Anche una donna qui

Anche una donna qui

Quattro uomini on the rocks, per favore

Quarta parte della serie Alla ricerca di America e identità: il mio viaggio on the road in Nebraska e South Dakota

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Enrica Nicoli Aldini
set 24, 2025
∙ A pagamento

Original version in English

Anche una donna a qui continua a camminare con il pilota automatico con una serie di racconti in traduzione, a causa di diversi spostamenti questo mese che mi impediscono di scrivere nuove riflessioni ogni settimana (nonostante la realtà abbondi di spunti). Se vi va, mi piacerebbe sapere cosa avete pensato di questa modalità di uscita. Da metà ottobre torneranno le consuete analisi su politica e giustizia sociale negli Stati Uniti e in Italia.

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Eccoci al quarto appuntamento della serie in sei parti di un racconto di viaggio on the road, in traduzione dall’inglese. Passato il confine nordoccidentale del Nebraska, siamo ora in South Dakota. I volti di quattro presidenti scolpiti nella roccia ci ricordano che gli Stati Uniti ancora non hanno conosciuto una donna presidente. In un saloon della cittadina di Custer, incontriamo e chiacchieriamo con un gruppo di persone del posto.

Per recuperare le puntate precedenti della serie, clicca qui: prima, seconda, terza.

Rifornimento di carburante sulla Highway 385 nei pressi di Oelrichs, South Dakota

Qualche miglio passato il confine tra Nebraska e South Dakota, mi sono fermata a fare benzina in una piccola area di servizio con annesso negozietto e nessuna associazione a grandi compagnie petrolifere. La Subaru aveva ancora più di mezzo serbatoio pieno, ma i tratti di vuoto più assoluto erano così frequenti e così lunghi, che per precauzione era meglio rifornirsi spesso.

La pompa era vetusta — ho dovuto leggere le istruzioni per capire che dopo aver rimosso l’erogatore, per far uscire la benzina bisognava premere un interruttore — e ci sono voluti diversi minuti per riempire appena un quarto di serbatoio.“Ha 53 anni. Mi hanno chiesto 65.000 dollari per sostituirla”, mi ha detto il proprietario, un uomo grande e gentile con una lunga barba bianca. Sedeva di fianco a quello che aveva l’aria di essere un vecchio lettore di carta di credito e altri cimeli ingialliti del passato.

Inizialmente, l’erogazione a rilento della pompa mi aveva irritato. Nonostante il limpido cielo azzurro, faceva freddo e c’era vento; l’attesa non era piacevole. Poi ho iniziato a gironzolare e osservare i paraggi in maniera più consapevole: la vecchia insegna della benzina Standard rossa e blu; i pickup Dodge color pastello arrugginiti, parcheggiati a lato del negozietto come in tante scene da film western; i granelli di polvere che svolazzavano nelle implacabili raffiche di vento. E ho pensato che quella pompa di benzina dovesse rimanere esattamente com’era. Per l’autista di corsa, sarà un richiamo a rallentare.

Monumento nazionale del Monte Rushmore. Da sinistra a destra: George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt, Abraham Lincoln

Diverse attrazioni circondano il Monte Rushmore: il villaggio di Keystone, una sorta di parco divertimenti del Far West; un museo delle cere presidenziali, pubblicizzato su un enorme cartellone raffigurante un ragazzino bianco sul podio della Casa Bianca accanto allo slogan “Diventa il Presidente!” (il giorno in cui si è tenuto il corso di aggiornamento su diversità, equità e inclusione, il team di marketing era a casa in malattia); un’imponente passerella delle 56 bandiere di tutti gli stati e territori degli Stati Uniti che conduce al punto panoramico principale del monumento. Di contro al clamore, una visita al Monte Rushmore culmina in realtà in un’azione straordinariamente semplice: osservare i volti scolpiti nella roccia di quattro influenti presidenti degli Stati Uniti. Arrivati a questo punto, si prova la sensazione impacciata e frastornante che non c’è niente da fare con questo monumento che non sia, unicamente, fissarlo. Il Monte Rushmore è staticità scolpita che implora staticità in chi lo osserva. Se non che la staticità è difficile da trovare in un essere umano del ventunesimo secolo — la maggior parte dei visitatori attorno a me è arrivata, ha fatto qualche foto e nel giro di qualche minuto se n’è andata.

Ho infuso scopo e intenzione alla mia visita ai presidenti George Washington, Thomas Jefferson, Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt leggendo il consueto opuscolo che illustra la storia del monumento. Ho imparato così che nel 1937 fu presentato al Congresso un disegno di legge per aggiungere il volto di Susan B. Anthony, attivista per i diritti delle donne. La proposta, appoggiata anche dalla First Lady Eleanor Roosevelt, fu respinta in seguito all’approvazione di una nuova legge che disponeva che i finanziamenti federali per il Monte Rushmore potessero essere utilizzati esclusivamente per sculture già in corso d’opera. Inoltre, secondo la National Parks Conservation Association, includere il volto di Anthony “non rispettava la visione artistica” del progettista del monumento, lo scultore Gutzon Borglum. Peccato.

Non è scioccante che le donne non fossero parte della visione originale, di inizio ventesimo secolo, di un monumento alla democrazia statunitense. Se il monumento deve includere solo presidenti, la scelta è ancora valida un secolo dopo (il che è scioccante per altri motivi). Ma di fronte a un’assenza così lampante, che in molti modi perseguita il Paese, mancava anche un riconoscimento di essa — e questo sì che mi ha sorpreso. Ho sbirciato gli scaffali della libreria del Monte Rushmore, riempiti quasi esclusivamente di biografie di uomini americani illustri. Su uno scaffale basso, ho notato un libretto sottile intitolato “Donne che fanno la storia: il XIX emendamento,” prodotto dal National Park Service per il centenario della legge costituzionale che ha riconosciuto alle donne il diritto di voto. “Finalmente qualcosa di dedicato alle donne!” ho scherzato con la cassiera mentre strisciavo la carta di credito per acquistarlo. “Infatti”, ha risposto lei con uno sguardo d’intesa.

Cartellone pubblicitario del Museo nazionale delle cere presidenziali a Keystone, South Dakota

Una parte di me sperava che gli Stati Uniti del ventunesimo secolo cogliessero in una scultura iconica e famosa in tutto il mondo come il Monte Rushmore un’opportunità di riconoscere, commentare, approfondire l’assenza femminile di fronte (letteralmente) alla presenza maschile: Care visitatrici e visitatori, godetevi l’imponente bellezza di questo omaggio a quattro uomini che hanno gettato le fondamenta democratiche di questa nazione. Il loro contributo al bene comune è stato tale per cui meritano l’onore supremo dell’immortalità tramite l’arte. Ma ricordate: su questa montagna sono scolpiti solo volti di uomini perché, al tempo in cui vissero, alle donne erano strutturalmente negate opportunità di raggiungere un tale livello di successo, riconoscimento e impatto sulla nazione. Prendiamoci un momento per riconoscere questo fatto, discuterne le ragioni e creare spazio per raccontare inedite storie di donne contemporanee ai quattro presidenti.

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