Finale: libertà e destino
Sesta (e ultima) parte della serie Alla ricerca di America e identità: il mio viaggio on the road in Nebraska e South Dakota
Eccoci dunque a destinazione! Questa puntata è l’ultima della serie in traduzione che ho pubblicato nelle ultime sei settimane mentre diversi spostamenti mi impedivano di scrivere contenuti originali (ho scritto questo racconto di viaggio in inglese nel 2023).
Ringrazio chi ha seguito la serie fin qui! Da mercoledì prossimo, 15 ottobre, ricominciano le consuete analisi settimanali sull’attualità in Italia e negli Stati Uniti.
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Da Custer ho guidato 100 miglia (160 km) in direzione est verso il Parco nazionale delle Badlands, l’ultima tappa. L’abbondanza di parole del giorno prima ha ceduto il posto a un silenzio totale, assoluto, assordante. Mi sono messa all’unisono e ho guidato silenziosamente per il tratto di Highway 240 che attraversa il parco, fermandomi in alcuni punti panoramici e per fare due brevi camminate.
Ho provato stupore di fronte a rocce, colline e pinnacoli multistrato; ho sperimentato una vicinanza senza precedenti con una pecora delle Montagne Rocciose; ho patito un freddo pungente, con molta gratitudine per gli scaldamano che il mio ragazzo appassionato di montagna teneva in macchina. Ho contemplato la vertigine di trovarmi nel mezzo di formazioni naturali che prima di allora avevo ammirato solo dall’alto dei diecimila metri di un volo da costa a costa.
Per la notte, avevo prenotato un delizioso cottage con vista prateria (l’alloggio migliore e più costoso dell’intero weekend) a Wall, in South Dakota. Oltre che per la vicinanza al Parco nazionale delle Badlands, Wall è conosciuta per l’omonimo emporio (drugstore), Wall Drug, i cui eccentrici manifesti pubblicitari costeggiano centinaia di miglia della Interstate 90 che porta in città. La strategia di marketing di Wall Drug nasce dall’intuizione del suo fondatore, Ted Hustead, che aveva voluto che le pubblicità del suo negozio apparissero ovunque nel mondo… e anche al di fuori. Quando venne a sapere che la Nasa voleva portare l’uomo sulla luna, Hustead l’avrebbe contattata per chiedere di affiggere anche lì un manifesto pubblicitario di Wall Drug. L’ho letto nel necrologio di Hustead, datato 1999, durante una visita al negozio la mattina del mio ultimo giorno di viaggio.
La merce varia in vendita negli sterminati locali di Wall Drug mi interessava ben poco rispetto a uno stretto corridoio con le foto della famiglia Hustead alle pareti, vicino a una piccola cappella religiosa (sì, all’interno dell’emporio c’è anche una cappella). In molte foto gli Hustead appaiono al fianco di diverse cariche politiche afferenti al Partito Repubblicano, da deputati e governatori del South Dakota fino al Presidente George W. Bush. In altre, i rampolli Willie e Lane Hustead, non più di dodicenni nell’autunno del 2006, sono in ginocchio di fianco a un cervo morto, sul volto enormi sorrisi, in mano fucili da caccia.
La sera che ho passato a Wall, dopo una deludente cena a base di hamburger e patatine fritte servitami al Badlands Bar da una rifugiata ucraina (il primo e ultimo accento straniero che ho sentito durante il viaggio mi ha obbligato a chiederle da dove proveniva), ho guidato lentamente e senza meta per la città per osservare la cosiddetta “America vera” un’ultima volta prima di tornare a casa. Le strade erano vuote e silenziose sotto la luce fioca di rari lampioni. Quattro silos si ergevano imponenti al confine settentrionale della città, a due isolati dall’edificio a un solo piano del quotidiano Courant.
L’ultimo titolo in prima pagina sul Courant, il giorno in cui ho scritto questo testo, annunciava “Un giorno importante per la carne bovina del South Dakota”: “Il 4 maggio 2023 ho assistito a quello che considero un evento significativo e storico per la gente del South Dakota”, scrive la giornalista Elizabeth Meighen. “L’industria della carne bovina del South Dakota […] ha ricevuto un timbro di approvazione metaforico e letterale come la prima a qualificarsi per la spedizione interstatale”. Il primo impianto di lavorazione della carne a ricevere l’approvazione è stato proprio quello di Wall, vicino a cui sono passata quella sera. Nell’articolo, Meighen cita il discorso del vicegovernatore Larry Rhoden all’evento: “L’approvvigionamento di carne americana è una questione di sicurezza nazionale, perché se non controlliamo il nostro approvvigionamento, non controlliamo il nostro destino”. Rhodes ha anche rimarcato che “i contadini e gli allevatori dello Stato del South Dakota contribuiscono a nutrire il mondo”. È possibile che non esista motivo più decisivo per garantire il sostentamento di quotidiani locali come il Courant che la cronaca di temi che i lettori percepiscono come pertinenti al loro destino e al loro contributo nel resto del mondo.
Proprio su questo destino ho riflettuto quella sera mentre guidavo tra le umili case bianche rivestite in vinile. Dalla macchina ho sbirciato dentro a una finestra con le tende aperte. Attenta a non violare la privacy dei residenti, ho intravisto un arredamento modesto. Ho pensato alle storie umane di persone americane che si svolgono all’interno di queste case. Intere vite americane, in tutta la loro complessità: le gioie, i dolori, i traguardi, il lavoro, i matrimoni, le grigliate del quattro di luglio e le cene del Ringraziamento, l’acquisto della casa e il pensionamento, il Super Bowl e la World Series, l’assicurazione sanitaria e il Dipartimento dei Veterani, la fede nella libertà, la fiducia nelle forze armate, l’amore per la nazione. Era disorientante sapere che queste vite senza nome e senza volto avrebbero continuato a inseguire il loro destino in parallelo al mio, senza mai intersecarsi. Ma conservo la speranza che un giorno, correndo per un aeroporto, i nostri destini si incroceranno anche solo per un instante.
Eravamo io e l’America, su quel lungo tratto di autostrada deserta vicino al confine tra South Dakota e Wyoming dove mi sono ritrovata durante il viaggio di ritorno. Ho coperto la distanza tra Wall e Boulder in un giorno solo, guidando più di 450 miglia o 700 più eroici chilometri. Come durante la maggior parte del weekend, faceva freddo e tirava vento. Grigie nuvole non minacciose coprivano il cielo blu fino all’orizzonte. Quasi provavo fastidio per il rumore solitario del motore della Subaru che si raffreddava. Ho guardato a destra e sinistra, fin dove l’occhio poteva vedere, per assicurarmi che non arrivassero automobili: non ne ho vista nessuna. L’idea che con un unico salto avrei potuto atterrare sulla striscia gialla nel bel mezzo di un’autostrada americana era elettrizzante, come lo è un’opportunità che probabilmente non si ripresenterà più nella vita. Faceva anche paura: quanto velocemente potrebbe materializzarsi un enorme camion? Poi l’ho fatto ed eccomi lì, in piedi da sola, nel silenzio completo, nell’esatto punto centrale di un’autostrada degli Stati Uniti come le vedi nei film, il niente attorno a me che in realtà è tutto, in quel preciso istante di rischio, eccitazione e stupore.
C’è una parola che la gente negli Stati Uniti utilizza spesso: libertà. È abusata e spesso non vuol dire niente. Gli esempi abbondano di come alle donne, alle persone di colore, alle persone povere viene sistematicamente negata la propria fetta di libertà. Anche quando di libertà in effetti si tratta, come nella connotazione legata alle piccole dimensioni del governo, chi osserva da fuori si chiede quanto l’intervento limitato dello Stato nella vita dei cittadini possa davvero beneficiare il Paese. Cosa significa “libertà dal governo”, ad esempio, nel contesto dell’ennesima sparatoria di massa? Significa rendere possibile quella successiva. Il giorno in cui mi sono trovata da sola in autostrada, la sparatoria di massa più recente era avvenuta meno di tre ore prima, in una scuola elementare a Nashville, in Tennessee. Nelle sei settimane intercorse tra quel giorno e il momento in cui ho scritto questo testo, ne sono accadute e finite sui giornali almeno altre sei, secondo un calcolo del New York Times.
Cosa significa “libertà dal governo” nel contesto della sanità? Significa trasferire la responsabilità per il benessere degli americani ai datori di lavoro, addirittura — è ovvio che poi il lavoro assume un’importanza così esagerata, e che perderlo ha conseguenze sulla vita che vanno ben oltre il reddito. Cosa significa “libertà dal governo” per la disuguaglianza di reddito? Significa favorire i ricchi e le grandi aziende rispetto alle persone nelle zone rurali come quelle che ho visitato durante questo viaggio (queste persone sono anche le prime a criticare il big government, ma questa è un’altra storia), perché una tassazione inferire corrisponde sempre a meno sussidi pubblici per aiutare chi ha bisogno. In ogni caso, l’americano medio di solito paga più tasse, in proporzione al proprio reddito, degli americani più ricchi, grazie a un sistema fiscale progettato per ridurre la tassazione sulle plusvalenze derivate da investimenti.1
Gli americani hanno ragione quando dicono che la libertà ha un prezzo.2 Mi chiedo se, ironicamente, a pagare il prezzo più alto per la libertà siano proprio le persone negli stati rurali come il Nebraska e il South Dakota, come Mardi e Russ al Westerner Motel, come Chris e Lori e Terri e Rodney e Abby e Tim al Saloon, come le giovani cameriere in età da college al The Ridge, come Mike al Favorite Bar, come Susan a Our Place. Se ragionassi di questi argomenti con queste persone, alcune di loro probabilmente mi riporterebbero a una definizione più poetica di libertà in America: la libertà di essere se stessi e decidere del proprio destino, ovvero la promessa fondamentale del Sogno Americano. Anche su questo ho delle riserve: quella versione di libertà esprime una netta preferenza per il denaro, la pelle bianca e l’anatomia maschile (non solo negli Stati Uniti). Negare alle donne i diritti riproduttivi di base viola la loro libertà di decidere del loro destino. Il razzismo e la discriminazione, senza dubbio ancora dilaganti, minano la base più profonda dell’autodeterminazione. E poi, certo, puoi anche essere maschio e bianco, ma se vivi in una situazione di completa indigenza, è difficile, se non impossibile, diventare architetto del proprio destino.
Ma quello che ho sperimentato in piedi da sola e in silenzio su quella autostrada al confine tra Wyoming e South Dakota… beh, credo che quella cosa fosse libertà, in tutta la sua forza primordiale e senso metaforico. Ho compiuto un passo rischioso, non senza provare paura, non senza prima guardare a destra e sinistra per assicurarmi che non arrivassero macchine, e sono stata ripagata con un’esperienza senza paragoni, e un immenso spazio di opportunità da abbracciare. In questo spazio ero me stessa, senza vincoli. Ero libera.
È questo che l’America ha significato nella mia vita. Può sembrare un luogo comune, ma avevo bisogno di entrare in contatto con questa metafora in un momento di cambiamento personale e professionale dopo la perdita del lavoro. Il viaggio on the road nell’America rurale mi è servito a questo. Mi ha regalato una profonda opportunità di introspezione. Mi ha concesso lo spazio, letterale e metaforico, per essere me stessa. Mi ha riavvicinato con la mia vocazione per la scrittura. Mi ha messo in contatto con il mio destino.
Per questo tipo di libertà, durante questo viaggio, su quella autostrada, e nella mia vita, devo all’America tutto.
La famiglia Nerud si è organizzata in anticipo: ha acquistato una serie di lotti adiacenti al cimitero di Chimney Rock a Banyard, in Nebraska, per ospitare diverse generazioni di Nerud e coniugi quando giunge l’ora di riposare in pace. Il cimitero di Chimney Rock si trova a meno di un miglio dalla formazione rocciosa a punta di cui porta il nome, Chimney Rock, che durante il diciannovesimo secolo fungeva da punto di riferimento per coloni e migranti diretti a ovest. Mi sono recata in visita su consiglio di un uomo di nome Stephen, che avevo incontrato dopo l’escursione al Scotts Bluff National Monument. Sua moglie Shirley, che “ci ha lasciati per riunirsi con il Signore più di dieci anni fa”, mi ha spiegato Stephen, è seppellita lì. Ho individuato la sua tomba, una panchina in granito che invita i visitatori a sedersi e riposare. Anche il nome e la data di nascita di Stephen sono incisi sulla panchina: manca solo la data di morte.
Per essere un luogo di importanza storica, a Chimney Rock sono seppellite poche persone e molti lotti rimangono liberi. La fila di tombe della famiglia Nerud ha attirato la mia attenzione. Il nome di famiglia era scolpito a grandi lettere sulle lapidi scure e spesse. Frank T. Tom e Betty Ellen Nerud nacquero nel 1928 e si sposarono vent’anni più tardi, il 16 giugno 1948. Divennero gli amati genitori di Dale, Linda, Myla e Frank. Betty morì nel 2009, Frank nel 2010. Dale è già morto; la sua tomba si erge a destra di quella dei genitori, pronta per accogliere un giorno anche la moglie. Purtroppo, anche il nipote Frank “Dylan” Nerud è morto, all’età di ventun’anni, meno di due mesi prima della nonna. Una veloce ricerca su Google ha restituito l’articolo di un quotidiano locale che riportava un incidente d’auto come causa della morte. Nell’articolo si legge che la famiglia Nerud possedeva un ranch a Banyard e che Dylan lo amava molto.
Nella foto sulla lapide di Frank e Betty Nerud, la coppia è già anziana. Frank indossa un cappello da cowboy bianco e una camicia bianca. Ha gli occhiali ed è in piedi un po’ ricurvo dietro a Betty, che è una testa più bassa di lui e porta un maglione rosso con il collo rotondo, orecchini di perle e capelli corti e grigi con la piega che ti aspetti da una signora americana di una certa età.
Tornata alla guida, non riuscivo a togliermi i Nerud dalla testa. Mi sono perdonata l’intrusione nella loro storia privata perché, dopotutto, hanno deciso loro di acquistare tombe in evidenza vicino a un luogo storico di interesse nazionale. Provavo comunque un senso di disagio a essermi imbattuta nei Nerud in circostanze sinistre e a loro insaputa. Ma continuavo a pensare alla loro storia e al loro destino di persone in America, ed è così che mi hanno aiutato a entrare nell’angolo del Paese per scoprire il quale avevo percorso centinaia di miglia. La foto sulla lapide di Betty e Frank ritraeva due vite americane proprio come le avevo sempre immaginate. E possedevano pure un ranch in Nebraska, per grazia del cielo!
I Nerud rappresentavano ciò che andavo cercando. E l’ho trovato.
“L’aliquota fiscale effettiva delle quattrocento famiglie più ricche degli Stati Uniti è in media circa il 16,6% del loro reddito, essenzialmente uguale a quella del 16,3% contribuita da famiglie con un reddito annuale di 50.000 dollari”, scrive Tim Wise in Under the Affluence: Shaming the Poor, Praising the Rich, and Sacrificing the Future of America, City Lights Books, 2015, p. 66.
L’espressione inglese, “freedom is not free”, è basata su un gioco di parole reso possibile dal doppio significato di “free” come “libero” e “gratuito”.








Quest'ultima puntata completa un resoconto di viaggio che mi ha coinvolto moltissimo per la tua capacità di connettere vita reale osservata e grandi temi politici e filosofici.
La libertà come viene concepita in Usa sconta fortemente il suo essere libertà di (non per tutti), in assenza della libertà da (Roosevelt, con certi limiti, lo aveva intuito quando poneva, fra le quattro libertà quella dal bisogno).
Come scrivi molto bene è difficile esercitare la propria libertà in condizioni di povertà, di salute malferma senza assistenza sanitaria, di pericolo per la violenza diffusa.
Però il tuo viaggio mi ha affascinato anche perché ripercorreva un analogo viaggio che avevo fatto, con mia moglie e mio figlio, nel 2009, che mi portò a toccare il South Dakota (con l'incredibile spettacolo delle Badlands, l'inevitabile Rushmore e Sturgis con un raduno di migliaia di Harley) ed a fare ritorno per la piattezza del Nebraska, dopo avere lasciato proprio Scottsbluff e Chemney Rock.
Quindi grazie di cuore Enrica per questo racconto.
Buongiorno Enrica, 🙏🌹Mi piace la tua NL👏🏼 (una piacevole ed interessante scoperta). Dopo varie letture mi sono ripromessa che in questo mese farò l'abbonamento (te lo meriti)🪁