Trentasei candeline, un pensiero su Gaza
Senza soluzione di continuità: dalla crescita di Anche una donna qui in occasione del mio compleanno, all'antisemitismo come esenzione di responsabilità nel genocidio palestinese

Domani, giovedì 14 agosto, è il mio trentaseiesimo compleanno.
La battuta d’ordinanza è che rimarcare questa ricorrenza sia dovere astrologico di una leonessa d’agosto. Non falso, ma non ne farei tanto una questione di zodiaco, quanto più di una vera e propria fascinazione per il concetto di tempo che passa. Osservare ossessivamente l’alternanza delle stagioni di vita, il passaggio di testimone tra le generazioni, le differenze tra i connotati salienti di un decennio rispetto a un altro restituisce la vertigine del cambiamento e una nostalgia del passato che non si nutre di rimpianto, ma di stupore.
È per questo che i miei scritti prediligono riferimenti temporali che nella loro apparente vaghezza e arbitrarietà sono in realtà iper-specifici (un esempio è: “Mi sono accorta che mi piaceva scrivere che ancora il trancio di pizza a pranzo con i compagni delle scuole medie lo pagavamo in lire”, tratto da questo testo). Non si tratta solo di definire il classico complemento di tempo della grammatica scolastica, ma di raccontare una storia multidimensionale, un lungo cammino di crescita sullo sfondo di un particolare contesto umano e sociale.
Porto il mio compleanno all’interno di Anche una donna qui proprio come parte della riflessione che accompagna il passaggio da un’età anagrafica a quella successiva, approfittando della fortuita coincidenza che per chi mi legge in Italia è anche la settimana di Ferragosto. Quale occasione migliore per rallentare e fare il punto con un’edizione un poco più leggera del solito! (Solo un poco. Nella seconda parte, parleremo di Palestina.)
Nel momento in cui scrivo, siete 1.135 persone iscritte tonde tonde, di cui 26 hanno sottoscritto un abbonamento pagante. Recentemente ho avuto il piacere e l’assoluto, completo, totale sbalordimento di scoprire che in queste settimane, secondo l’aggregatore indipendente di statistiche sidestack.io, Anche una donna qui è la prima newsletter di tendenza nella categoria Politica degli Stati Uniti in italiano su Substack:
E quarta complessivamente1:
È da giorni che cerco le parole per commentare non solo questa sorpresa, ma anche il suo significato per il mio percorso di crescita personale e professionale, soprattutto in odore di compleanno.
Per dipingere un affresco completo, dovrei ripercorrere la decisione di dedicarmi alla scrittura a tempo quasi pieno; riflettere su come sia stata un salto nel buio; raccontare come per potermi muovere nel buio abbia dovuto progressivamente liberarmi dall’ossessione per il risultato dei miei sforzi e spostare il baricentro dell’autostima dai riconoscimenti esterni e le opinioni altrui a me stessa; approfondire come stia imparando a usare la mia voce senza vergogna; spiegare quanto mi senta al sicuro in uno spazio come Substack2 e ringraziare le persone che vi ho conosciuto per il rapporto di fiducia e stima da cui traggo forza e ispirazione (se tu che leggi pensi di essere tra queste, lo sei 😊); tutta una serie di storie che per quanto personali credo possano avere valore universale, e meritino per questo di essere condivise pubblicamente.
Fortunatamente è giunta in mio soccorso la newsletter di Project C, un’iniziativa per giornalistə indipendentə, che riporta una citazione di Maria Kabas:
🇺🇸 To be able to publish something that’s entirely my own, to have people actually enjoy and appreciate it, and to make a living doing it fills me with an unquantifiable amount of gratitude.
🇮🇹 Poter pubblicare qualcosa di interamente mio, che le persone apprezzano per davvero, e guadagnare da vivere facendolo mi riempie di una quantità incalcolabile di gratitudine.
Seguendo il link alla fonte, ho scoperto che l’autrice ha scritto queste parole proprio in occasione del suo compleanno, il 4 agosto, facendo il punto sul suo progetto di giornalismo indipendente in un post la cui intenzione è la stessa di questo mio. Credo poco alle coincidenze.
Ecco: grazie Maria Kabas per avermi offerto le parole per esprimere come mi sento riguardo ad Anche una donna qui, ma soprattutto grazie a voi che leggendola state contribuendo a realizzare il mio sogno.
L’unica (grande) differenza con Maria Kabas è che no, io scrivendo questa newsletter non guadagno da vivere — almeno, non oltre il primo mese dell’anno, che comunque è già notevole.
Ne approfitto quindi per ricordarvi che l’iscrizione ad Anche una donna qui è gratuita e la maggior parte degli articoli in uscita settimanale (il mercoledì, salvo imprevisti) sono gratuiti. Tuttavia, esistono anche formule di abbonamento che — oltre a sostenere il mio lavoro di scrittrice e giornalista indipendente — permettono di leggere in chiaro anche i reportage che richiedono un notevole dispendio di energie fisiche, mentali ed economiche per produrre valore originale e inedito, nel senso proprio di: questa storia la potete leggere solo qui e da nessun’altra parte.
Qui trovate diversi esempi. Si tratta di interviste e interazioni di strada con persone statunitensi incontrate principalmente in geografie poco conosciute, o più legate alla cultura conservatrice di destra che gravita verso Donald Trump. Questi incontri rientrano nel metodo di ascolto e allargamento dello sguardo che reputo cruciale in risposta alla sua rielezione (le cui conseguenze sono molto più gravi e devastanti della prima).
In autunno conto di ricominciare a produrre reportage di questo tipo. Se avete la voglia e la possibilità di sostenerli, potete sottoscrivere un abbonamento mensile, annuale o super fan. In occasione del mio compleanno, da oggi fino al 20 agosto, l’abbonamento annuale è offerto con uno sconto del 36% per il primo anno: 32€ invece di 50€. Visto che ho la fortuna (?) di condividere l’anno di nascita con una certa musicista, il nome di questa offerta è ispirato a un certo album. Potete riscattarla e abbonarvi a prezzo scontato cliccando qui:
Lo so, è una mossa dal sapore capitalista, ma mi sono divertita a pensarla, e il mestiere della scrittura richiede anche di inventarsi delle modalità creative per renderlo sostenibile.
A questo proposito, una precisazione importante: la sostenibilità della scrittura è un atto politico, come va in voga dire di questi tempi, ma mai e poi mai deve precludere l’accesso al prodotto della scrittura per chi non ha la possibilità di contribuire. Ogni articolo di Anche una donna qui pubblicato con paywall parziale è sempre disponibile in copia gratuita a chi me lo chiederà, senza domande da parte mia. Inoltre, potete anche scrivermi per abbonarvi a un prezzo inferiore a quello standard: vi dirò sicuramente di sì, vi ringrazierò e vi invierò un link apposito per abbonarvi alla cifra che desiderate, non importa quanto simbolica.
Sono consapevole che richieste di questo tipo possano creare imbarazzo, quindi sono alla ricerca di modalità per contattarmi anche in una maniera anonima che garantisca di poter ricevere la mia risposta.
Senza soluzione di continuità passiamo alla Palestina, a cui dedicherò anche tutta l’edizione della prossima settimana. È da tanto che voglio scriverne; se inizio a farlo in un’edizione finora festiva non è per poca importanza, ma il contrario: se devo scegliere a cosa rivolgere un pensiero in un momento di crescita personale, tra tutti i temi caldi del presente, scelgo di rivolgerlo nella direzione di Gaza.
Dei tanti filoni concettuali legati al genocidio del popolo palestinese per mano di Israele, passo molto tempo ad approfondire due aspetti in particolare:
L’utilizzo manipolatorio del concetto di antisemitismo per respingere critiche all’operato di Israele (ne parliamo oggi);
Il dibattito intorno alla definizione di quest’ultimo come genocidio (ne parleremo la prossima settimana).
L’antisemitismo è al centro del discorso pubblico negli Stati Uniti da mesi. In particolare, il Presidente Trump lo ha strumentalizzato per revocare finanziamenti pubblici ad alcune università private, accusate di “non avere fatto abbastanza per proteggere” lə studentə di religione ebraica durante le manifestazioni di solidarietà alla Palestina nei due anni ormai trascorsi dal 7 ottobre 2023. In realtà, a Trump dell’antisemitismo importa tanto quanto tutto ciò che non sia la propria immagine e il proprio interesse: meno di zero. Il vero scopo è tagliare le gambe alle culle del pensiero progressista occidentale.
Inoltre, l’antisemitismo viene invocato come movente implicito dei fenomeni di violenza, in nome della causa palestinese, ai danni di persone legate a Israele o alla religione ebraica (uno di questi attacchi ha avuto luogo a due chilometri da casa mia). Sui giornali appaiono analisi come questa, secondo cui Gaza sarebbe solo un pretesto per fare del male alle persone ebree in quanto ebree.
Sia chiaro: questi episodi di violenza vanno condannati e non fanno nulla per aiutare la causa palestinese, anzi! Ma ci vuole una buona dose di caparbietà per liquidare il genocidio a Gaza come un “pretesto”.
Invocare l’antisemitismo ha un impatto retorico molto potente. Nel mondo occidentale emerso dalle ceneri del 1945, l’antisemitismo è un atteggiamento di una gravità talmente eccezionale che qualsiasi controargomentazione — non alla gravità dell’antisemitismo, ma all’idea che di antisemitismo si possa davvero parlare in certi contesti — è storicamente un nonstarter: muore in partenza.
Guardando al genocidio palestinese, l’antisemitismo è invece palesemente un cop-out, come si dice in inglese: un’assoluzione dalla responsabilità di affrontare argomenti complessi che potrebbero rivelare verità scomode. Avevo una collega che letteralmente bullizzava l’intero team, poi quando riceveva feedback in questo senso lo rifiutava invocando la carta del sessismo, per cui una donna sul lavoro riceve sempre critiche troppo severe. Eh no. Non in questo caso. Essere vittima potenziale di sessismo non ti autorizza a creare un ambiente di lavoro tossico.
L’antisemitismo come cop-out ha resistito per diversi mesi, ma sembra ora che qualcosa finalmente stia cambiando.
Nel contesto statunitense, la sottile manipolazione della carta dell’antisemitismo giocata in risposta al movimento pro-Palestina si rivela in tutta la sua fragilità e inconsistenza quando esaminiamo i termini di paragone.
Si sente dire che bisogna preoccuparsi della sicurezza della popolazione ebraica statunitense, che studentesse e studenti ebrei non si sentono al sicuro nei campus del college, che anche solo veder sventolare una bandiera della Palestina le esporrebbe a forme di violenza psicologica. Non entro nel merito di quello che provano persone la cui esperienza di vita è diversa dalla mia: ci può stare, che si sentano così; ma non è questo il punto. Il punto è che questa esperienza soprassiede a quella della popolazione palestinese in termini di dispiego di risorse istituzionali, politiche ed economiche, e non va bene.
La follia è che il benessere incrementale di persone perlopiù benestanti, cresciute nel Paese più ricco del mondo perlopiù in famiglie di professionistə istruitə, ha diritto di precedenza sulla sopravvivenza del popolo palestinese affamato, dilaniato, sterminato dalle bombe di Israele, e non è giusto.
Vivendo negli Stati Uniti, ho tante amiche e amici di religione ebraica. In certi casi si tratta di amicizie strette, tra cui quella con una mia coetanea nata in California da genitori israeliani (che è stata tra le prime, nel mio giro, a usare senza mezzi termini la parola “genocidio”). Voglio molto bene a queste persone. Alcune di loro leggono Anche una donna qui in traduzione e ne sono sostenitrici morali e fisiche. So per certo che in maniera più o meno decisa si oppongono tutte all’operato di Israele; tante utilizzano il termine genocidio e si dichiarano anti-sioniste. Credo che anche loro sappiano che il rischio che corre una persona ebrea negli Stati Uniti non possa neanche lontanamente paragonarsi, in maniera neanche remotamente rispettosa, a quello di una persona palestinese a Gaza.
Semmai, se una persona ebrea negli Stati Uniti è preoccupata per la propria sicurezza, dovrebbe prendersela con Benjamin Netanyahu. In un’ottima analisi, il giornalista ebreo statunitense Ezra Klein nota che se “antisemita” è tutto ciò che mette a rischio la sicurezza delle persone ebree, allora il comportamento di Netanyahu, primo ministro ebreo di Israele, è per estensione decisamente antisemita. Così come quello del Congresso degli Stati Uniti, che continua imperterrito a finanziare il genocidio. Rimarca Bernie Sanders:
“Una stima, basata su una ricerca di Brown University, calcola che gli Stati Uniti hanno pagato il 70% della guerra a Gaza. In altre parole, i dollari dei contribuenti americani sono utilizzati per affamare bambini, bombardare scuole e sostenere la crudeltà di Netanyahu e dei suoi ministri criminali”.
Continuiamo la prossima settimana. Buon Ferragosto, e grazie!
Le statistiche sono aggiornate continuamente, quindi a seconda di quando leggete, queste affermazioni potrebbero non essere più vere.
Non c’è paragone rispetto a Instagram, di cui mi libererei volentieri se le logiche attuali della distribuzione della scrittura lo permettessero.





Oggi sì: tantissimi auguri di buon compleanno! (La mia religione mi impone di non anticipare gli auguri 😅😬)
E grazie per questo pezzo importantissimo, davvero 💙
Standing ovation per il compleanno e grazie per l'articolo. Ottimo lavoro