Più di un gol
Il traguardo storico della nazionale femminile agli Europei di calcio rinnova l'urgenza di dare visibilità ad atlete storicamente invisibili. Un articolo ospite di Paola Laviola di Le Grandiose
A tutte le piccole sognatrici:
Non arrendetevi.
Scendete in campo, correte.
Giocate, sempre.
Paola Laviola
Fino al 95’ di Italia-Inghilterra, alle 14:52 di martedì 22 luglio in Colorado, l’introduzione a questo articolo andava scrivendosi nella mia testa con parole completamente diverse. Evocava sogni di storiche finali europee di calcio narrate con aggettivi e participi passati declinati al femminile. Immagini di felicità sportive dal volto di donna. Un Paese che deriva gioia, ripone speranza, consolida il proprio senso di identità attorno a un gruppo di giovani atlete, come raramente visto prima e in un momento di crisi e delusione per l’analogo maschile. Due ore e due beffardi gol dell’Inghilterra dopo, la direzione di questa introduzione è cambiata, ma l’emozione e il significato che l’autrice di questo articolo e io vogliamo trasmettere sono gli stessi.
Sono felice di ospitare Paola Laviola come autrice di questa edizione di Anche una donna qui. Oltre a essere una studentessa di Scienze internazionali e diplomatiche all’Università di Bologna, Paola è il volto, la voce e la testa dietro la pagina di Instagram Le Grandiose su femminismo e diritti delle donne. Io e Paola ci siamo conosciute proprio scambiando messaggi sulla scarsa visibilità dello sport femminile e i doppi standard che subisce nella narrazione mediatica. Paola si impegna attivamente per creare consapevolezza su questo tema, e la ringrazio per il tempo e la passione che ha dedicato alla scrittura di questo articolo.
Buona lettura!
—Enrica
di Paola Laviola
“Si è deciso che le vite degli uomini dovessero rappresentare il percorso di tutta l’umanità. E così non sappiamo nulla di come vivesse l’altra metà: sulle donne, spesso, non vi è altro che silenzio. (…) È ora di cambiare prospettiva. È ora che le donne diventino visibili.”
Caroline Criado Perez, Invisibili
L’attesa è stata lunga: ci sono voluti 28 anni perché le Azzurre, guidate dal CT Andrea Soncin, tornassero in semifinale agli Europei di calcio. In una sera d’estate, una straordinaria doppietta della capitana Cristiana Girelli contro la Norvegia ha realizzato un sogno e aperto una pagina di storia tutta da scrivere.
Nonostante l’Inghilterra abbia poi infranto il sogno mentre noi ci sentivamo già un po’ in finale, abbracciamoci forte: le Azzurre figurano di nuovo tra le prime quattro squadre più forti d’Europa.
L’ultima volta che accadde fu il 12 luglio 1997, quando l’Italia giocò la finale del Campionato Europeo femminile contro la Germania all’Ullevaal Stadion di Oslo. La Germania dominò la partita e vinse 2-0, conquistando il suo quarto titolo consecutivo. Per le nostre Azzurre fu comunque un traguardo storico: la seconda finale europea della Nazionale femminile. Un risultato importante, che però ricevette poca attenzione da parte dei media e dell’opinione pubblica.
A quella finale seguì purtroppo una fase di declino. Finché nel 2019 il calcio femminile italiano tornò a farsi sentire: dopo vent’anni le Azzurre si qualificarono di nuovo ai Mondiali, raggiungendo i quarti di finale nel 2019 e disputando la fase a gironi nel 2023.
La semifinale contro l’Inghilterra è stata un traguardo storico, che spingerà sempre più tifosi a seguire queste ragazze straordinarie e ad avvicinarsi a un movimento che merita tutto il nostro supporto; un’emozione ancora più intensa per chi ha sempre creduto nel calcio femminile anche quando nessuno ne parlava.
Al termine della vittoria ai quarti di finale contro la Norvegia, il CT Andrea Soncin ha dichiarato: «Chi non conosce il mondo del calcio femminile lo giudica senza criterio. […] È il momento più bello della mia vita e me lo voglio godere.» Un entusiasmo condiviso anche dalle protagoniste in campo. Annamaria Serturini, centrocampista, ha ribadito con orgoglio: «Essere tra le migliori quattro squadre d’Europa non è un caso. Se siamo qui è perché ce lo meritiamo.»
Scrivo questo articolo con emozione e gioia immensa. Celebrare le vittorie, i gol o anche solo ogni gesto dietro un pallone è importante perché tiene viva la partecipazione femminile. È giusto e doveroso ribadire che la presenza delle donne nel calcio non è una novità. È la storia, semmai, ad averle relegate ai margini. Come ricorda Caroline Criado Perez nel suo capolavoro Invisibili: «Cinema, giornalismo, letteratura, scienza, urbanistica, economia: le storie che raccontiamo sul nostro passato, presente e futuro sono tutte contrassegnate, deturpate, da una presenza-assenza che ha la sagoma di un corpo femminile.»
Quando si pensa al calcio, l’immagine che affiora è quasi sempre quella di un uomo, di figure iconiche come Messi o Ronaldo. Campioni come loro dominano ancora oggi l’immaginario collettivo, contribuendo a rendere il calcio un fenomeno “maschile di default”. La responsabilità non è del singolo tifoso, ma di un pregiudizio radicato nella cultura, alimentato da una narrazione mediatica che per decenni ha marginalizzato la presenza femminile nel calcio. Anche campionesse come la stella brasiliana Marta Vieira da Silva o la capitana della Spagna Alexia Putellas, vincitrice di due Palloni d’Oro, potrebbero diventare nomi altrettanto familiari nelle case di milioni di tifosi, se solo iniziassimo a cambiare prospettiva.
Si tratta di quello che Criado Perez chiama pregiudizio di genialità: «Il pregiudizio di genialità è in buona parte frutto di un’assenza di dati: abbiamo cancellato dalla storia così tante donne dotate di genio, che ormai non riusciamo neanche più a ricordarle. […] I nostri figli imparano il pregiudizio di genialità fin dai primi anni di vita.»
Fin da piccoli impariamo chi “può” giocare a calcio e chi no. È da lì che dobbiamo iniziare a lavorare: cambiare narrazione significa cambiare percezione, e cambiare percezione significa aprire spazi nuovi, finalmente visibili, anche per le future generazioni di calciatrici.
Ancora oggi mi capita di sentire che esisterebbe una legge universale che spinge le ragazze a scegliere altri sport, perché il calcio è legato a numerosi pregiudizi. E mi domando: cosa può davvero impedire a un genitore di far giocare una figlia a calcio? La risposta è spesso sempre la stessa: «Il calcio è uno sport da maschi». Ma chi lo ha deciso? Nessuno, se non la storia, che per troppo tempo ha trasmesso un messaggio che oggi non ha più ragione di esistere.
Come argomenta il paper Who’s Afraid of Women’s Football?, il calcio è sempre stato percepito come uno sport “naturalmente” maschile per diverse ragioni: aggressività, fisicità, dominio. La storia di questo sport dimostra che questa idea non è nata per caso.
Il calcio moderno nasce a fine Ottocento in Inghilterra come gioco praticato durante le pause di lavoro, soprattutto tra operai e operaie delle fabbriche. Da lì, piano piano, si formarono anche le prime squadre femminili. Uno dei casi più celebri è quello del Dick, Kerr’s Ladies Football Club, squadra nata nel 1917 tra le operaie della fabbrica Dick, Kerr & Co. di Preston.
Durante la Prima guerra mondiale, la partecipazione femminile al calcio crebbe notevolmente, soprattutto nel Regno Unito: le donne che lavoravano nelle fabbriche di munizioni organizzavano squadre che richiamavano migliaia di spettatori. Ma nel 1921 la Football Association inglese decise di bandire le donne dai campi affiliati, dichiarando: «Il calcio non è adatto alle donne e non dovrebbe essere incoraggiato.» Questo provvedimento bloccò per decenni la diffusione del calcio femminile nel Paese.
Accadde così anche in Italia: con l’ascesa del fascismo, il calcio femminile non fu solo scoraggiato, ma anche attivamente ostacolato. All’epoca le donne vennero escluse dallo sport agonistico perché l’ideale femminile imposto dal regime era legato alla famiglia e alla maternità, un’immagine ritenuta incompatibile con uno sport considerato virile.
Per quasi tutta la prima metà del Novecento alle donne non fu permesso di giocare liberamente, e a decidere che fosse così sono sempre e solo stati gli uomini. La svolta è iniziata intorno agli anni ’70, anche grazie all’ascesa dei movimenti femministi e per i diritti civili. In quegli anni nacquero varie federazioni, tra cui la Federazione Italiana Calcio Femminile nel 1968, e anche le prime competizioni. Per il primo campionato mondiale di calcio femminile, invece, bisognerà aspettare il 1991.
Sin da subito fu evidente che la strada sarebbe stata lunga, perché la partecipazione femminile metteva in discussione un ambiente tradizionalmente controllato dagli uomini.
È proprio per questo che le donne sono state relegate ai margini del calcio così a lungo. Ma perché tutto questo fastidio? Perché così tanta paura? Secondo Who’s Afraid of Women’s Football?, la presenza delle donne in uno sport così simbolico di mascolinità assume un valore che va oltre il campo: diventa un indicatore di empowerment femminile e di progresso sociale. Non è un fenomeno isolato: è lo specchio di una serie di dinamiche.
L’ascesa del calcio femminile è una sfida ai domini tradizionali maschili, ma anche un’opportunità, come dimostrano le analisi empiriche riportate nel paper. Tali analisi rivelano una correlazione diretta tra i punti FIFA delle squadre femminili e il Gender Gap Index (GGI): in breve, maggiore è il successo del calcio femminile, maggiore è l’empowerment femminile. Non si tratta di “dominare”, ma di abbattere barriere di genere, portando un cambiamento culturale profondo.
Il grafico qui sotto mostra bene questa relazione: quando aumenta il divario salariale (gender pay gap), la partecipazione femminile alla disciplina calcistica tende a diminuire. Questa proporzionalità inversa diventa una vera barriera per la crescita del movimento.
Nel suo blog Pallonate in faccia, Valerio Moggia ha scritto un importante articolo sul calcio femminile che rafforza questa tesi: «Fino al 2019 circa, a pochissime persone nel nostro Paese importava del calcio femminile. Da quell’estate, con l’Italia che prese parte al suo primo Mondiale dal 1999, solo un anno dopo la clamorosa esclusione dei maschi (a sua volta la prima dal 1958), c’è stato un vero e proprio boom del fenomeno, che ovviamente vive un po’ di montagne russe, con picchi che coincidono con i grandi eventi delle nazionali. La dimensione del successo è data soprattutto dall’impressionante quantità di haters che le calciatrici si attirano per il solo fatto di esistere, ma ciò non toglie che sempre più persone siano genuinamente interessate a questo sport, che dal 2022 ha anche in Italia un campionato professionistico.»
Questa crescita apre una questione spesso sottovalutata: chi e come racconta il calcio femminile in Italia?
La storia insegna che la narrazione della stampa ha contribuito per decenni a screditare il valore del calcio femminile: troppo spesso i giornalisti si sono soffermati più sulle divise e sull’aspetto fisico delle calciatrici che sulla partita in sé. Come evidenzia Jean Williams, professoressa di Storia dello sport e autrice di The History of Women’s Football, se ancora oggi esistono pregiudizi sul calcio femminile è anche colpa delle narrazioni costruite dai media fin dai primi anni del Novecento.
La mancanza di attenzione verso lo sviluppo del calcio femminile è dunque anche responsabilità della stampa. Come scrive Valerio Moggia: «Come le giocatrici in campo stanno diventando dei modelli per le giovani che si affacciano al mondo del pallone, qui si possono creare modelli comunicativi per le giornaliste e i giornalisti che verranno. Un’occasione che, dunque, è anche una responsabilità, ma che personalmente ritengo sia stata posta in mani più che adeguate.»
Dal 2018, una delle sfide principali per il calcio femminile resta la carenza di risorse per sostenere la crescita di questo movimento. Secondo le federazioni nazionali, diversi Paesi hanno recentemente introdotto politiche che obbligano i club maschili a integrare una squadra femminile. Tuttavia, alcuni dati mettono in luce anche aspetti critici di questa strategia: calo improvviso delle prestazioni delle nazionali femminili, bassi tassi di partecipazione, pressioni esterne da parte delle istituzioni calcistiche sovranazionali e un bisogno sociale sempre più forte di ridurre le disuguaglianze di genere. Anche se questa politica può favorire la visibilità e la commercializzazione del calcio femminile, esiste il rischio che l’integrazione continui a subordinare la dimensione femminile a quella maschile.
Eppure, il calcio femminile oggi vive una nuova stagione di crescita. Grazie ai social, a partire da Instagram, il supporto per chi gioca è cresciuto enormemente. Pagine, hashtag, storie, podcast: tutto contribuisce a normalizzare ciò che dovrebbe essere già normale. Come spiegano Kim Toffoletti, Ann Pecoraro e Hina S. Comeau nello studio Self-representations of Women’s Sports Fandoms on Instagram at the FIFA Women’s World Cup, i social hanno trasformato la narrazione: più visibilità, più partecipazione, più legittimazione. Non è un dettaglio: dieci anni fa era impensabile vedere così tanti contenuti sul calcio femminile. Oggi, invece, i numeri parlano chiaro: le community online, soprattutto tra i 18 e i 24 anni, sostengono le giocatrici con foto, commenti, condivisioni.
Come osservano gli autori del paper, spesso gli uomini usano i social per raccontare potere e dominio, mentre le donne creano spazi più inclusivi. È una rivoluzione silenziosa, ma efficace. Le testate tradizionali, sportive e non, ignorano spesso le vittorie delle Azzurre del calcio, ma online c’è chi rimedia: pagine come Ceretta, podcast come Fritto Misto, migliaia di utenti che raccontano ogni partita, ogni gol, ogni sogno.
Quest’analisi parte dal calcio, ma si estende a qualsiasi sport in cui la presenza femminile ha messo in discussione un campo tradizionalmente dominato dagli uomini.
Basti pensare alla Formula 1: Maria Teresa de Filippis, prima donna a correre in F1, si rifiutò di partecipare a competizioni esclusivamente femminili. Nel 1959, in Francia, le venne rifiutata l’iscrizione con una motivazione che dice tutto: «Il posto di una donna è a casa, non su un circuito di gara. L’unico casco che dovrebbe indossare è quello del parrucchiere.» Parole che raccontano bene quanto fosse radicato il pregiudizio di genere nello sport.
Piano piano, pezzo dopo pezzo, è necessario continuare ad abbattere questi muri.







«Il pregiudizio di genialità è in buona parte frutto di un’assenza di dati: abbiamo cancellato dalla storia così tante donne dotate di genio, che ormai non riusciamo neanche più a ricordarle. […] I nostri figli imparano il pregiudizio di genialità fin dai primi anni di vita.»
Come storica, mi sono imbattuta in questo problema ogni semestre quando insegnavo, e non è facile affrontarlo continuamente e vedere pochi cambiamenti: ancora oggi, la storia delle donne è esclusa dai libri di testo negli Stati Uniti, come immagino lo sia in Italia. È esasperante ed estremamente ingiusto.
Bell'articolo! E bella la ospitata di un'altra scrittrice. Grazie a Enrica e a Paola