Gli Stati Uniti che non ti immagini
Edizione speciale per la festività di Thanksgiving, con un piccolo annuncio
Domani negli Stati Uniti è la festa del Ringraziamento, quella del tacchino, quella che Philip Roth in Pastorale americana (Premio Pulitzer nel 1998) identifica correttamente come il singolo momento dell’anno in cui tutte le persone americane sono finalmente unite perché metaforicamente riunite intorno alla stessa tavola, per mangiare lo stesso pasto, per mormorare le stesse espressioni di gratitudine, senza bisogno di condividere la stessa religione o un minimo comune denominatore che non sia il semplice “siamo persone negli Stati Uniti”.
La mia copia di Pastorale americana in edizione Einaudi è a casa a Bologna, ma dovrei aver recuperato online la tradizione ufficiale del passaggio in cui Roth riflette su come, in un Paese dall’enorme pluralità religiosa, solo un rito laico — “terreno sconsacrato” — può essere condiviso collettivamente:
Ed era solo una volta l’anno che si trovavano tutti insieme, e per giunta sul terreno neutrale e sconsacrato della festa del Ringraziamento, quando tutti mangiano le stesse cose e nessuno si allontana per andare a rimpinzarsi di nascosto di qualche cibo stravagante: né Kugel, né pesce gefilte, né insalata di rafano e lattuga romana, ma solo un tacchino colossale per duecentocinquanta milioni di persone1; un tacchino colossale che le sazia tutte.
Una moratoria sui cibi stravaganti e sulle curiose abitudini e sulle esclusività religiose, una moratoria sulla nostalgia trimillenaria degli ebrei, una moratoria su Cristo e la croce e la crocifissione per i cristiani, quando tutti, nel New Jersey come altrove, possono essere, quanto alla propria irrazionalità, più passivi che nel resto dell’anno. Una moratoria su ogni doglianza e su ogni risentimento, e non soltanto per i Dwyer e i Levov, ma per tutti coloro che, in America, diffidano uno dell’altro.
È la pastorale americana per eccellenza e dura ventiquattr’ore.2
Chi, come me, accompagna il pubblico italiano alla scoperta profonda degli Stati Uniti si guarda sempre bene dall’indugiare in generalizzazioni su una presunta “America”; non riflettono la realtà di un Paese composto da cinquanta altri Paesi, spesso geograficamente più vasti del nostro, la cui diversità sociale e culturale è irriducibile a un’illustrazione univoca. (In questo senso, emblematico il lavoro di La McMusa e Luciana Grosso con la loro newsletter States, da poco rilanciata per viaggiare di stato in stato durante le cinquanta settimane che ci separano dalle elezioni di medio termine di novembre 2026.)
Negli Stati Uniti c’è davvero pochissimo che il popolo fa tutto insieme. “Dopo cena” non è un riferimento temporale utile in senso assoluto, quando l’intero Paese comprende cinque fusi orari e chi beve il caffè mattutino in California fa compagnia a chi in Massachusetts già pensa al pranzo; in Italia sì: il margine di differenza individuale e regionale è minimo. La sera, quando fa buio, le luci sulla cartina dall’alto degli Stati Uniti non si spengono tutte a stretto giro come su quella italiana. Certe notti, quando il jet lag mi tiene sveglia a Bologna, penso a come in Italia sia ragionevole aspettarsi che in quel momento la stragrande maggioranza delle persone stia dormendo, insieme — non così negli Stati Uniti.
Ci sono solo (dal mio punto di vista) tre momenti all’anno in cui “insieme” acquisisce una pertinenza altrimenti inconsueta: il Ringraziamento, il 4 di luglio e il Super Bowl (la finale del campionato di football, a fine gennaio o inizio febbraio, che si guarda insieme ma non si tifa insieme: le squadre appartengono a città diverse nella stessa nazione; ma neanche le gioie e le sofferenze per una selezione sportiva nazionale sono condivise insieme: l’affiatamento per Team USA non è paragonabile a quello europeo e sudamericano).
Benché esista sempre chi non prende parte a questi momenti (come d’altra parte per tante persone italiane il 25 dicembre è un giorno come un altro), si tratta per davvero di riti collettivi e condivisi insieme.
Ricordo il primo di due Ringraziamenti che ho passato a Chicago, a casa della famiglia di un’amica. È una delle immagini di vita americana che custodisco con più affetto: dopo l’enorme pasto, una passeggiata per le strade del quartiere residenziale. Una casa monofamiliare dopo l’altra, da ogni finestra usciva luce, calore, presenza. Diverse generazioni di famiglie, nonni, genitori, bambini, tutte riunite attorno a un’enorme tavola imbandita, o sedute sul divano a chiacchierare, giocare, guardare un film. Una casa dopo l’altra, la stessa scena, insieme.
E le strade silenziose e vuote di volti e veicoli, come lo sono a Bologna nel dopo cena della vigilia o nel dopo pranzo del giorno di Natale (con quel minimo margine di differenza individuale o regionale). È una consuetudine che mi trasmette sempre tanto senso di casa e di calore: significa che anche se non ci conosciamo, anche se al semaforo ci insultiamo e al seggio mettiamo la croce su due simboli diversi, in quel preciso momento lì stiamo tuttə facendo la stessa cosa e vivendo la stessa esperienza, insieme.
È in questo che colgo il senso speciale del Ringraziamento negli Stati Uniti. Mai durante l’anno sento di far parte di una collettività statunitense come il quarto giovedì di novembre (il giorno sempre diverso in cui cade la festività).
Il rito collettivo rimane condiviso anche se è ormai dal 2016 — da quando Trump è diventato presidente per la prima volta — che in questo periodo dell’anno si riapre il dibattito giornalistico, televisivo e social su “come non lasciare che la politica ti mandi di traverso il ripieno del tacchino” o “come passare il Thanksgiving serenamente quando i tuoi zii sono repubblicani” o “le 10 migliori argomentazioni per convincere il nonno che Trump non sta migliorando l’economia”. Non ho dubbi che il terremoto politico dell’ultimo decennio abbia intaccato una piccola parte della pastorale americana. Il suo valore d’insieme, però, rimane immutato.
Il nuovo progetto di Anche una donna qui
Thanksgiving è domani, dicevo, anche se quando scrivo queste parole mancano ancora sei giorni. Tra poche ore ci imbarchiamo in aereo con destinazione Virginia dove vive la famiglia di James, a mezz’ora circa dalla capitale Washington, D.C., e dove ogni anno passiamo il Ringraziamento. Mi sono messa in ferie per tutta la settimana e lascerò a casa il computer. Questo articolo è stato scritto e programmato in anticipo per uscire al momento giusto.
Colgo l’occasione di questa festività statunitense per annunciare un progetto a cui sto pensando per il futuro: vorrei collezionare in un libro tutte le storie di vita vera americana che racconto sulle pagine di Anche una donna qui, e che suscitano sempre tanti commenti, reazioni e condivisioni da parte di chi legge perché sono storie che proprio non avreste potuto immaginare!
Ho compilato un indice di questi contenuti in una pagina dedicata:
a cui si può accedere dalla home page di Anche una donna qui su Substack:
Ho chiamato questa collezione di articoli Gli Stati Uniti che non ti immagini perché raccontano esperienze americane inedite per il pubblico italiano, difficili da cogliere e comprendere (e riferire ad altre persone) visitando gli Stati Uniti solo saltuariamente, senza sporcarsi le mani di vita vera, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Sono aspetti di vita americana che solo una persona che ha vissuto a lungo negli Stati Uniti può raccontare con dovizia di particolari, presentandone le prove e, spesso, le cicatrici.
Insieme alle interviste con persone americane la cui voce normalmente non arriva in Italia, i racconti di vita vera sono l’offerta di punta di Anche una donna qui: un contributo unico, originale e irripetibile al dibattito sugli Stati Uniti in Italia.
Per il momento ne ho scritti sei — di lungo formato! —, ma ne usciranno tanti altri. L’idea è quella di arrivare a un punto in cui posso auto-pubblicare un’antologia in forma di libro, passando per una fase di editing (Simona, se leggi sto pensando a te!) e impaginazione grafica professionale, sollecitando magari un’introduzione da altre scrittrici o scrittori che si occupano di Stati Uniti… tutta l’infrastruttura necessaria a fare dell’elemento di originalità di Anche una donna qui un’opera a se stante, non punto di arrivo ma di partenza per altre opere future.
L’ultima volta che ho intrapreso un progetto editoriale con obiettivo un libro ho finito per metterlo da parte (temporaneamente), dopo essermi resa conto che non era il momento giusto nel mio percorso (senza vergogna, solo onestà e consapevolezza). Quindi chissà — ma l’idea mi entusiasma e, con l’uscita odierna di Anche una donna qui, ne sancisco ufficialmente il debutto.
Offerta di abbonamento per il Ringraziamento
Nello spirito di gratitudine che accompagna questo momento dell’anno negli Stati Uniti, ne approfitto anche per lanciare una nuova offerta di abbonamento da qui a Natale, per ringraziare tutte le persone che leggono Anche una donna qui: grazie del vostro interesse, del vostro tempo dedicato al mio lungo formato, dei vostri commenti sempre articolati e profondi, della vostra calorosa presenza. È stato un anno di crescita spettacolare per queste pagine e ne sono felicissima: GRAZIE!
Da oggi, 26 novembre, fino al 25 dicembre (compreso) chi ha il desiderio e la possibilità può abbonarsi con uno sconto del 40%: 3€ al mese o 30€ all’anno.
Visto che Thanksgiving è anche tempo di generosità e donazioni a cause per la giustizia sociale, per ogni nuovo abbonamento annuale donerò 5 dollari (circa 4,50€) a un banco alimentare che assiste persone indigenti in un momento molto critico. Quindi: più persone che si abbonano, più cibo a chi non ne ha!
Spero che questa iniziativa dimostri che gli abbonamenti a questa pubblicazione non sono operazioni di marketing, ma l’offerta onesta di una persona che lavora con le parole e che, grazie al sostegno di chi le legge, può finanziare progetti sempre più ambiziosi per raccontare al pubblico italiano gli Stati Uniti che non si immagina. Inutile dire che se il progetto del libro “Gli Stati Uniti che non ti immagini” andrà a buon fine, le persone abbonate ad Anche una donna qui ne riceveranno una copia gratuita.
Grazie ancora a tutte e tutti. Ci sentiamo la prossima settimana!
—Enrica
Oggi sono più di trecentoquaranta milioni!
Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi 1998, traduzione di Vincenzo Mantovani





È interessante ed emozionante per me leggere il tuo punto di vista su questa festività con cui sono cresciuta e mi ha fatto venire voglia di piangere perché sono qui in Italia, senza famiglia, e mentre di solito mi unisco a donne single che si sono trasferite in Italia, spesso incontrate di recente, non è mai con qualcuno che è nella mia vita da molto tempo.
Il tuo post mi ha fatto venire nostalgia della splendida terra in cui sono cresciuta in California (che non fa più parte della mia famiglia), della continuità dei pasti del Ringraziamento nella stessa casa fin dall'infanzia (che non ho più) e della continuità della famiglia, del sapere dove e con chi avrei trascorso le festività (che non ho più).
Credo di essere anche terribilmente triste per il mio paese in questo momento. Apprezzo la tua curiosità e la tua premura nel modo in cui ti avvicini al mio paese e a tutte le sue contraddizioni.
Ciao Enrica, leggo solo ora con un po' di ritardo il tuo articolo, spero vivamente che riuscirai a pubblicare il libro di cui parli perché trovo il tuo lavoro molto interessante e il tuo stile di scrittura fresco. In bocca al lupo! 🫶🏼