Femmina per femmine, maschio per tutti
Possiamo superare la tendenza di cinema e letteratura a centrare l'esperienza maschile come universale e valida per tutti e tutte, senza che accada il contrario?
Nel 1970 qui negli Stati Uniti è uscito un libricino che si chiama Are you there God? It’s me, Margaret, della scrittrice Judy Blume. Il romanzo di neanche duecento pagine racconta l’entrata della undicenne Margaret nel periodo della pubertà tra prime cotte, primi reggiseni e prime mestruazioni1, con un candore, una franchezza e una sincerità assolutamente inediti per l’epoca.
Inoltre, come da titolo, Margaret si interroga sull’esistenza di Dio e il ruolo delle religioni organizzate nella società. Le conclusioni che Margaret raggiunge bastano a capire perché Are you there God? It’s me, Margaret non comparve mai in traduzione sugli scaffali dell’Italia democristiana. E anche negli Stati Uniti, che per tanti versi sanno essere più tradizionalisti e reazionari dell’Italia, il romanzo di Judy Blume — ora considerato un classico della letteratura di formazione — suscitò scalpore, sdegno, scandalo, proibito da scuole, censurato da librerie.
Nel 2023 Are you there God? It’s me, Margaret è diventato un film (questa volta anche in Italia, con il titolo Ci sei Dio? Sono io, Margaret). Miracolosamente vista l’assenza di carri armati nella trama, ho convinto il mio compagno ad andarlo a vedere insieme in una rarissima uscita al cinema. Inutile dire che era uno dei pochissimi uomini in sala, se non forse l’unico.
Così come il libro, il film si conclude con l’arrivo delle prime mestruazioni di Margaret (interpretata da Abby Ryder Fortson). La scena segue un copione che tante di voi avranno vissuto in prima persona: Margaret va in bagno a fare la pipì, scopre quanto è accaduto e convoca a gran voce la mamma Barbara (Rachel McAdams). Tra mamma e figlia, emozionatissime, si crea un attimo di condivisione commossa, di intesa un po’ impacciata, di connessione autentica e profonda. Lo schermo si fa nero, scorrono i titoli di coda.
Ed è in questo momento che avreste dovuto vedere la faccia del mio compagno. That’s it?!?! That’s how the movie ends???, mi ha chiesto tra l’incredulo e il divertito.
Avrei dovuto fargli una foto, per catturare in immagine lo straniamento che arte, cinema e letteratura provocano in noi, maschi e femmine, quando deviano dalla consolidata abitudine di veicolare paradigmi di esperienza maschile come universali e validi per tutti e tutte.
Chiaramente, è del tutto normale che una persona che non ha mai fatto esperienza del ciclo mestruale non riesca a identificarsi nel finale di Are you there God? It’s me, Margaret. E per quanto non sia necessario avere le mestruazioni per immaginare quanto significativa la loro comparsa sia nella vita di una donna, ci sta che chi non conosce questa esperienza faccia fatica a cogliere la componente formativa e trasformativa che rende questo evento il cambiamento in cui culmina l’arco narrativo, per cui il film, dopo, può anche finire.
Il problema è che se nessuno chiederebbe mai a un uomo di riconoscersi nel percorso di crescita di Margaret, a noi donne è sempre stato chiesto di accontentarci di film e romanzi che centrano l’esperienza maschile del mondo come universalmente adattabile anche alla nostra. Non deve necessariamente trattarsi di un Bildungsroman: il meccanismo è lo stesso per qualsiasi opera che presenta una componente di riflessione esistenziale e/o psicologica.
Prendo a esempio Stand by me - Ricordo di un’estate, il film del 1986 con River Phoenix tratto dal libro Il corpo di Stephen King. Vidi questo film per la prima volta alle medie insieme a un gruppo di coetaneə, in un contesto dove ci venne poi chiesto di riflettere sui temi principali che emergono dal rapporto tra i protagonisti, quattro ragazzini maschi di 12 anni (come noi allora): l’amicizia, il diventare grandi, la morte.
Stand by me è un film bellissimo (la colonna sonora, poi, è spettacolare!), che offre un’occasione autentica di riflessione su questi temi. Ma è difficile immaginare uno scenario in cui a un film che ha per protagoniste quattro ragazzine femmine di 12 anni venga assegnata la stessa funzione educativa universale. Quei film, di solito, sono “da femmine” — chick flicks, li chiamano in inglese, evocando spesso una connotazione di superficialità — e i maschi non li vogliono guardare, e la società d’altra parte non si aspetta che lo facciano ed è pronta a giudicarli se lo fanno, e li capisce, poverini, se una scena in cui si parla di mestruazioni li mette a disagio.
Viene mai chiesto a noi femmine se ci mette a nostro agio trarre ispirazione universale da un film o un libro centrato sull’esperienza maschile? No, ma tanto non ce ne accorgiamo neanche, perché l’universalità dell’esperienza maschile in cinema e letteratura è un po’ come il maschile sovraesteso in grammatica: un automatismo smerciato come neutro, quando neutro non è. È il frutto di convinzioni ben codificate e scelte ben precise su quale tipo di esperienza umana valga la pena proporre come paradigma da seguire.
Perché non è solo questione della supposta superiorità maschile che la storia va postulando da millenni. Implicita è anche l’idea che un maschio, dalla vita di una donna, non abbia niente da imparare per se stesso.
Così sicuramente pensava il critico cinematografico Sean O’Connell quando ha scritto la sua recensione di Turning Red (Red in italiano), il lungometraggio Pixar del 2022 la cui protagonista è un’adolescente di origine asiatica che, come Margaret, si affaccia alla pubertà. Sentenzia O’Connell che un film come Red “rischia di alienare quel pubblico che non riesce a trovare un modo di entrare nella storia”. La recensione è stata ritenuta così offensiva, razzista e sessista che il sito che l’ha pubblicata, CinemaBlend, ha finito per rimuoverla dopo un tweet di scuse (anche O’Connell si è scusato pubblicamente).2
È estremamente riduttivo pensare che debba esistere un’esperienza maschile analoga al ciclo mestruale affinché un uomo, a partire da film come Turning Red o Are you there God? It’s me, Margaret possa trovare spunti per creare un parallelo con il proprio percorso, e così imparare qualcosa per se stesso. Il consumo di arte, cinema e letteratura come specchi di umanità da cui apprendere qualcosa di vero per la propria vita richiede sempre uno sforzo di immaginazione.
Quanta fragilità c’è in un uomo che si lamenta di non vedere la propria immagine specchiata nella trama di un film! E quanta inconsapevolezza che a chi non è maschio, non è bianco, non è occidentale questa possibilità è stata quasi sempre preclusa!
Ogni volta che penso alla reazione confusa e divertita del mio compagno di fronte al finale di Are you there God? It’s me, Margaret, rido di gusto. Non me la prendo con lui, poveretto — semplicemente, la sua reazione mi ha davvero restituito la misura in cui, maschi e femmine, non siamo mai statə abituatə a consumare cinema e letteratura che centrino l’esperienza femminile in maniera così netta, candida e autentica per un pubblico che non sia composto solo da donne.
Se un cambiamento deve certamente provenire dall’alto, da chi ha il potere di influenzare la produzione di cultura, spetta poi a chi si identifica nel profilo tradizionale dei protagonisti di cinema e letteratura aprirsi alla possibilità che anche chi non gli somiglia possa avere qualcosa di universalmente vero da dire e donare.
Mi sono divertita a utilizzare questa parola più e più volte nel testo, così spesso schivata nella sua specificità, perché, appunto, non la uso e non la usiamo abbastanza.





Quest’estate mio figlio tredicenne, dovendo scegliere un libro da leggere in un’ampia lista di proposte da parte dell’insegnante, ha scelto “Piccole donne”. Mi vergogno a dirlo ma d’istinto gli ho chiesto: “ma sei sicuro? È un libro da femmine” (lo so, grande vergogna che una donna dica questo al proprio figlio). Ammetto anche che mi ha stupito il fatto che gli sia piaciuto tanto. È davvero difficile uscire dagli schemi che ci portiamo dentro.