Divari in scena in un motel dell'America rurale
Seconda parte della serie Alla ricerca di America e identità: il mio viaggio on the road in Nebraska e South Dakota
Continua la serie in sei parti che ci accompagnerà per tutto settembre e parte di ottobre su Anche una donna qui: la traduzione (fatta da me) di un racconto di viaggio on the road che ho scritto in inglese nella primavera del 2023 e pubblicato su Medium. Il saggio approfondisce diversi argomenti di politica, società e cultura statunitense e integra conversazioni con persone americane in un contesto principalmente povero e rurale.
Il numero di oggi è la seconda parte. Per recuperare la prima parte clicca qui.
Tradurre se stessa da una seconda lingua è un’avventura e un rischio. La scrittrice statunitense-indiana-britannica Jhumpa Lahiri (tra le mie preferite in assoluto), che negli ultimi anni si è dedicata a una produzione in italiano, ha esitato a lungo prima di cimentarsi nella traduzione in madrelingua del suo italiano acquisito in età adulta. È un atto destabilizzante e “brutale”, scrive Lahiri. “Quando si traduce se stessi, ogni difetto o debolezza dell’originale diventa immediatamente e dolorosamente evidente”.
È un principio e un’esperienza che condivido: traducendo il mio inglese ho scovato diverse scelte lessicali che non esprimevano esattamente quello che intendevo dire! Sono rimasta fedele quanto più possibile al testo originale, ma in certi rarissimi casi, quando una traduzione troppo aderente al lessico originario avrebbe snaturato l’intento, nella resa in italiano ho dato la precedenza a quest’ultimo.
Mardi e il marito Russ gestiscono il Westerner Motel a Chadron, in Nebraska, da 25 anni. Lo fanno con grande orgoglio per l’esperienza a conduzione familiare, spartana e senza fronzoli e l’“ospitalità dell’Ovest” che pubblicizzano sul cartellone del motel. A 65 dollari a notte per una camera singola, sono felici di offrire tariffe straordinariamente basse, provvedendo l’essenziale di cui gli ospiti hanno bisogno: non kit di cortesia nei bagni — la gente può portare il phon da casa, mi ha detto Mardi (io infatti l’avevo portato) — ma alloggi di base con riscaldamento e aria condizionata, un letto a una piazza e mezzo e un bagno con asciugamani puliti, saponette e una doccia spaziosa e accessibile.
Oh, e la tv via cavo, che pesa assai sul bilancio del Westerner. Proprio qualche mese fa, si è lamentata Mardi, il loro fornitore locale, Great Plain Communications, ha raddoppiato la bolletta da 600 a 1.200 dollari senza motivo. Ora, della tariffa di 65 dollari a notte, la bellezza di 40 servono per pagare la tv via cavo, ha spiegato Mardi (anche se i calcoli non tornano). Ma gli ospiti di una certa età si aspettano la tv via cavo, quindi il motel deve tenerla. A Mardi è stato detto che in alternativa potrebbe installare un “Ruku”, come lo ha chiamato lei (il vero nome del dispositivo di streaming è Roku) — ma dopo diventa un telecomando del “Ruku” per stanza che gli ospiti potrebbero portarsi via, e poi ci vogliono altri soldi per sostituirlo.
La tecnologia, infatti, è minima se non inesistente al Westerner. Mardi e Russ non utilizzano un computer e registrano le prenotazioni a mano su moduli di vecchia scuola. Questo significa anche che il motel non compare su nessun servizio di prenotazione online e che gli ospiti non possono neanche prenotare sul suo sito, della cui manutenzione si occupa “una tizia in Utah”. Per prenotare una camera bisogna telefonare.
Non ho detto a Mardi che mentre ricercavo opzioni di alloggio, avevo alzato gli occhi al cielo scoprendo che praticamente nessuno dei motel o delle locande indipendenti dove volevo soggiornare mi permettevano di eludere l’esperienza ormai obsoleta, seppur tutta umana di alzare la cornetta del telefono per prenotare una stanza. Non le ho neanche detto che l’impossibilità di prenotare online potrebbe, purtroppo, essere un motivo per cui — come ha notato Mardi — chi visita Chadron finisce per alloggiare al Super 8 poco distante e non al Westerner, che vive soprattutto di clienti fedeli che tornano regolarmente. Le ho detto invece che se avevo prenotato lì, era stato proprio per il carattere del motel a conduzione familiare, non legato a catene. Mardi ha offerto un raro sorriso.
Avevo iniziato a chiacchierare con Mardi mentre mi preparavo per il secondo giorno di viaggio avvalendomi di un’offerta essenziale del Westerner: il caffè mattutino, servito puntualmente alle 7 nella lobby del motel.1 Ho commentato che la sera prima, a cena, il servizio era stato molto lento perché il The Ridge (che mi era stato consigliato dal marito) era a corto di personale. Mardi ha sospirato, poi mi ha spiegato che non è che manchi lavoro in zona — molti esercizi commerciali cercano personale da assumere; è che la gente non vuole lavorare. “Preferiscono stare a casa e vivere di quel che gli passa il governo”, ha detto Mardi con un’alzata di spalle.
Esistono innumerevoli prove di come questa affermazione sia completamente priva di fondamento. Le statistiche più recenti di U.S. Census Bureau2 mostrano che negli ultimi dieci anni, solo una minima parte degli americani che ricevono assistenza dal governo percepisce anche il sussidio di disoccupazione. Tra assistenza governativa e disoccupazione non c’è nessuna correlazione. A ulteriore riprova, secondo un altro rapporto del Census Bureau, nel 79% delle famiglie che hanno ricevuto i sussidi di Supplemental Nutrition Assistance Program (SNAP)3 nel 2018, almeno una persona lavorava.
Anche la convinzione che il welfare statale disincentivi la ricerca del lavoro delle persone disoccupate è infondata. Un rapporto del 2011 di U.S. Congress Joint Economic Committee ha rilevato un aumento del tempo attivamente dedicato alla ricerca del lavoro tra le persone disoccupate, specialmente quelle che percepiscono il sussidio di disoccupazione dal governo.
Io stessa farò domanda per il sussidio di disoccupazione nel mio stato di residenza, il Colorado. Ho versato i contributi per anni e soddisfo i criteri di idoneità anche se Google mi corrisponderà una generosa liquidazione. Gli assegni settimanali del governo prevedono limiti molto chiari: hanno un tetto di 26 settimane e richiedono che io mi impegni a un minimo di cinque attività settimanali che dimostrano attiva ricerca di lavoro; devo certificarle online e presentarne le prove se mi venisse chiesto. I requisiti sono simili in Nebraska, il cui tasso di disoccupazione è tra i più bassi del Paese: 2% ad aprile del 2023, secondo solo al South Dakota (che coincidenza!) — molto inferiore al tasso nazionale del 3,4% [sempre ad aprile 2023, ndr]. Il tasso si abbassa al 1,6% nella Contea di Dawes, dove si trova Chadron.
Non si può neanche ipotizzare che il basso tasso di disoccupazione in Nebraska non rende conto di chi ha volontariamente abbandonato la forza lavoro. Il tasso di partecipazione alla forza lavoro del Nebraska è il secondo più alto del Paese al 69,9% [nella primavera 2023, ndr], superato solo da Washington, D.C., che è una città sulla costa e sede del governo federale. Infine, dati del 2019 collocano il Nebraska tra gli ultimi 15 stati per numero di persone che ricevono buoni per la spesa alimentare.

Nonostante il mio dissenso verso l’antipatia di Mardi per il governo e il fact-checking delle sue affermazioni, ho sentito visceralmente che la differenza politica che ci separava era completamente irrilevante in quel momento di contatto. La sua umanità di piccola imprenditrice, moglie di Russ, madre di due figli, nonna di tre nipoti e residente di una piccola città del nord del Nebraska, così come traspariva in maniera ruvida e autentica dalla nostra chiacchierata, superava e trascendeva completamente i binari delle nostre identità così lontane tra di loro. Da una tale posizione di diversità, il contatto non si sarebbe miracolosamente manifestato se avessi messo in dubbio le sue opinioni — poteva verificarsi solo se mi fossi messa in ascolto.





