Anche una donna qui

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L'Ordine nel disordine

La stampa tradizionale italiana non sembra essere in grado di offrire giornalismo di qualità. Un'analisi seguita da una breve intervista al presidente dell'Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli

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Enrica Nicoli Aldini
nov 19, 2025
∙ A pagamento

English translation via Google

Novità! Ho deciso di sperimentare con la registrazione audio dell’articolo, per chi preferisse l’ascolto alla lettura. Ogni feedback sulla qualità è il benvenuto.

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Nel pomeriggio del 12 settembre scorso, i due maggiori quotidiani italiani per diffusione hanno annunciato l’identità dell’assassino dell’attivista conservatore statunitense Charlie Kirk. Notifiche push hanno iniziato a rimbalzare di cellulare in cellulare, rimandando a titoli in prima pagina corredati di affermazioni tra virgolette che avevano tutta l’aria di provenire testualmente dalla conferenza stampa di una qualche autorità giudiziaria in Utah, scenario degli eventi.

La notifica di Repubblica, addirittura, attribuiva l’affermazione riportata a un plurale “media”, implicando una citazione diretta da fonti di notizie locali.

Quando ho aperto le app dei due maggiori quotidiani statunitensi per diffusione, però, di questa notizia non c’era traccia, così come non ne era pervenuta notifica. L’assassinio di Kirk occupava buona parte della pagina, ma dell’assassino ancora non erano riportati dettagli. Peraltro, non era neanche ancora avvenuta la conferenza stampa in cui il governatore dello Utah avrebbe divulgato l’identità del killer ufficialmente per la prima volta in assoluto.

Per sicurezza ho dato un’occhiata anche a Le Monde, a cui spesso mi affido come elemento di controllo per i miei esperimenti di disamina delle differenze tra Italia e Stati Uniti nel fare cronaca: silenzio assoluto anche dalle redazioni d’Oltralpe.

Com’è possibile, se i quotidiani italiani invece erano già in grado di fornire nome, cognome, età, città e stato di residenza, occupazione, colore della pelle, luogo dell’arresto, il tutto confezionato tra virgolette con la certezza di chi cita fonti primarie e ufficiali? Sarà forse che le redazioni di Corriere della Sera e Repubblica sono così agili e scaltre da battere la stampa autoctona sul tempo, raccogliendo lo scoop prima di New York Times e Washington Post?

Niente di tutto ciò; il contrario, piuttosto. La stampa tradizionale italiana1 è così poco agile e scaltra che, evidentemente, ha pubblicato la notizia prima che scadesse il cosiddetto embargo. Non so in Italia, ma negli Stati Uniti è molto comune che una fonte primaria (istituzione, autorità giudiziaria, ecc.) trasmetta a quotidiani e agenzie dei comunicati stampa su cui vige un embargo: significa che la notizia in questione non può essere pubblicata prima della data e dell’ora specificate a caratteri cubitali sul comunicato stampa. Nel frattempo, le testate possono mettersi avanti sulla scrittura degli articoli, per poi pubblicarli una volta scaduto l’embargo (all’inizio di una conferenza stampa, per esempio). Violare un embargo è un faux pas giornalistico grossolano e imbarazzante. Significa che non conosci l’abc del tuo mestiere, o che per qualche arrogante motivo ti senti in diritto di ignorarlo.

Ammetto di non poter dire con assoluta certezza che Corriere e Repubblica hanno effettivamente violato l’embargo sulla notizia dell’arresto dell’assassino di Kirk; ma, conoscendo per esperienza diretta le modalità del giornalismo statunitense, è un’inferenza piuttosto ovvia. Non c’è altro modo di spiegare il fatto che la notizia sia uscita in Italia non solo un’ora prima degli Stati Uniti, ma addirittura prima che la conferenza stampa in Utah avesse luogo! I virgolettati di titoli e notifiche, ovviamente, sono stati tutti inventati sulla base del contenuto del comunicato stampa; nessuna citazione di istituzione o autorità giudiziaria, che non aveva ancora aperto bocca in via ufficiale, o dei vaghi “media” di Repubblica, che erano ancora in fase di embargo.


Dei virgolettati inventati ho scritto a lungo quando ancora non mi leggeva praticamente nessuno. Non mi sto a ripetere, ma il titolo parla da solo:

Virgolettati inventati: la pratica più inquietante del giornalismo italiano

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Enrica Nicoli Aldini
·
April 15, 2024
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Nulla di cui stupirsi. Un comportamento simile si osserva anche in occasione delle quinquennali elezioni presidenziali in Francia. Il Ministère de l’Intérieur è rigidissimo sul silenzio stampa prima delle 20 della domenica elettorale, quando vengono annunciati i primi risultati; in ossequio a questa prassi giusta e necessaria2, la stampa statunitense, britannica, tedesca, ecc. rispetta lo stesso silenzio stampa, anche se spesso, per vie traverse, qualche indicazione sull’andamento del voto si può recuperare. La stampa tradizionale italiana, invece, già nel tardo pomeriggio inizia a pubblicare titoloni sulla presunta nuova (p)residente dell’Eliseo sulla base di indiscrezioni provenienti dal Belgio. L’ho visto con i miei occhi nel 2017, quando coprivo le presidenziali francesi per Google News (la cui notifica ho inviato solo dopo le 20 di Parigi, come si fa quando si ha un minimo di decenza giornalistica e rispetto per i soggetti interessati dall’impatto di una notizia).

“MA VA BENE”

La superficialità, la disattenzione, l’approssimazione sono il non-metodo con cui troppo spesso la stampa italiana tradizionale fa cronaca e pubblica notizie. Dall’approssimazione della produzione deriva un enorme problema di qualità del prodotto, che è tristemente e tragicamente scarsa.

Non c’è rigore, non c’è disciplina. Non c’è precisione né cura per i dettagli. Ne esce un’informazione mediocre, sciatta e scialba, debole e ininfluente. Ne esce anche un’informazione che poiché sa di essere mediocre, non può fare altro che moltiplicare la mediocrità all’infinito, come in una profezia che si autoavvera. Ne sono esempio gli articoli scopiazzati da testate straniere percepite come più autorevoli (le suddette statunitensi in testa), per cui a fare notizia è la notizia stessa, anche se non pertinente al pubblico italiano — e si preferisce che la giornalista a cui viene dato il compito di riportarla passi il suo tempo chiusa in redazione a scorrere pannelli del browser, invece che là fuori alla ricerca di storie originali di vita vera del nostro Paese.3 O, appunto, le notizie dei Paesi altrui raccontate traducendo pari pari gli articoli delle testate straniere, perché a quanto pare i caporedattori ignorano che si tratta di plagio ed è perseguibile per legge.

Da questo punto di vista, la stampa italiana tradizionale è mediocre perché non ritiene di poter essere più di quello. In Italia abbiamo il vizio di sentirci formichine insignificanti, quindi New York avrà sempre la precedenza, sulla pagina, rispetto a Novi Ligure; e se crediamo che il New York Times farà sempre giornalismo migliore del nostro non ci proveremo mai, a creare e applicare un metodo di fare informazione fondato sullo stesso calibro di rigore, disciplina, ordine e attenzione.

Questo screenshot da Repubblica è ricco di esempi della bassa qualità di cui è capace l’informazione tradizionale italiana:

  1. L’appiattimento della profondità in una sintesi grossolana: “Vince la Gen Z, perdono i miliardari”. Sì, è possibile restituire la profondità di un evento anche nello spazio ridotto di un titolo; no, questo titolo non ci è riuscito (d’altra parte, in Italia il giornalismo tradizionale è raramente sinonimo di buona scrittura).

  2. Il clickbait che annienta qualsiasi parvenza di serietà, onestà e affidabilità fosse rimasta alla testata: “Perché non potrà mai diventare presidente”. La risposta è semplice: Mamdani non è nato negli Stati Uniti, conditio sine qua non. Nulla di trascendentale, nessun intrigo. Eh, ma i click: no, se hai dignità non giochi con la serietà di una notizia (e l’intelligenza di chi legge). La scarsa qualità dell’informazione italiana non nasce nell’era dei clickbait; semmai, l’ossessione per il “traffico” l’ha portata all’eccesso.

  3. Il linguaggio pagliaccesco: “Donald”, “pro-Pal”. Ce l’abbiamo solo noi, questo vizio di banalizzare la gravità di un’entità umana o astratta coniando nomignoli. “The Donald” ricorda Paperino; “pro-Pal” riduce il movimento anti-genocidio e anti-occupazione a una frangia di estremiste. Chiamare le cose con il proprio nome, solenne, severo, costa troppa fatica: significherebbe aspirare alla profondità, che è lontana, e si raggiunge solo con metodo.

  4. La mancanza di pertinenza nell’inquadratura della notizia: Rama Duwaji, moglie di Mamdani, al centro della cronaca sul neosindaco di New York; la stampa italiana letteralmente ossessionata da una figura che invece sulle testate statunitensi ha fatto appena capolino. Un po’ come quando nel 2024 i giornali di casa nostra insistevano che “il sogno del Partito Democratico” sarebbe stato candidare Michelle Obama alle presidenziali, quando l’idea non si era mai palesata e lei stessa l’aveva sempre rifiutata con forza. Mi immagino il caporedattore che dispone di trovare tante informazioni sulla moglie “che al nostro pubblico piace”. Nelle redazioni dove vige il rigore giornalistico anglosassone, si chiama lack of news judgment.

In tutto questo disordine, l’Italia è uno dei pochi, se non l’unico Paese al mondo dove esiste un Ordine dei giornalisti. Compito dell’OdG è vigilare sulla qualità dell’informazione e tutelare professionalmente chi risponde alla definizione di “giornalista” creata dall’Ordine stesso e supera le prove necessarie per attestarlo.

Del motivo per cui tanti altri Paesi, in primis gli Stati Uniti, hanno storicamente resistito l’idea di organizzare la professione giornalistica tramite Ordine parleremo in futuro in un’uscita dedicata; è già da tempo che ne ho intenzione. Il dibattito concerne la libertà di stampa, per cui recintare l’esercizio dell’informazione, come sopra, è una pratica potenzialmente rischiosa. La sottoscritta, ad esempio, non è in possesso dei requisiti necessari per iscriversi all’Ordine italiano: questo mi rende meno giornalista di chi viola gli embarghi sulle notizie ma lo fa con il tesserino in mano?

E cosa dire del controllo dello Stato sulla stampa? L’OdG italiano è nato in epoca fascista, per permettere a Benito Mussolini di decidere chi e come potesse fare informazione. L’OdG odierno non ha nulla a che vedere con quello fascista ma, in generale, il concetto di Ordine applicato al giornalismo è molto controverso.

A questa necessaria premessa segue una domanda: se in Italia l’Ordine c’è, perché non interviene sulla scarsa qualità dell’informazione, la mancanza di metodo, la sciatteria generalizzata di tante testate nostrane, non solo in reazione a casi isolati di violazione del codice deontologico, ma per mettere proattivamente ordine nel disordine? È giusto aspettarsi che l’OdG assolva un compito del genere?

L’ho chiesto direttamente all’attuale presidente, Carlo Bartoli, che molto cordialmente si è preso il tempo di rispondere in formato audio (ringrazio Marta Mulè per l’aggancio iniziale con l’OdG e Stefano Petrella per la mediazione con il presidente). Di seguito riporto le tre brevi domande e risposte, leggibili in chiaro dalle persone che hanno sottoscritto un abbonamento ad Anche una donna qui (vi anticipo già che la prossima settimana, in occasione della festa statunitense del Ringraziamento, lancerò una nuova offerta!). Per chi non ha l’abbonamento e lo desiderasse, è possibile riscattare una prova di lettura gratuita.

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