Mentre voi con la notizia vi svegliate, io con la notizia vado a (forse) dormire
Martedì 5 novembre, giorno delle elezioni statunitensi: diario di una giornata e di uno shock per cui mi rimangono solo poche frasi soggetto verbo complemento
Martedì 5 novembre, 5:22
Chissà se un ipotetico Antonello Venditti americano avrebbe composto una ballata sulla notte prima delle elezioni. Data la vastità e la diversità di questo paese, esistono poche esperienze, in realtà, che accomunano tutte le persone a un certo punto della loro vita. Succede più spesso a noi nella nostra piccola Italia.
Mi sono addormentata intorno all’una stanotte, dopo essere intervenuta durante la rassegna stampa di Cusano News 7 condotta da Flavio M. Tassotti. Erano le 23:30 per me, ed ero esausta dopo il lavoro della vigilia, ma è stata una bellissima opportunità di cui sono molto grata. Qui il video integrale:
Nonostante l’enorme stanchezza, l’adrenalina mi ha svegliato prima dell’alba. Riuscirò a riaddormentarmi per un’altra oretta, ma dormire sembra quasi una perdita di tempo visto quanto sta accadendo là fuori.
7:45
Le chat di gruppo stanno già impazzendo, che raccolgano amiche e amici americanə o italianə.
“I’m already having a crisis lmao”, scrive un’amica da Chicago (traduzione per i miei genitori: “sono già in crisi ahah”). Poi aggiunge un secondo messaggio: “[nome di un’altra amica] viene da me stasera e so già che berremo tantissimo vino”.
Ieri sera (prima mattina in Italia), Flavio di Cusano News 7 ha giustamente rimarcato come la sera delle elezioni negli Stati Uniti sembra essere un po’ l’equivalente di quella che è (o meglio: era!) per noi la partita dell’Italia ai Mondiali. In un certo senso è vero: il watch party la sera delle elezioni è un classico dell’esperienza americana in una maniera che noi italianə non conosciamo quando si tratta di politica. Sicuramente è un classico negli strati demografici che frequento io: persone istruite, residenti in zone urbane, di orientamento democratico. Ci saranno anche tantissimə americanə che questa sera andranno a dormire senza neanche accendere la televisione.
Ma l’osservazione di Flavio mi ricorda una cosa alla quale rifletto da tempo: negli Stati Uniti la politica ha un ruolo molto più centrale nella vita delle persone di quanto accada in Italia. Tra amiche e amici è un argomento di conversazione molto più presente e molto più frequente.
9:30
Gli americani sono persone emotivamente riservate. Non che ci sia niente di particolare da fare o manifestare o una maniera particolare di comportarsi la mattina di un’elezione, diverse ore prima di qualsiasi indicazione sul suo esito. Però, appunto perché la politica è così tanto più centrale nella vita e nei gesti quotidiani delle persone americane, fa strano uscire di casa e vedere che intorno a te non sta accadendo nulla — quando dietro le quinte sta accadendo tutto.
Dietro le quinte non è solo nei seggi, ma anche, sicuramente, nelle teste e nei cuori delle persone che — in maniera tipicamente americana — si comportano in pubblico come se nulla fosse, facendoti quasi sentire stupida perché a te, invece, te ne frega così tanto. In realtà, queste persone sono ben coscienti della gravità (nel senso etimologico di gravitas: il peso, l’importanza) di quanto sta accadendo. Lo sentono forte. Ma rimane dentro di loro.
10:00
Ricevo un’email dalla responsabile della comunicazione per la divisione elettorale della Contea di Boulder, con la quale avevo parlato ieri per assicurarmi di poter intervistare persone, scattare foto e registrare video fuori dal seggio — sia mai che faccia qualcosa di sbagliato in un paese dove le regole esistono e si rispettano, da non cittadina poi! Mi chiede gentilmente, senza ulteriori spiegazioni, di recarmi in un seggio diverso quest’oggi: mi consiglia la Boulder Public Library, la libreria pubblica cittadina. Mi metto al volante e in dieci minuti sono lì.
All’uscita dal seggio incontro Ingrid, 68 anni. Vi lascio il video intero in inglese, riportando alcuni commenti chiave in italiano.
“Sono molto, molto ansiosa”, esordisce. “Se Donald Trump vince, la pagheremo cara per molto tempo”. Tra i motivi per cui una vittoria di Donald Trump sarebbe un prezzo molto alto da pagare, Ingrid cita l’economia e i diritti delle donne, della comunità LGBT e “di chiunque non sia nel mondo di Donald Trump: uomini bianchi e benestanti”.
14:30
A Boulder è difficilissimo trovare persone che votano per Trump — o perlomeno che ammettono di farlo. Per fortuna, diciamo in tanti, ma in un giorno come questo mi piacerebbe molto poter comunicare anche con chi ha abboccato all’amo del progetto di rendere l’America grande di nuovo. Un amico mi consiglia di provare al Walmart di Broomfield, un sobborgo a metà tra Boulder e Denver. A Broomfield sono ancora molto lontana dalle zone rurali del Colorado di orientamento repubblicano, ma il punto non è tanto il luogo, quanto l’esercizio commerciale e il profilo demografico medio di chi lo frequenta.
C’è infatti una sovrapposizione fra il segmento della popolazione al cuore del successo di Walmart, l’azienda più grande al mondo per fatturato, e l’elettorato di Trump: persone bianche, con un reddito basso, residenti in zone rurali.
Ma Broomfield si trova comunque in una zona del paese, e degli Stati Uniti, dove questa sovrapposizione non è così pronunciata. Tranne un paio di uomini, tutte le altre persone con cui parlo sostengono Kamala Harris.
Quel che mi colpisce, però, è quante volte mi sento dire che non è stata una scelta facile, e che entrambə lə candidatə hanno presentato punti importanti nei loro programmi. Così Eva, il pomeriggio della vigilia nel campus di CU Boulder. Così Martin, 23 anni, con cui ho parlato mentre usciva da Walmart (e che non ha voluto che gli facessi una foto).
“Mi piacevano entrambe le opzioni, per quanto si possa dire”, mi ha detto Martin. “Alla fine mi sono trovato più d’accordo con Harris, però non penso che se Trump fosse eletto la situazione sarebbe così grave come la gente pensa. Il mondo non finirà. Non sarei contento, ma neanche deluso”.
“Cosa ti ha fatto scegliere Harris?”, gli chiedo.
“Il comportamento di Donald Trump”, ha risposto Martin. “Non è quello che ti aspetti da una persona che ricopre una carica ufficiale”.
È proprio così — il problema è che ormai del comportamento di Donald Trump non si accorge più nessuno e non scandalizza più nessuno, come dimostra proprio il fatto che per tante persone l’alternativa tra Harris e Trump è del tutto valida, e devono addirittura pensare a quale dei due scegliere nonostante tutto ciò che Trump fa, dice e rappresenta.
E nota bene: Trump è l’unico politico americano a cui è concesso di esistere al di sopra della decenza. L’unico per cui il decoro, le convenzioni e le buone maniere hanno completamente perso rilevanza e sono prive di conseguenza.
Reicel è immigrato negli Stati Uniti da Cuba sei mesi fa, grazie a un’iniziativa dell’amministrazione Biden che ha favorito la riunificazione di persone straniere provenienti dall’America Latina con parenti già residenti negli Stati Uniti.
È grazie a Joe Biden che Reicel è negli Stati Uniti e può lavorare da Walmart guadagnando uno stipendio in dollari americani, che per quanto basso è comunque sufficiente per aiutare la famiglia rimasta a Cuba.
Ma ora che Reicel è da questa parte del confine, mi spiega, le politiche sull’immigrazione della Casa Bianca non gli interessano più. “Ho una buona opinione di Trump”, mi dice. “Io sono già qui, quindi ora la questione di entrare non mi importa — voglio solo che a entrare negli Stati Uniti siano persone buone e oneste, e io sono d’accordo con quello che Trump dice sulle persone che vengono qui con l’intenzione di rubare, stuprare, ammazzare. Non sono preoccupato di eventuali deportazioni, perché sono una persona onesta”.
Reicel mi parla in spagnolo con un forte accento cubano. Non ho mai studiato lo spagnolo, ma grazie all’italiano madrelingua, alla conoscenza di francese e portoghese e in generale al mio background linguistico, riesco a carpire le informazioni più importanti. In una specie ridicola di spagnolo italianeggiante, con il poco che so di grammatica spagnola metto insieme domande più o meno sensate e lui, miracolosamente, mi capisce.
“Trump si è preoccupato molto della parte economica di questo paese”, prosegue Reicel. Essendo appena arrivato non ha diritto di voto negli Stati Uniti, ma si è fatto già la sua opinione su quale presidente può aiutarlo di più ad avvicinarsi al sogno americano. Da un punto di vista economico, questo presidente è Trump. “Tutto quello che guadagno va in affitto e cibo. Ma anche se non ero qui, ho sentito che quando c’era Trump non era così”.
Yisselle ha 20 anni e in queste elezioni ha votato per la prima volta in assoluto.
“Mi vuoi dire per chi hai votato?”, le chiedo.
“Hmmm, come si chiama quella…?”, Yisselle chiede al cugino che la accompagna.
“Jill Stein?”, provo a ipotizzare, riferendomi alla candidata di terzo partito di cui Elide Pantoli e io abbiamo parlato nell’ultimo episodio di Americanate. Yisselle ha usato il pronome femminile her (“what’s her name?”), quindi non può essere Trump, ma ritengo impossibile che non si ricordi il nome di Harris.
E invece è proprio così.
“Oh, sì, Kamala Harris! Credo che cambierebbe tante cose. E soprattutto non è razzista. La mia famiglia è senza documenti (undocumented, in inglese: sono persone immigrate irregolarmente e rimaste sul suolo americano senza permesso di soggiorno). Quindi [con Trump] perderei tutta la mia famiglia, anche mia madre e mio padre”.
Jeff ha 58 anni, fa l’idraulico e voterebbe per Trump… se votasse. Ma non l’ha fatto quest’anno, nel 2020, nel 2016 e in tante elezioni precedenti.
“Non c’è nulla in ballo per me. Sono entrambi dei pagliacci. E in Colorado non importa per chi voti”, mi dice Jeff, riferendosi al fatto che le regole del collegio elettorale prevedono che lə candidatə con il maggior numero di voti vinca lo stato intero, e negli ultimi anni il Colorado è sempre andato ai democratici.
“Se votassi, per me sarebbe Trump, perché controlla i confini. E ci sono già troppi terroristi in questo paese”, sostiene Jeff. Gli dico che, prevedibilmente visto l’orientamento politico di questa zona, lui è il primo cittadino americano che incontro che voterebbe per Trump. “Devi venire dove lavoro io, lì a tutti piace Trump”, risponde ridendo.
Pochi minuti dopo scambio due chiacchiere con Pat, una signora di 73 anni che mi rivela con orgoglio di avere un trisavolo italiano. Le dico che l’unica persona che ho incontrato in zona che voterebbe per Trump (Jeff, escludendo Reicel che non ha il diritto di voto) non ha comunque votato.
“Per fortuna”, dice Pat, alzando gli occhi al cielo.
15:30
Mi rimetto in macchina di rientro a Boulder. Ieri sulle montagne si è depositata una leggera coltre di neve. La foto non rende, ma quando arrivi a questo particolare punto della highway il panorama che si apre agli occhi è mozzafiato. Chissà cosa pensano lə americanə al volante delle auto che mi sorpassano, se ci pensano, e come me non vedono l’ora di tornare a casa e accendere la televisione in attesa dei risultati.
17:00
Sulla costa orientale, dove sono le 19, i seggi stanno chiudendo. Le chat di gruppo iniziano ad animarsi, gli animi a rivelare il loro stato precario di tensione, ansia, attesa trepidante.
“Guys I’m gonna be fucking sick”, scrive un’amica — traducibile più o meno come “ragazzə mi sento di merda”.
19:00
È arrivata la pizza. Bella grande e americana come è obbligatorio fare questa sera. Come articola brillantemente un meme che circola in questi giorni su internet: questa settimana le calorie non contano.
20:00
Il New York Times ha pubblicato il suo famoso “needle”, l’ago della bilancia che si sposta durante la serata verso l’unə o l’altrə candidatə utilizzando il modello statistico che il quotidiano utilizza per prevedere il risultato delle elezioni.
Pochi minuti dopo le 20 ora del Colorado (le 22 sulla costa orientale), l’ago oscilla verso Trump, stimando la probabilità di vittoria al 75%.
Il candidato repubblicano è in vantaggio in Georgia, sembra che sarà in vantaggio in North Carolina e il New York Times stima un leggero vantaggio anche in Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. Questi sono tutti swing states, i cosiddetti stati in bilico che decideranno l’esito delle elezioni.
20:15
La CNN annuncia la vittoria di Kamala Harris in Colorado. Non è una sorpresa per noi, e a questo punto neanche per voi che leggete. Si festeggiano solo le buone notizie che davvero sono notizie.
20:47
Le stime continuano a favorire Trump più o meno ovunque. L’umore è a terra. Siamo in quattro a seguire lo spoglio nel nostro appartamento: io italiana, il mio ragazzo della Virginia (che nelle ultime quattro elezioni, dal 2008 al 2020, è sempre andata ai democratici; sembra che lo farà anche stasera, ma il margine è più stretto del solito), un’amica della California (vinta facilmente da Harris), un vicino di casa della Pennsylvania, che come sapete sarà probabilmente lo stato decisivo.
“Se solo fossi ancora registrato per votare lì e non qui [in Colorado]”, sospira.
Fuori nevica. Da che vivo in Colorado, in questo periodo dell’anno non era mai successo.
21:08
È da una mezz’oretta circa che lo shock per quello che sta accadendo mi ha paralizzato. Esisto, semplicemente, senza pensare.
Se cerco di essere presente a me stessa, però, sento la rabbia che inizia a salire, il terrore per quello che ci aspetta nei prossimi quattro anni. La mente torna al quadriennio 2016-2020, ai titoli dei giornali che ogni giorno annunciavano un qualche ordine esecutivo draconico, le più svariate restrizione dei diritti, l’ennesimo episodio di violenza scatenata direttamente dalle azioni del despota eletto alla Casa Bianca. Il pensiero di altri quattro anni così prosciuga qualsiasi energia.
Penso a cosa scriverò qui, su questa newsletter, per cercare di dare un senso a ciò che è accaduto. Al momento non sento di avere ancora né la forza, né le parole per farlo.
Scrivo frasi semplici, soggetto verbo complemento, usando aggettivi basilari per descrivere emozioni primitive che ancora non riesco a comprendere.
23:50
Il collegamento con Cusano News 7 è appena terminato. La vittoria di Donald Trump non è ancora ufficiale, ma manca molto poco. Fox News l’ha già annunciata:
C’è tanto, tantissimo da scrivere, e lo faremo, e lo farò. La verità è che davvero questa corsa poteva concludersi nell’uno o nell’altro modo — ma nella totale incertezza sull’esito, non ti rendi conto finché non succede di cosa vuole veramente dire se quel particolare 50% di probabilità diventa realtà.
Vi chiedo di lasciarmi qualche ora, forse anche qualche giorno, per un commento più approfondito che non si limiti a frasi soggetto verbo complemento.
Nel frattempo vi rimando al podcast Americanate che conduco insieme a Elide Pantoli: l’episodio post-elettorale dovrebbe uscire giovedì.
00:07, mercoledì 6 novembre
CNN chiama lo stato decisivo della Pennsylvania: ha vinto Trump. Il 5 novembre è appena finito. E così è finita anche l’elezione presidenziale del 2024.









