Perché stavolta non è stata (innanzitutto) una questione di genere
I dati sulle elezioni statunitensi che suggeriscono di dare la priorità alla lettura di classe. Poi, la responsabilità della scrittura nell'ascolto di chi non la pensa come noi.
Salvo imprevisti, questa edizione di Anche una donna qui è l’ultima che scrivo prima di una pausa per la festa del Ringraziamento (Thanksgiving), che cade ogni anno il quarto giovedì di novembre. Negli Stati Uniti, l’aria di festa — per chi ha la fortuna e/o possibilità di festeggiare! — inizia a diffondersi con un mese d’anticipo 😊
A proposito di Thanksgiving, ci tengo a ringraziarvi per il sostegno dimostrato nelle ultime settimane di maretta elettorale. Vista la passione e il tempo che ho dedicato, ne sono davvero felice. Come segno della mia gratitudine, la newsletter di oggi ha sempre a che fare con la domanda “come porsi di fronte al successo elettorale della destra?”, ma è più breve dell’ultima mastodontica edizione 😁
Cominciamo!
Questione di genere vs questione di classe

Dalla mattina del 9 novembre 2016 (appena dopo la prima vittoria di Trump) alla sera del 5 novembre 2024 (appena prima della seconda) ho passato molto tempo ad argomentare che Hillary Clinton ha perso le elezioni del 2016 innanzitutto perché donna, la prima a minacciare seriamente la rottura del soffitto di cristallo più spesso che esista (tant’è che è ancora intatto).
L’avverbio “innanzitutto” è un importante modulatore di senso. Non è che Hillary Clinton ha perso solo perché è una donna, ma il suo essere donna ha alzato l’asticella e virtualmente azzerato il margine di errore a lei concesso. In molti casi si è trattato di pregiudizi inconsci e non di misoginia esplicitata a chiare lettere. Ma oggi come allora sono convinta che tutte le altre motivazioni per la sconfitta di Clinton convergano nella “minaccia” che una donna rappresenta all’ordine costituito.
Dalla mattina del 6 novembre 2024, sto passando molto tempo ad argomentare che Kamala Harris ha perso anche perché donna nera (pregiudizi inconsci, desiderio di salvaguardia di patriarcato e supremazia bianca, ecc. sono sempre all’opera) ma non innanzitutto, né soprattutto.
I dati nel grafico qui sopra illustrano il perché. Per i nostri scopi, si possono riassumere così:
Rispetto al 2016 (Clinton) e al 2020 (Biden), il Partito Democratico ha perso consensi tra le comunità marginalizzate sulla base di identità razziale e di genere. In particolare:
Meno donne nere hanno votato per Harris di quante hanno votato per Clinton (!)
Tra le donne ispaniche, hanno votato per Harris la metà di quante hanno votato per Clinton
La maggior parte degli uomini ispanici è ora schierata con Trump
Rispetto al 2016 e al 2020, il Partito Repubblicano (sempre con Trump come candidato) ha perso consensi tra gli uomini bianchi e mantenuto più o meno lo stesso livello di consensi tra le donne bianche.
Meno uomini bianchi hanno votato per Trump rispetto al 2016 (!)
Meno donne bianche hanno votato per Trump rispetto a 2016 e 2020 (!)
Nel complesso (tranne nel caso dei maschi ispanici), non si tratta di terremoti: le persone bianche e gli uomini continuano a tendere verso destra, le persone non bianche e le donne verso sinistra. Ma se ci fermiamo a “nel complesso” ci priviamo degli strumenti necessari per ripartire.
La verità è che questi dati sono tutt’altro che insignificanti: mettono in discussione in maniera non banale i nostri schemi mentali intorno all’identità razziale e di genere come fattore chiave della preferenza politica.
Qualsiasi lettura della rielezione di Trump che si ferma all’identità perde di vista l’unico vero parametro trasversale a tutti questi blocchi di elettori, l’unico che può spiegare la maniera in cui oscillano tra un partito e l’altro così come emerge dal grafico: la classe sociale e il livello di istruzione (che si influenzano e determinano a vicenda). Se applicare la lettura razziale e di genere ci lascia con mille domande aperte, la lettura di classe invece offre qualche risposta.
Sì, è vero che la maggior parte delle persone bianche preferisce Trump… ma è anche vero che le persone bianche sono il gruppo sociale con il più alto livello di istruzione negli Stati Uniti (il 56% nel 2022, rispetto ad esempio al 36% delle persone nere) e la più alta concentrazione di ricchezza (l’80% nel 2021!!!!!!!!). Presumibilmente, l’inflazione ha pesato meno su alcune persone bianche. Presumibilmente, il livello di istruzione di alcune persone bianche ha contribuito alla valutazione positiva della candidatura di Harris rispetto alle bugie, la cattiveria, i ripetuti attentati alla democrazia di Trump. È così che alcune persone bianche si sono allontanate da Trump.
Sì, è vero che la maggior parte delle comunità marginalizzate preferisce i democratici… ma è anche vero che, ribaltando le statistiche del paragrafo precedente, in questi gruppi sociali si riscontra anche un livello di istruzione inferiore e l’appartenenza a classi meno abbienti. Sono stati più colpiti dall’inflazione, hanno meno strumenti per valutare la proposta di Trump al di là degli aspetti economici.
È alla luce di tutti questi indizi che, diversamente dal 2016, nel 2024 non ritengo che Kamala Harris abbia perso innanzitutto perché è una donna nera. Sessismo, misoginia e razzismo, anche inconsci, hanno sicuramente influito — influiscono sempre! Ma quest’anno sono state le differenze di classe a determinare il risultato allontanando l’elettorato dalla proposta dei democratici, laddove legata a una suddivisione della realtà in categorie identitarie che non tengono conto delle condizioni materiali.
A proposito di classe! L’ultimo episodio del podcast Americanate, condotto da Elide Pantoli e la sottoscritta, parla di costo della vita negli Stati Uniti, tra stipendi, spese e disparità di reddito. Qui il link a Spotify, ma lo trovate ovunque ascoltiate podcast!
Il tono di voce sbagliato
La reazione comune a tantə di noi di fronte a, per esempio, una persona nera, o immigrata (naturalizzata statunitense), o gay che vota per Donald Trump è di genuino sgomento: “ma è un controsenso!!!!!”, “ma com’è possibile?!?!?”
È una reazione comprensibile che scaturisce spesso anche in me, come è successo con l’immigrato cubano che se potesse votare sceglierebbe Trump.
Rifletto sempre di più, però, sul fatto che nel porci queste domande legittime usiamo il tono di voce sbagliato: un tono di sorpresa e rigetto/rifiuto di approfondire vs. un tono di sorpresa e interesse a capire.
In particolare, per le persone bianche, eterocis, istruite, benestanti, evitare di approfondire la sorpresa sembra quasi un meccanismo di protezione (l’ennesimo, ahah). Ci proteggiamo da una risposta che potrebbe mettere in discussione gli schemi mentali legati all’identità di cui sopra, sui quali abbiamo costruito (o creduto di costruire) spazi sani e sicuri per chi non condivide il nostro privilegio.
Chiediamoci molto seriamente, nel campo progressista, perché mentre ci credevamo paladinə delle persone marginalizzate sulla base dell’identità, alcune di loro si sono spostate verso Donald Trump. E chiediamocelo con il tono di voce giusto, quello che apre all’approfondimento e alla messa in discussione, anche se significa mettere a nudo le nostre vulnerabilità.
Individuale vs collettivo
Dicevo nell’ultima edizione della newsletter che a livello individuale, è comprensibile non volere o non sentirsi al sicuro nel relazionarsi con chi vota partiti politici la cui piattaforma è antitetica a certi diritti, valori e ideali. Ma sul piano collettivo, come società, non possiamo permetterci di creare due (o più) fazioni opposte e non comunicanti.
Il piano collettivo si realizza tramite la classe politica e le persone che producono pensiero intellettuale.
Chi ci governa deve volere e sapere parlare a tutta la popolazione. Kamala Harris ha fatto un grosso errore rifiutando di farsi intervistare da Joe Rogan nel suo popolarissimo podcast ascoltato da milioni di americani — e tengo apposta il maschile sovraesteso, perché si tratta principalmente di uomini bianchi. Harris ha declinato l’intervista perché la sua campagna temeva reazioni negative nell’elettorato democratico, visto che la piattaforma di Rogan è spesso veicolo di valori antitetici alla giustizia sociale.
No, mi dispiace: non è una decisione accettabile per un’esponente della classe politica che aspira a guidare una nazione grande, variegata e potente come gli Stati Uniti. E non è la decisione che noi dobbiamo pretendere dalla nostra classe politica. Come elettrice democratica, io voglio che Harris si faccia intervistare da Joe Rogan, per raggiungere milioni di elettori altrimenti non raggiunti dal suo messaggio. Chissà che uno di loro non cambi idea!
Cui prodest, diceva la prof di latino, a chi giovano queste rigide prese di posizione ostinatamente radicali e falsamente virtuose? “C’è chi preferirebbe perdere un’elezione pur di non parlare con una persona considerata ‘impura’”, ha scritto il sociologo Musa Al-Gharbi. Meglio di così non poteva dirlo.
L’altro segmento della società che deve aiutarci a mantenere comunicazione e ascolto intatti sul piano collettivo sono lə professionistə della parola: giornalistə, scrittrici e scrittori (tra lə altrə), a cui spetta il racconto scrupoloso della verità e la descrizione approfondita della complessità dell’esperienza umana.
Scrive Roger Rosenblatt sul New York Times, interrogandosi su “come fare il mestiere della scrittura nella seconda era di Trump”:
Chi scrive rappresenta tutta l’umanità, perciò ha l’obbligo di trattare ciascuna persona, idea e immagine con onestà e onore. […]
Invece di vedere il mondo come un’arena di competizione, lo scrittore/la scrittrice vede il mondo come una vasta collezione di persone, che condividono collettivamente lo stesso senso di stupore, le stesse paure e gli stessi sogni, e lo stesso dolore. […]
L’idea di amore deve includere […] tutte le persone, non solo quelle che hanno votato per Kamala Harris. Qualunque sia il motivo della vittoria di Trump, la verità è che la sua candidatura ha attratto milioni. Comprendere questa attrattiva è il mestiere e l’obbligo di chi scrive.
Che meraviglia, questo pieno mandato a fare ciò che già intendevo, senza dovermi giustificare ulteriormente perché, in fondo, è il mestiere che ho scelto.
Sarebbe bello trovare spazio per farlo sulle testate italiane. Ma per il momento, a parte l’incarico ricevuto da Rivista Studio, ho preso solo che dei no o, peggio, silenzi assoluti. Ho molti interrogativi: cosa pensare del fatto che il giornalismo italiano preferisce dare voce a opinionistə di casa nel Bel Paese, invece che alla prospettiva delle persone americane stesse (mediata da chi direttamente dall’America scrive)? Come posso migliorare la ricerca di uno spazio, nel panorama giornalistico italiano, per la mia voce sconosciuta che desidera esprimersi dagli Stati Uniti?
Ci vorrà tempo per rispondere. Nel frattempo, mi sembra evidente che l’unica strada sia continuare a costruire e far crescere con passione e costanza questo spazio su Substack, dove la mia voce desidera essere veicolo di quella delle persone americane quando scrivo di Stati Uniti, e degli interessi delle donne e altre persone marginalizzate quando scrivo di giustizia sociale in Italia.
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🗞️ Suggerimenti di lettura e ascolto
Tutti in inglese, perché come vi ho già detto, sulla stampa italiana faccio fatica a trovare analisi che trascendono motivazioni ideologiche per dare invece spazio ai dati e alla voce delle persone americane:
Musa Al-Gharbi, A Graveyard of Bad Election Narratives
Jill Lepore, Democrats Tried to Counter Donald Trump’s Viciousness Toward Women with Condescension
Kelefa Sanneh, How Donald Trump, the Leader of White Grievance, Gained Among Hispanic Voters
Noah Smith, The educated professional class is out of touch with America
David Brooks, Why We Got It So Wrong
The Daily (podcast), Bernie Sanders Says Democrats Have Lost Their Way



Non ero ancora iscritto, damn! Ma ora ho provveduto. Sono piacevolmente sorpreso da questa serendipità nell'affrontare da angolazioni diverse lo stesso problema. A presto!