Nessuno smette di immaginare una Campania migliore
In Campania si vota ancora a sinistra. Ma cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni? Un’analisi di Anna Menale
Per l’ultima edizione di Anche una donna qui nel 2025, sono lieta di ospitare oggi una firma ben nota a chi legge queste pagine da un po’ di tempo: Anna Menale, giornalista e autrice della newsletter Femminismi.
Anna ci regala una pausa dagli Stati Uniti e ci accompagna in giro per la Campania, la sua regione, per ascoltare speranze, aspirazioni e preoccupazioni della gente dopo le elezioni regionali che hanno eletto il candidato di centrosinistra Roberto Fico.
Lo spirito dell’incontro e il metodo dell’ascolto sono quelli classici di Anche una donna qui, e tanti e interessanti sono i collegamenti alle conversazioni sugli Stati Uniti che avvengono su queste pagine.
Ad esempio, un’amica di Anna le confida che, visto lo stato della sanità in Campania, senza assicurazione sanitaria “starebbe sotto i ponti”. Sono parole che mi riportano sulla terra, da residente negli Stati Uniti nata, cresciuta e curata in Emilia-Romagna: facile per me argomentare che l’Italia deve guardarsi dal ricorso alla sanità privata sul modello statunitense… quando il mio paradigma di sanità pubblica è la famosa eccellenza della mia regione. Come impedire che l’Italia cada nella trappola del modello statunitense, quando l’accesso alla sanità pubblica è così diverso da Nord a Sud?
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Ho già tantissime idee di cosa raccontarvi sugli Stati Uniti dagli Stati Uniti nel nuovo anno — non vedo l’ora! Nel frattempo, ci godiamo un po’ di meritato riposo.
Grazie di cuore a tutte e tutti per un 2025 pieno di sorprese e stupore!
—Enrica
In Campania si vota ancora a sinistra. Non è una cattiva notizia, ma bisogna capirla meglio. Roberto Fico, sostenuto da Pd, M5S e Verdi-Sinistra, ha vinto le elezioni regionali del 23 e 24 novembre, con oltre il 60 per cento dei voti.
Il candidato di centrodestra Edmondo Cirielli si è fermato intorno al 35 per cento dei consensi, mentre gli altri candidati, tra cui Giuliano Granato di Potere al Popolo, hanno raccolto percentuali marginali senza conquistare seggi nel Consiglio regionale.
Scrivere di elezioni regionali, soprattutto quando riguardano la regione in cui vivi, comporta sempre un rischio: quello di parlare della politica come se fosse il capitolo di un manuale scritto da Giovanni Sartori più che di qualcosa che tocca la vita quotidiana delle persone.
Quindi, in questo articolo, ho scelto consapevolmente di affiancare alla mia analisi anche le parole di alcune persone a me vicine, che in Campania vivono, lavorano, si curano e studiano.
Ma prima credo sia giusto riassumere l’andamento delle ultime elezioni, per provare a rispondere a una domanda: cosa dobbiamo aspettarci dalla Campania nei prossimi anni?
Come interpretare il risultato delle elezioni regionali
Il programma di Fico si concentra sulla ricostruzione di una regione che per anni ha vissuto di emergenze sociali, puntando sulla sanità pubblica e su un welfare diffuso come architrave dell’azione politica.
L’obiettivo dichiarato è ridurre le disuguaglianze territoriali e sociali, investire su lavoro e formazione e affrontare l’emergenza ambientale, a partire dalla gestione dei rifiuti.
Cirielli, dal canto suo, ha giocato la carta dell’ordine e della sicurezza. Ha detto che avrebbe esportato il modello Caivano nelle altre aree a rischio della regione, così da prevenire la lotta alla criminalità. Ha anche aggiunto che avrebbe sostenuto i vari comuni per ampliare organici e dotazioni delle polizie locali. E già questo dice tanto su quanto fosse fallimentare il suo programma.
Granato, invece, ha portato in campagna elettorale parole che raramente entrano nei palazzi regionali: «La testimonianza di chi ha vinto contro un licenziamento ingiusto, quella di chi vive nelle periferie e lì costruisce cultura e socialità», le battaglie contro lo sfruttamento sul lavoro, per la sanità come diritto di ogni individuo, la tutela dell’ambiente con un piano urgente per il controllo delle immissioni nei corsi d’acqua regionali e nel mare, investimenti nel ripristino della funzionalità dei depuratori e un piano generale di efficientamento delle risorse idriche.
Il dato che più colpisce non è tanto la vittoria del centrosinistra quanto il crollo dell’affluenza alle urne: circa il 44 per cento degli aventi diritto ha espresso il proprio voto, un calo sensibile rispetto al 55–56 per cento registrato alle regionali del 2020. In piena pandemia Covid si è registrata un’affluenza maggiore rispetto a oggi.
Si può quindi parlare di una vera e propria fuga dalle urne, ma io non credo che bollare l’elettore come “colpevole” del disinteresse politico serva a qualcosa.
È un’illusione pensare che i rimproveri o qualche lezioni di educazione civica possano riavvicinare chi si sente ignorato dalla politica.
Piuttosto, dovremmo interrogarci sulle ragioni che spingono così tanti cittadini a non votare, a non riconoscersi più in un linguaggio politico che sembra sempre più distante dalla loro realtà quotidiana.
Come giornalista e come cittadina di sinistra, ammetto con franchezza che questo distacco è anche una responsabilità della sinistra stessa. Perché la sinistra oggi spesso parla ai suoi elettori in modo troppo astratto ed è incapace di trasformare i programmi in azioni che tocchino la vita concreta del popolo.
Una sinistra che non sa parlare ai suoi potenziali elettori non può stupirsi se questi fanno fatica a sentire il bisogno di recarsi alle urne.
Detto questo, la vittoria di Fico non mi dispiace. Il dubbio che mi pongo piuttosto è quanto possa diventare concreto il suo programma. Anche perché i problemi della Campania sono sotto gli occhi di tutti.
Quali sono i problemi della Campania?
Basta prendere un autobus per rendersene conto. O aspettare una metropolitana a Napoli quindici, venti minuti, senza sapere se e quando arriverà la prossima corsa.
È molto importante riconoscere questo come un disagio sociale: i trasporti decidono se una persona arriva puntuale a lavoro, se uno studente può frequentare l’università, se vivere in provincia significa essere cittadini di serie B.
È vero, negli ultimi anni qualcosa è migliorato, soprattutto nei collegamenti extraurbani. Ma una grande città europea — e Napoli dovrebbe esserlo — non può funzionare così. Perché una regione non può crescere democraticamente se anche solo muoversi con un autobus diventa un’impresa quotidiana.
La sanità segue la stessa logica.
In Campania ammalarsi significa troppo spesso arrangiarsi, rivolgersi a un medico privato o, nei casi peggiori, rinunciare del tutto alle cure. È un’ovvietà, ma quando la sanità non funziona e non tutti possono curarsi, le disuguaglianze sociali aumentano.
Roberta, una mia amica, me l’ha detto senza giri di parole:
«Il problema della sanità lo vivo sulla mia pelle. Se non avessi un’assicurazione sanitaria starei sotto i ponti o morta in attesa di quello che mi spetta. Io chiamo un centro per prenotare un’ecografia alla tiroide che dovrei fare gratuitamente almeno una volta l’anno. Se vado dal privato, il giorno dopo c’è posto; se la voglio tramite il servizio pubblico, l’attesa è di tre mesi».
Quando la sanità barcolla, barcolla tutto: la salute, la possibilità di vivere una vita dignitosa, la fiducia nelle istituzioni. E questo è un problema che si risolve solo con investimenti seri, nuove assunzioni e scelte politiche mirate.
Poi c’è il lavoro, o meglio il lavoro nero e lo sfruttamento normalizzato, soprattutto tra i più giovani.
In Campania lavorare senza contratto è ancora troppo spesso considerato “meglio di niente”, come se lo sfruttamento fosse una tappa inevitabile, una sorta di rito di passaggio che va accettato in silenzio.
È inaccettabile che esistano aziende in cui persone svolgono mansioni ordinarie con contratti da tirocinio, pur non essendo affatto tirocinanti, che altre lavorino senza alcun contratto, e che molte vengano pagate due, tre, quattro euro l’ora, spesso per turni lunghi e senza tutele.
Questo succede anche a persone laureate. Non lo sottolineo perché una laurea renda qualcuno “più degno” di essere pagato meglio — sarebbe un’altra forma di ingiustizia, dal momento che ogni individuo merita una vita dignitosa — ma perché se persino chi ha investito anni nella formazione viene retribuito in questo modo, è facile immaginare cosa accada a chi una formazione non l’ha potuta avere, a chi vive già in una condizione di fragilità maggiore e si ritrova completamente privo di dignità lavorativa.
Ma ridurre tutto a una questione puramente economica sarebbe un errore: non è un problema che si risolve semplicemente pagando un po’ di più i lavoratori, perché prima ancora è un problema culturale.
In questi contesti il datore di lavoro viene ancora considerato come un benefattore, qualcuno a cui essere grati per l’opportunità concessa, mentre il lavoratore è spinto a interiorizzare l’idea che debba ringraziare e basta, anche quando viene sfruttato, anche quando lavora in condizioni indegne.
Per questo il problema va affrontato su due piani distinti ma inseparabili: da un lato quello economico, attraverso strumenti concreti come l’introduzione di un salario minimo a nove euro l’ora, che rappresenterebbe una soglia di dignità non negoziabile; dall’altro quello culturale, smettendo di accettare l’idea che il lavoro precario, sottopagato e irregolare sia una concessione e non una violazione dei diritti.
E poi c’è la gestione dei rifiuti.
La Terra dei fuochi è un pezzo di Campania, tra Napoli e Caserta, dove per anni sono stati bruciati e interrati rifiuti, spesso di notte. È un territorio in cui molte persone sono cresciute respirando fumo e convivendo con il sospetto che ammalarsi non fosse solo una sfortuna.
Christian, un amico che vive in questi luoghi, mi ha detto:
«Mi auguro che Roberto Fico, da governatore, scelga di portare avanti alcune delle battaglie di cui negli anni si è fatto portavoce, a partire da quella ambientale. Perché governare la Campania significa governare una terra che convive da troppo tempo con un livello di inquinamento strutturale, che non dipende solo dai rifiuti interrati, ma anche da quelli bruciati.
L’inceneritore di Acerra — al di là dei nomi con cui lo si è provato a rendere più digeribile — resta uno dei nodi più pesanti da sciogliere. È un impianto che brucia rifiuti provenienti anche da fuori regione, ed è diventato nel tempo un impianto altamente nocivo per la salute. In proporzione, è uno degli inceneritori più grandi d’Europa rispetto al proprio potenziale: come pretendere di far andare una macchina ben oltre i suoi limiti. Continuare a far finta che questo non abbia un impatto sulla salute e sull’ambiente significherebbe abbandonare questa terra al proprio destino. Serve un piano vero, credibile, di dismissione progressiva, e soprattutto serve il coraggio di costruire un’alternativa che non passi ancora una volta dal sacrificio di questa regione».
Poi c’è il problema della dispersione scolastica, che non è mai una questione di colpa individuale, ma il risultato di un sistema che spesso non offre alternative concrete e credibili: i ragazzi che abbandonano la scuola lo fanno perché non vedono un futuro davanti a sé, perché il contesto sociale li spinge altrove, verso la marginalità o la criminalità.
Invece di provare a costruire percorsi di inclusione e opportunità, il governo ha deciso di intervenire con il cosiddetto Decreto Caivano, un provvedimento che si propone di contrastare l’abbandono scolastico ma, nella pratica, finisce per rafforzare l’esclusione.
Il decreto prevede, tra le altre cose, misure restrittive contro la frequentazione scolastica dei minori nelle aree più problematiche, strumenti di controllo e sanzioni verso chi non rispetta gli obblighi scolastici, senza però offrire soluzioni concrete e integrate per far sì che quei ragazzi possano davvero rimanere a scuola e costruire un progetto di vita.
In altre parole, se prendi un territorio come il Parco Verde di Caivano e lo escludi ancora di più rispetto al resto della Campania, non stai facendo un bene: stai facendo un danno. Quello che serve non sono punizioni, ma collegamenti concreti con la città e con i servizi, accesso sicuro ai trasporti pubblici, luoghi di studio adeguati, centri educativi e attività che diano senso al tempo libero dei ragazzi.
Per il Parco Verde, come per altre aree interne della Campania, l’operazione su cui si dovrebbe puntare è quella di garantire pari opportunità, sostegno economico e sociale alle famiglie, spazi sicuri dove crescere.
In mancanza di questo, qualsiasi intervento finisce per essere solo una mera operazione estetica.
Tra le persone campane con cui ho parlato, c’è anche chi ha posto una questione di cui si parla di meno, ma non per questo è meno politica: quella della rappresentazione di Napoli.
Non è la prima volta che ne scrivo, perché resto convinta che il modo in cui raccontiamo i luoghi contribuisca a costruirne l’immagine, e che quell’immagine, a sua volta, produca conseguenze concrete.
Napoli, in questo senso, ha attraversato negli anni una trasformazione profonda della propria narrazione pubblica.
Per molto tempo è stata raccontata quasi esclusivamente come una città violenta, dove si poteva morire sotto una sparatoria in qualunque momento.
Oggi, all’estremo opposto, rischia di diventare un fenomeno da baraccone, una cartolina folkloristica buona per i social, svuotata di contraddizioni, problemi e profondità.
Imma mi ha detto:
«Il centro storico, in particolare, è stato progressivamente invaso da un turismo sempre più massiccio, ma povero di profondità. Un turismo che arriva, mangia, filma e riparte. Basta aprire TikTok per rendersene conto: Napoli viene venduta come un’esperienza gastronomica continua, una sequenza di pizze, fritti e sfogliatelle. Il cibo è straordinario, su questo non c’è alcun dubbio - probabilmente il migliore al mondo - ma ridurre una città come Napoli solo a questo significa svuotarla della sua complessità. Napoli è anche storia, arte, stratificazioni politiche e culturali che vanno ben oltre i Borbone e arrivano fino a molto prima, ma che oggi faticano a trovare spazio in un racconto pubblico sempre più semplificato. Valorizzare la cultura non dovrebbe essere un ornamento, ma una scelta politica precisa, capace di restituire alla città una dignità che non sia solo quella di capitale del cibo».
Una paura che lega tutti
In questa tornata elettorale, nonostante la bassa affluenza, c’erano proposte che a mio avviso avrebbero meritato maggiore attenzione: il programma di Giuliano Granato mi ha ispirato una fiducia concreta, perché provava ad affrontare problemi reali e non si limitavano a slogan generici.
Quindi ammetto, senza troppi problemi, di averlo votato.
Non me ne sono pentita e non credo che sia stato un voto dato “a vuoto” (solitamente la gente ti guarda male quando confessi di aver votato alle elezioni un candidato minore): io credo che la politica si debba fare senza troppe strategie, e forse il problema è che se ne fanno troppe.
Anche se Granato non ha ottenuto un risultato elettorale significativo, riconosco il valore di una proposta che tentava di riportare la politica vicino a chi vive ai margini della società.
Il punto, alla fine, è tanto semplice da comprendere quanto complicato da accettare: la Campania ha bisogno di una politica che non si limiti a gestire delle dinamiche che già esistono, ma che abbia il coraggio di cambiare davvero le condizioni di vita delle persone.
Se questo Roberto Fico saprà farlo, lo vedremo presto.
Intanto, aveva ragione Anna Maria Ortese: commuoversi, a Napoli, è come bagnarsi nella neve.
La paura, una paura più forte di qualsiasi sentimento, lega tutti.
Ma nessuno, neanche il più disilluso, smette di immaginare una Campania migliore.






Parlo da meridionale (barese) che ha vissuto e fatto l'università sia al sud che al nord e che ha avuto modo di vivere l'ambiente lavorativo ospedaliero sia al sud che al nord.
Ho un'esperienza di vita molto privilegiata che mi ha permesso di cambiare 2 volte radicalmente quello che faccio, passando da un lavoro nella sanità avendo già una laurea in economia per poi passare a lavorare in uno studio commerciale a contatto con le imprese.
Al sud abbiamo un grosso problema ed è rappresentato da un nucleo di persone che letteralmente rema contro ed affossa tutto quello di buono che può essere espresso da tutti gli altri.
Se in un ospedale nel foggiano o nel napoletano durante il turno di notte può essere normale che l'infermiere si presenti nelle stanze e dica "qui non suona nessuno i campanelli, non mi rompete i coglioni" al Sant'Orsola di contro ci si fa il culo anche in carenza di personale, e quel personale non di rado è tutto Campano.
Idem sulle questioni amministrative e sulla cultura aziendale.
È come vivere in casa con qualcuno disordinatissimo. Una lotta impari contro l'entropia.
Ohibò, e allora non posso esimermi dal commentare, non prima di aver ammesso che non conosco Anna Menale ed è una dolenza grave perché molto probabilmente abita dalle mie parti (almeno quando sono a Napoli, ma in questo ultimo periodo per motivi logistici personali non mi sono mai allontanato). Dunque: come operatore culturale - cinematografico, però, quindi con una visione sul presente futuro, piuttosto che su ciò che è accaduto, anche se la memoria è importante, non solo in termini di storia ma di narrazione - e come docente il mio raggio d'azione è - stato? forse sì, perché al momento Napoli sembra vivere in una bolla senza respiro - è stato essenzialmente il territorio del centro storico. Ed è proprio per questo che no, la proposta di Giuliano nonostante fosse affascinante non mi ha convinto: non basta promuoversi ma occorre un confronto, e non con gli altri candidati ma con il popolo che dovrebbe seguirti. La mia frequentazione in determinati spazi (che hanno promosso la sua politica) mi ha permesso di verificare la selettività ("così o sei fuori") e non l'aggregazione o la solidarietà (ma l'esperienza di PaP diceva già tutto). Anche perché per governare, a meno che non sei De Luca (e nessuno voleva un altro sceriffo) occorre una squadra e in quel caso non c'era. L'ho ascoltato, come ho ascoltato Fico (un paio di volte il primo, tre il secondo) e, devo dire, nessuno è stato davvero convincente. Chiudo questa parentesi polemica e me ne scuso ma basta venire a trovarmi a scuola - piazza Cavour, non è così difficile, suvvia- per comprendere in che trincea e sempre sorridenti, lavoriamo: dalle 13 alle 20 accogliamo tutti e tutte le minoranze, oltre a riaccogliere quelli che hanno abbandonato la scuola stessa (la scorsa settimana ho relazionato in Comune al riguardo: è vero che l'abbandono minorile è diffuso ma è altrettanto vero, e non lo dice nessuno, che noi, scuole statali per adulti, riprendiamo tutti coloro che l'hanno lasciata solo che, forse anche per motivi politici, questi dati vengono ignorati). Si parla di una città ma dovremmo guardare alla Regione: andare da Napoli a Salerno dopo le 21, ad esempio, è impossibile e non accade in nessuna città europea (potrei parlare dei miei anni in Svizzera o in Portogallo, senza dire di altri stati che si connotano con un sistema su rotaie più efficienti anche se meno appariscente). Sul resto, possiamo dire che l'immaginario è peggiorato per i residenti ma anche per chi conosce la Storia, quella vera. Punto di non ritorno ma noi restiamo qui, tra cinema (lo dico con orgoglio: il mio film sulla terra dei fuochi parla per le vittime, tra le quali ho rischiato di finire anch'io e i controlli sanitari li faccio ancora privatamente, per rispetto dei protocolli e a cui, ogni volta, devo chiedere scusa. Io spero faccia altrettanto chi la città l'ha venduta tempo fa.