La vita sotto il regime
Chissà se lə nostrə nipotə ci chiederanno come si viveva sotto la dittatura Trump, come io chiedevo ai miei nonni come si viveva durante il fascismo
Quando i miei nonni erano ancora in vita, e io adulta abbastanza per intuire quale straordinaria testimonianza potevano offrire due1 persone nate nel fascismo che non conobbero democrazia in Italia prima dei vent’anni, chiedevo loro spesso cosa si provava a vivere allora.
“Nonna, ma voi vi rendevate conto che stavate vivendo sotto una dittatura?”
Non ricordo di aver mai ricevuto una risposta nettamente affermativa o negativa. “Mah, sai…”, esordivano, per poi lanciarsi nei racconti dei bizzarri usi e costumi a cui erano costretti a uniformarsi crescendo nel fascismo (preciso che nessuno dei miei antenati si riconosceva nell’ideologia fascista).
Mia nonna, ad esempio, ricordava i sabati pomeriggio in formazione paramilitare con altre ragazzine al Littoriale di Bologna (ora Stadio Dall’Ara), o il diciottesimo compleanno, il 16 aprile del 1945, in bicicletta dietro ai carri armati alleati che liberavano la città. Che brutte robe, diceva scuotendo la testa.
Per i miei nonni, la vita sotto la dittatura fascista ha preceduto la definizione che ne ha dato la storia. Nella loro esperienza, non era particolarmente pertinente ricostruire da fuori se e come si fossero accortə di esistere dentro a un regime totalitario. L’esperienza era, appunto, totale e totalizzante, interna e intima. Molto più rilevante perciò era ciò che avevano direttamente vissuto, prima di successive razionalizzazioni.
Nel pomeriggio di venerdì scorso, mentre assistevo sbigottita al bullismo che Donald Trump e JD Vance hanno scatenato nei confronti di Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale della Casa Bianca, mi sono chiesta se anche a me, residente negli Stati Uniti nell’anno domini 2025, verrà domandato un giorno cosa si provava a vivere allora. Ci rendevamo conto che intorno a noi stava prendendo piede una dittatura?
Diversamente dalla generazione dei miei nonni, per noi la definizione che la storia ha dato di dittatura fascista precede la realtà di cui facciamo esperienza.
Se vuoi approfondire il significato dell’incontro/scontro tra Trump e Zelensky, in questo articolo trovi le opinioni di Redazione Jefferson a cui ha contribuito anche la sottoscritta:
Non è questione di pessimismo o esagerazione o teorie del complotto, con buona pace di quel famoso giornalista che lə italianə hanno investito del compito di “spiegare l’America” da una scrivania a Milano, e che continua a evocare i famosi “pesi e contrappesi” del sistema statunitense con la fiducia di chi in America non ha vissuto neanche un secondo. È semplicemente questione di osservare quanto sta accadendo con il senno della definizione che abbiamo dato di ciò che per i nostri nonni era esistenza.
Non sappiamo come andrà a finire, ma il significato degli eventi è inequivocabile e sì, assolutamente, ce ne stiamo rendendo conto. Spesso, leggendo le notizie di questi giorni, mi risuonano in testa le tipiche formulazioni asettiche da libro scolastico di storia italiana del Novecento, adattate ai tempi che corrono:
Nel 1925 2025 il governo Mussolini l’amministrazione Trump dispose che la pubblicazione di giornali o periodici non potesse aver luogo fino a quando non fosse intervenuto il provvedimento del procuratore generale che ne riconoscesse il responsabile2 il gruppo di giornalisti che segue il Presidente Trump sarà selezionato dall’ufficio stampa della Casa Bianca.
Il re Vittorio Emanuele III preferì Deputati e senatori repubblicani preferirono non contraddire Mussolini Trump quando accusò l’omologo ucraino Zelensky di essere un dittatore.
Con il regio decreto di luglio 1925 l’ordine esecutivo di febbraio 2025 Mussolini Trump introdusse i dazi sulle importazioni di frumento a Canada e Messico.
A proposito di selezione della stampa favorevole al regime. In questo screenshot dell’articolo di Fox News sull’imminente imposizione di dazi a Canada e Messico, ho evidenziato in rosso i due box che mostrano l’andamento dei mercati. A sinistra, quello che Fox ha scelto di mostrare in televisione durante il servizio sui dazi, con il Dow Jones in crescita (evidentemente prima che reagisse alla notizia). A destra, invece, sulla pagina del sito, il vero andamento dei mercati: tragicamente in rosso, con valori notevolmente in calo. A tante persone sintonizzate su Fox, però, rimarrà solo l’immagine del mercato in verde in tandem con l’annuncio dei dazi.
Vuoi non chiamarla dittatura per via dei famosi pesi e contrappesi — checks and balances, il principio alla base della democrazia americana che sancisce l’indipendenza dei poteri esecutivo, legislativo e giuridico — per cui il potere giuridico è ancora in grado di arginare il potere esecutivo che Trump esercita aggirando il potere legislativo del Congresso? Benissimo, aspettiamo a chiamarla dittatura finché non scopriremo che le elezioni di medio termine di novembre 20263 sono rimandate a data da destinarsi. Ma non si può osservare la realtà in cui viviamo senza identificare l’attuale governo statunitense con un regime autoritario.
Donald Trump è un bullo. La cifra del bullismo non è solo la violenza — o fai come dico io, oppure ti faccio del male — ma anche la manipolazione psicologica: io ti umilio, e tu mi devi ringraziare per la mia magnanimità. Io ti manco di rispetto, e se tu opponi resistenza, sei tu a mancare di rispetto a me.
Il bullismo tiene in scacco. Quando alla guida di un governo siede un bullo che tiene in scacco, siamo in presenza di un regime autoritario, non importa se sulla carta si fa chiamare democrazia.
Le azioni del presidente degli Stati Uniti sono di stampo dittatoriale in maniera così tautologica che spesso mi chiedo come sia possibile commentarle in maniera più profonda (o superficiale) di così. Cosa si può aggiungere di nuovo? Cosa si può dire di originale, che ancora non è stato detto, di un capo di stato che seleziona le testate giornalistiche autorizzate a scrivere di lui? Dobbiamo ancora spiegare il significato della soppressione della libertà di stampa? Non lo abbiamo già fatto così tante volte che si spiega da solo?
In queste settimane, pensando a cosa posso scrivere di Trump e di come ci sentiamo in questa parte del mondo su cui ha preso pieno potere, faccio esperienza di quella paura che chiunque scriva conosce intimamente, che Silvia Grasso ha così articolato nella sua ultima newsletter:
Avete mai la sensazione di non avere più niente di interessante da dire? È una delle paure più frequenti tra chi con le parole ci lavora, ma è anche il rischio più concreto che corriamo in questi tempi confusi, dove la realtà sembra essere abilmente manipolata e capovolta.
La speranza della destra dittatoriale è proprio che manipolazione e capovolgimento della realtà siano così cristallini e da manuale di storia da toglierci il fiato, da farci sembrare superfluo ripetere ciò che abbiamo già letto e studiato e detto innumerevoli volte.
Non possiamo correre questo rischio. La domanda è aperta, pressante e urgente su come possiamo innovare in maniera incisiva il racconto di contenuti già scritti.
Intanto vi lascio il mio ultimo articolo per Jefferson - Lettere sull'America, parte di un più ampio carteggio di cinque analisi sui democratici all’opposizione. Buona lettura!
Propositi per il futuro 🖋️🇺🇸
Vorrei iniziare a pubblicare almeno una volta al mese reportage direttamente dalla strada, per portarvi la voce delle persone statunitensi in maniera più diretta e immediata. Dopo qualche esperimento iniziale, se dovesse funzionare, questo tipo di contenuti sarebbe riservato solo a chi ha sottoscritto un abbonamento a pagamento (o sostenuto il mio lavoro tramite Ko-Fi) per permettermi di finanziare questi reportage. L’intenzione di lungo termine è questa; restano da vedere i tempi di esecuzione.
Nel frattempo, se ti trovi su queste pagine per la prima volta, ti invito a iscriverti gratuitamente oppure con un piccolo contributo per sostenere le mie analisi sugli Stati Uniti direttamente dagli Stati Uniti. Grazie!
Visto che leggono anche i miei genitori, preciso che penso in particolare ai nonni materni, visto che il nonno paterno (1912) è morto che avevo appena otto anni, troppo piccola per chiedergli di parlarmi del fascismo, e la nonna paterna (1921) ha ceduto la memoria alla demenza senile prima che mi venisse la curiosità di fare queste domande.
Art. 2 legge del 31 dicembre 1925, una delle cosiddette fascistissime, il cui art. 7 decreta l’istituzione dell’Ordine dei giornalisti. Come ho già scritto in passato, nutro scetticismo nei confronti di questo organo, perché non ritengo sano controllare l’accesso alla professione giornalistica nelle modalità stabilite dall’OdG. Le origini fasciste dell’Ordine dovrebbero farci riflettere.
Che strano poter prevedere con esattezza (almeno per il momento) il calendario delle elezioni! Ogni riferimento al guazzabuglio italiano è puramente casuale.






Prevedo che gli stranieri non allineati verranno invitati a lasciare gli USA. E dubito che le elezioni di mid term ribaltino le presidenziali, è un rischio che Trump non può correre. Bisogna vedere come farà.