È facile ottenere quello che vuoi se sei un bullo
Le vie della coercizione sono infinite: ha senso parlare di pace se la pace non è mai stata il vero obiettivo di Trump?
Donald Trump vuole il Premio Nobel per la pace.
Donald Trump, il Comandante in capo (commander-in-chief, sinonimo di Presidente degli Stati Uniti come capo delle forze armate) che ha mobilitato i riservisti della National Guard in varie città democratiche, da lui accusate di essere “zone di guerra” per proteste contro le deportazioni e la presunta criminalità fuori controllo (che i dati smentiscono)… quando, in realtà, l’unico teatro bellico è stato inscenato da Trump stesso, con i blitz degli agenti federali incaricati di deportare persone immigrate perlopiù innocenti e gli elicotteri Black Hawk che ronzano sulla testa di chi cerca solo di vivere la propria quotidianità.
Donald Trump, quello che ha creato una guerra che non esisteva con i cartelli della droga.
Donald Trump, quello che al funerale dell’attivista conservatore Charlie Kirk ha affermato di odiare i suoi avversari e non volere il loro bene, in aperta contraddizione con il ruolo del Presidente degli Stati Uniti su scala interna e mondiale — ammettendo alla luce del sole ciò che già sapevamo: che non è la persona giusta per questo ruolo. Trump, che immediatamente dopo aver pronunciato queste parole si è scusato con Erika Kirk, la vedova di Charlie, che invece aveva appena offerto parole di perdono1 all’assassino del marito; e si è scusato perché lui invece di offrire perdono non solo non è capace, ma non gli interessa proprio.
E che cos’è il perdono, a livello individuale, se non una forma di pace — un cessate il fuoco — a livello globale?
Donald Trump, quello che il 6 gennaio 2021 ha fomentato un assalto violento al Campidoglio per ostacolare le operazioni di ratifica della vittoria onesta, democratica e comprovata dell’avversario Joe Biden alle elezioni presidenziali.
Donald Trump, quello che ha rinominato il Dipartimento della Difesa (Pentagono per metonimia) Dipartimento della Guerra, rispolverando la nomenclatura in uso durante il primo secolo e mezzo di vita degli Stati Uniti.2 Asserisce la Casa Bianca che “ripristinare questo nome […] segnala agli avversari che gli Stati Uniti sono pronti a dichiarare guerra per proteggere i propri interessi”. Si vis pacem, para bellum? No. Piuttosto, si para bellum, vis bellum.
Tra i primi artefatti del Dipartimento della Guerra, una politica che obbliga la stampa a promettere di non raccogliere, tantomeno pubblicare, informazioni sulle attività del dipartimento che non abbiano ricevuto l’approvazione del dipartimento, pena la revoca delle credenziali per accedere al Pentagono. Tanto vale eliminare la professione del giornalismo tout court: è la stessa cosa. È guerra alla libertà di stampa, senza cui non c’è giustizia. E senza giustizia non c’è pace.
Poi, sì, c’è Donald Trump, quello che ha facilitato i negoziati tra Israele e Hamas per il cessate il fuoco a Gaza e lo ha anche ottenuto, per ora, insieme al rilascio degli ostaggi israeliani da parte di Hamas e dei prigionieri palestinesi da parte di Israele. Questo sarebbe il Donald Trump meritevole del Premio Nobel per la pace.
Il cessate il fuoco a Gaza è di per sé una buona notizia; ma è difficile prevedere se e quanto durerà, e i precedenti non promettono bene. Israele continua in ogni caso a occupare il 53% di Gaza e l’intera Cisgiordania; anche ammettendo che è solo la prima fase di un complesso accordo in venti punti (a cui Israele e Hamas non hanno ancora acconsentito in toto), l’accordo non contiene traccia di un vero desiderio di bene e autodeterminazione — di vera pace! — per il popolo palestinese. Marwan Muasher, ministro degli Esteri ed ex primo ministro della Giordania, ha dichiarato al Washington Post che “ogni fine della guerra a Gaza è positiva e non voglio sminuirla, [ma] sarà l’alba di un nuovo Medio Oriente solo se termina l’occupazione”. Ma Trump, ha aggiunto Muasher, “non ha fatto menzione dei palestinesi”. Uno dei quali ha detto al New York Times che “è importante che i bombardamenti siano cessati, ma non c’è nulla di cui essere felici. Le mie due figlie sono state uccise, la mia casa è stata distrutta e la mia salute è deteriorata”.
Nel piano di pace, il linguaggio utilizzato per parlare di ricostruzione della Palestina è quello dello sviluppo immobiliare a cui Trump ha dedicato il grosso della sua carriera: l’enfasi sul concetto di redevelopment (invece di un meno commerciale e più contestualmente appropriato reconstruction) mette al centro i desideri e gli interessi del presidente degli Stati Uniti prima di quelli della popolazione di Gaza. L’intero piano di pace è formulato da una prospettiva occidente-centrica, con il solito vizio che abbiamo da questa parte del mondo di “babysitterare” le regioni e i Paesi della cui capacità di determinarsi da sé, con sé e per sé non vogliamo mai fidarci.
“Un processo di dialogo verrà stabilito […] per cambiare la mentalità e le narrazioni di palestinesi e israeliani evidenziando i benefici che derivano dalla pace”, recita il piano al punto 19 (grassetto e corsivo mio). C’è imposizione, c’è prepotenza, c’è violenza in quella pretesa di “cambiare” con la forza la prospettiva altrui; c’è la solita arroganza di credere che solo noi sappiamo ciò che è meglio per loro, e loro invece lo ignorano. E se c’è tutto questo, non c’è pace.
Non c’è pace perché non è la pace il punto per Trump. Il punto è sempre e solo la sete di potere e adulazione; l’obiettivo è sempre e solo l’immagine. Semmai, ecco, il punto è il Nobel per la pace in vista di quell’obiettivo. Quale occasione migliore della ricerca di una risoluzione a Gaza per “portare la pace in Medio Oriente”3 , senza mai nominare il genocidio in atto perché non è quella la preoccupazione?
È solo per vanagloria che Trump ha forzato la mano nei negoziati tra Israele e Hamas. Se finora ci è riuscito, non è perché è il più bravo e intelligente e strategico di tutti; è perché è un bullo, e quando sei un bullo, le vie della coercizione sono infinite.
“Gli deve andare bene per forza”, Trump ha detto di Netanyahu durante i negoziati, riguardo al piano di pace. “Non ha scelta. Con me, ti deve andare bene per forza” (grassetto e corsivo sempre mio).
Lungi dal voler fomentare complotti o diffondere informazioni non verificate (spero che la prima persona e il verbo al condizionale siano sufficienti), non mi stupirei se dietro ai negoziati ci fossero state forme di coercizione di natura anche fisicamente violenta. Non mi stupirei se fossero circolate forme ingenti di denaro. Non mi stupirei se un giorno una delegazione di scagnozzi prelevasse in maniera coatta la prole della commissione che assegna il Nobel, promettendo di rilasciarla solo in cambio dell’onorificenza per la pace a Donald Trump.
Non mi stupirei, perché la repressione violenta di chi non soddisfa i desideri del capo, che sono ordini, è l’essenza di un regime autoritario come quello attualmente al potere negli Stati Uniti. Non mi stupirei neanche se alla fine glielo dessero, il Nobel per la pace a Donald Trump, perché la manipolazione operata da un bullo è così oltraggiosa e dolorosa che tanto vale capitolare, se basta “così poco” per proteggere la sicurezza fisica, politica ed economica di un Paese intero.
D’altronde, il bullismo politico è già in atto alla luce del sole: nei giorni precedenti l’assegnazione del Nobel per la pace (poi conferito all’attivista venezuelana María Corina Machado), la Norvegia si era preparata a possibili ritorsioni da parte del governo degli Stati Uniti, tra cui un incremento dei dazi — arma bellica prediletta dal presidente —, se il premio non fosse andato a Trump.
Non sarebbe un’opinione controversa sostenere che, a meno di una straordinaria conversione umana e morale, Donald Trump non merita il Nobel per la pace. Se non fosse che anche la stampa teoricamente ragionevole, in questi giorni, accarezza questa possibilità. In un editoriale sul New York Times, Thomas Friedman dice di sperare che “se la prima fase del cessate il fuoco a Gaza […] si svolgerà come previsto, Trump verrà inondato di elogi”. Tra i motivi, Friedman cita “la speranza, probabilmente vana, che questo possa ispirare Trump a portare la pace anche in America” (la stessa America descritta in incipit, nazione guerrafondaia trasformata in teatro di guerra da colui che secondo Friedman dovrebbe avvertire l’ispirazione di sanarla).
La posizione di Friedman è simile all’atteggiamento di tanti leader mondiali nei confronti di Trump: in inglese si dice overcompensating, “sovracompensare”, ovvero esagerare nell’espressione di encomio e cortigianeria del bullo al fine di tenerlo buono. È davvero facile ottenere quello che vuoi, se la modalità con cui intrattieni relazioni interpersonali e internazionali è quella del bullismo.
Se (se!) Trump riesce a garantire una qualche forma di pace in Medio Oriente, possiamo chiudere un occhio sul bullismo che è alla base anche della presunta pace? No. Il machiavellismo con i bulli non funziona: dà loro ragione di esistere.
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Nella maniera sensazionalistica che caratterizza la religione negli Stati Uniti, e viene da chiedersi quanto provenga autenticamente dal profondo del cuore e quanto, invece, sia un costrutto della spettacolarizzazione della fede in questo Paese.
Il Department of War fu originariamente istituito nel 1789, anno di entrata in vigore della Costituzione, e mantenne questo nome fino al secondo dopoguerra. Il Presidente Harry Truman lo ribattezzò Department of Defense nel 1949. Formalmente, “della difesa” il dipartimento ancora rimane, poiché per cambiare ufficialmente il nome di un gabinetto è necessario un atto del Congresso. “Della guerra” è una nomenclatura secondaria, che il presidente ha la facoltà di assegnare con un provvedimento.
Mi vengono in mente quegli sketch di Zelig dei primi anni 2000, con le Miss Italia che rispondevano “la pace nel mondo” a qualsiasi domanda.





https://www.ilpost.it/2022/10/07/nobel-pace-prova-tempo-premi-controversi/
I nobel per la pace sono qualcosa di molto scivoloso.
A prescindere dall'assurdità di pensare di candidare un personaggio come Trump, a mio parere nessuno in quanto singolo essere umano può sostenerne il peso.
Non a caso quelli meno contestati sono i premi ad associazioni ed organismi, e secondo me dovrebbe diventare una regola darlo collettivamente anche perché nessuno riesce a fare quello che fa senza aiuto collaborazione o influenza degli altri.
Varrebbe anche per la chimica e la fisica.
Per esempio la prima moglie di Einstein si ritiene abbia avuto un ruolo nello sviluppo iniziale delle teorie sulla relatività ed era più avvezza alla matematica di lui.
Qui la storia
https://aulascienze.scuola.zanichelli.it/materie-scienze/fisica-aule/mileva-maric-allombra-di-albert-einstein/
Cara Enrica,
grazie per questo intervento e per quelli che ci hai offerto nell'ultimo mese e mezzo - prima ero troppo impegnato per fare qualcosa in più che leggere e segnalare il mio apprezzamento in modo più essenziale.
Parto da un punto su cui concordo con te pienamente: quella che Trump ha imposto non è una pace, è un cessate il fuoco (il che è meglio della prosecuzione del genocidio) motivato dalla sete di adulazione e dalla sete di quattrini, due cose che il redevelopment permette di coniugare alla perfezione. E purtroppo sono forme di sete inestinguibili, con buona pace di chi, sulle due sponde dell'Atlantico, si prodiga nell'overcompensating.
Però, per quanto preoccupante e ansiogeno possa essere il comportamento del bullo in chief, secondo è molto più preoccupante il sistema che l'ha reso e lo rende possibile, che tu hai affrontato in molti dei tuoi post. Il perdono che tu menzioni, un po' di sfuggita, secondo me dovrebbe essere la base del contrasto a questo sistema, che magari il perdono lo millanta in diretta ma, nei fatti, non sa che farsene. Un po' come della giustizia, che ormai è ridotta solo a slogan per mascherare il sadismo ed eccitare desideri di vendetta.
Almeno noi, cominciamo a praticare perdono e giustizia a livello individuale, perché a poco a poco possano diventare pratiche collettive!