problema è che questa è una peculiarità storica.
È come voler descrivere la razza di un cane sulla base di una caratteristica peculiare di un singolo individuo.
Ed infatti il dibattito si è spostato sull'intento essendo tutti gli altri punti di discussione ormai pacifici.
Parlarne giuridicamente ha un significato. E in Italia ascolto troppe voci che continuano a dire "eh, ma gli ostaggi" o anche "e tu restituisci gli ostaggi", come se fossimo palestinesi di Hamas. Ma il punto focale del discorso è, meno male, un altro e tu lo ricordi benissimo quando dici che "la legittima difesa poteva valere nell'immediato (...)" mentre oggi il bombardamento di Israele su Gaza ha assunto la dimensione di una pulizia etnica vera e propria. Mentre infatti noi discutiamo, Netanyahu sta progettando l'invasione e la consegna del territorio a sé stesso.