Dopo la caccia, l’ambiguità morale
Lasciando che il pubblico giudichi per se stesso la storia di una presunta molestia, il nuovo film di Luca Guadagnino prende una posizione ben precisa
🪧 Sabato sono stata alla manifestazione No Kings a Denver per esprimere, in compagnia di circa ventimila altre persone, il nostro dissenso nei confronti del regime autoritario instaurato da Donald Trump alla Casa Bianca. La cultura statunitense dei cartelloni colorati alle manifestazioni è proprio bella! Per una carrellata di immagini dalla protesta, vi rimando al fotoreportage in uscita oggi su Jefferson - Lettere sull'America.
‼️ Questo articolo non contiene spoiler sullo sviluppo della trama del film After the hunt - Dopo la caccia. Tutti i dettagli discussi sull’identità delle protagoniste/i sono anche riportati nelle sinossi del film e, pertanto, non dovrebbero rovinare la visione.

Quando ho letto che After the hunt - Dopo la caccia, il nuovo film di Luca Guadagnino con Julia Roberts, Andrew Garfield e Ayo Edebiri, racconta la storia di una professoressa universitaria che si trova a gestire l’accusa potenzialmente falsa di molestia da parte di una sua dottoranda nei confronti di un altro professore (così il riassunto della trama su certa stampa italiana), mi si è subito accesa la spia della sana diffidenza.
Troppo spesso, purtroppo, una e una sola accusa priva di fondamento o uno e un solo errore da parte di una persona appartenente a una categoria tradizionalmente oppressa (donne, persone non bianche, persone immigrate, ecc.) è sufficiente, agli occhi dell’opinione pubblica, per minare la credibilità dell’intero movimento di liberazione di quella categoria, che l’accusa o l’errore abbiano avuto luogo realmente o che siano frutto dell’immaginazione di un regista o romanziere.
Quando nel 2014 Rolling Stone pubblicò una lunga e dettagliata cronaca di una violenza sessuale nel campus della University of Virginia che si rivelò poi essere in gran parte falsa, il colpo inferto alla credibilità collettiva delle tante donne vittime di violenze dalla testimonianza individuale di una donna fu, in molti modi, maggiore dei passi avanti che si erano compiuti nella direzione della credibilità.
La rivelazione che Asia Argento, volto di punta del movimento #MeToo in Italia, era stata a sua volta accusata di molestie da un attore minorenne all’epoca dei fatti, per tante persone italiane è stata la prova che al cuore di #MeToo non vi era il rovesciamento di un problema sistemico di oppressione del maschile sul femminile, ma il desiderio di sangue di un fazioso gruppo di donne che prima approfittano della vicinanza a certi uomini per ottenere opportunità e visibilità, poi li pugnalano alle spalle per guadagnare denaro.1
È bastata una amministratrice delegata fraudolenta — Elizabeth Holmes di Theranos — a danneggiare l’immagine pubblica delle donne in posizione di leadership e influenzare la percezione, già oggetto di stereotipi e pregiudizi, dell’idoneità di una donna a fondare e guidare un’azienda di successo.
Un uomo solo, invece, non basta mai, specie se bianco. Un passo falso di un uomo bianco non si moltiplica mai in cento passi indietro per la sua categoria, anzi — al grido di non tutti gli uomini, la categoria si guarda sempre bene dall’interrogarsi sull’esistenza di un problema sistemico all’origine di quel passo falso, pur se compiuto da un solo membro della categoria. Quante donne, invece, sono dissuase dallo sporgere denuncia a causa del contraccolpo negativo, sull’opinione pubblica e sull’interesse e le risorse messe in campo dalle istituzioni, di una sola denuncia ritenuta o rivelatasi mendace.
È per questo che lo scorso weekend, complice una carta regalo trovata in casa, sono andata al cinema a vedere After the hunt con l’occhio di falco e le antenne ben drizzate. Da che parte sta Guadagnino è, in fondo, una possibile parafrasi dell’interrogativo che Julia Roberts dice di aver riscontrato più frequentemente tra la stampa e il pubblico, “ansiosi di discutere di cosa parla veramente il film” e di capire dove sta la verità: chi è il cattivo, chi il buono? Chi ha ragione, chi torto? La molestia è avvenuta veramente o la ragazza racconta fandonie? Se qualcosa è successo, era davvero una molestia o la ragazza esagera?
La risposta di After the hunt — che, per inciso, è un film molto bello! — è che spetta al pubblico farsi un’idea, senza rendere il compito facile. La complessità psicologica e comportamentale di ciascun personaggio, oltre a essere uno dei punti forti del film, è tale per cui nessuno può ergersi al di sopra di ogni sospetto. L’ambiguità morale è l’essenza della narrazione: “La mia idea era quella di un film ambiguo che lascia che il pubblico pensi con la propria testa e si faccia la propria idea”, ha dichiarato Guadagnino al New York Times.
L’impressione, però, è che il film contraddica spesso questa visione. Per più della metà della pellicola, Guadagnino compie una serie di scelte narrative che sembrano a tutti gli effetti prendere una posizione, tanto da spingere la giornalista Michelle Goldberg a scrivere, in un editoriale sempre sul New York Times, che il film “freme di risentimento anti-woke”.
La dottoranda (Ayo Edebiri) che denuncia la molestia è una donna nera la cui identità razziale e di genere è, in un prevedibile tropo cinematografico di questa epoca storica, al centro di molti dei suoi discorsi e il movente di molte delle sue decisioni. All’inizio del film, prima che accada la presunta molestia, questa donna viene ritratta nell’atto di compiere azioni che ne mettono in dubbio l’integrità morale. Quando confessa la molestia alla professoressa (Julia Roberts) e la professoressa chiede maggiori dettagli, la dottoranda replica che i dettagli non sono necessari perché la professoressa sarebbe tenuta a crederle a prescindere. La struttura di questa scena, i dialoghi, i manierismi delle due donne sono tali per cui l’effetto su chi guarda è di sospettare che la ragazza non la stia contando giusta; pur velata, traspare una critica al concetto di “sorella, io ti credo”, tanto più che poche scene prima la ragazza aveva compiuto un atto poco onesto.
Successivamente, si scopre che la dottoranda nera è figlia di una coppia di miliardari che hanno donato ingenti somme di denaro all’università. La posizione di “vittima su base identitaria” che la donna tende a proiettare muovendosi nel mondo viene contraddetta da una percezione di privilegio di classe. Di cosa si lamenta questa ragazza, esattamente? L’ipotesi che l’accusa di molestia possa rovinare la carriera di un professore (Andrew Garfield) che invece è approdato a Yale da un background socioeconomico più umile assume così i contorni di un’ingiustizia in potenza.
Chiaramente, un ragionamento di questo tipo contiene una fallacia logica fondamentale: l’ambiguità intorno alla veridicità della molestia non c’entra nulla con l’ambiguità intorno all’oppressione di cui la dottoranda sarebbe vittima (donna e nera, ma ricca). La donna può essere stata molestata, ed è suo diritto denunciarlo, anche se è figlia di due miliardari.
È innegabile che all’intersezione di diversi parametri legati all’identità e alla classe sociale, la dottoranda nera di Yale figlia di due miliardari se la passa probabilmente meglio di un maschio bianco impiegato a Walmart che in eredità ha ricevuto solo l’indigenza.2 Ma queste considerazioni non hanno nulla a che vedere con la veridicità di un’accusa di violenza sessuale. Il film di Guadagnino, invece, nel creare spazio perché il pubblico ragioni autonomamente, sembra confondere questi due piani completamente diversi. Gli indizi offerti al pubblico affinché possa farsi la sua idea, quando si tratta della dottoranda, attingono tutti dal bagaglio di idiosincrasie tipiche della sinistra bacchettona che nasce e muore nella propria autoreferenziale intransigenza. Il più grosso indizio “a favore” della giovane donna arriva solo verso la fine, quando è già un po’ troppo tardi.
Il titolo stesso del film, Dopo la caccia, ha un significato molto preciso, temporale e qualitativo, che non è per nulla ambiguo: vivaddio si è chiusa l’era del taglio di teste gratuito, che è poi la tesi del pasticciaccio brutto combinato da una giornalista italiana durante un’intervista alla Mostra del cinema di Venezia, dove il film era fuori concorso. “Ora che #MeToo e Black Lives Matter sono finiti”, ha esordito la giornalista in una domanda esplicitamente rivolta solo a Roberts e Garfield (bianchi) e non a Edebiri (nera), “cosa abbiamo perso durante l’era del politicamente corretto?” A parte che il verbo “finire” non si colloca bene con due movimenti sociopolitici nella posizione di soggetto, tutta questa formulazione è un giudizio al merito che sa tanto anche di sospiro di sollievo.
Ecco, la mia paura è che After the hunt finisca per alimentare questa corrente di pensiero, perché è all’interno di questa corrente di pensiero che, seppur velatamente, la pellicola dà l’impressione di inserirsi.
“Dopo la caccia” non dovrebbe esserci nessuna ambiguità morale. I movimenti politici nati in seno alla cultura cosiddetta “woke” mancheranno anche a volte di metodi che privilegiano apertura e ascolto all’intransigenza, ma i valori che portano avanti — diversità, equità e inclusione, certo, ma anche giustizia, onestà, libertà di espressione fondata sui diritti civili, tra gli altri — non hanno nulla di moralmente ambiguo.
Le studiose Giorgia Serughetti e Costanza Hermanin hanno scritto un’ottima analisi dei motivi per cui #MeToo non ha avuto in Italia un impatto rivoluzionario paragonabile al resto del mondo occidentale.
Incidentalmente, è anche perché non ha voluto riconoscere questo fatto che il Partito Democratico degli Stati Uniti ha perso alle elezioni di un anno fa.




"Gli indizi offerti al pubblico affinché possa farsi la sua idea, quando si tratta della dottoranda, attingono tutti dal bagaglio di idiosincrasie tipiche della sinistra bacchettona che nasce e muore nella propria autoreferenziale intransigenza."
Ci devi almeno un piccolo approfondimento senza spoilerare
Sono molto curiosa di vedere questo film, intanto le tue premesse mi hanno fatto volare!