Conti alla rovescia
Non quelli per entrare nel 2026, ma le distorsioni dei dati della realtà con cui il 2026 è iniziato e purtroppo continuerà negli Stati Uniti
Nell’attacco degli Stati Uniti al Venezuela culminato nella cattura dell’autocrate Nicolás Maduro — senza apparente legittimità se non la presunzione tutta statunitense di poter disporre del mondo a proprio piacere —, la terza notte di questo nuovo anno 2026, sono morte ottanta persone venezuelane, militari e civili.
Danni collaterali, che non sottraggono in alcun modo al trionfo di portare a termine l’operazione senza vittime tra i militari statunitensi. La vita di una persona venezuelana, ça va sans dire, non conta tanto quanto quella di una persona americana, soprattutto se in divisa. “Nessun militare americano è stato ucciso”, ha dichiarato il Presidente Donald Trump in conferenza stampa, ed è anche per questo che l’attacco è stato “un successo straordinario, [conseguito] con una velocità, una potenza, una precisione e una competenza da togliere il fiato”.
Ottanta vite sudamericane sono il doppio di quelle europee spezzate nell’incendio del bar Le Constellation a Crans-Montana, in Svizzera, appena due giorni prima. Di queste vite abbiamo saputo tanto, individualmente, da quando si sono tragicamente concluse. Le loro famiglie e nazioni di appartenenza lotteranno fino all’ultimo perché queste vite non passino alla storia come gli ennesimi danni collaterali della logica del profitto a spese dell’umanità. Queste vite contano, giustamente, e contano una per una.
La tragedia di Crans-Montana mi ha molto colpito: ho seguito la cronaca con attenzione e apprensione per le giovani persone ferite e le famiglie di quelle decedute. Quindi no, non sto insinuando che alle vittime di Crans-Montana sia stato dedicato troppo tempo e spazio: io stessa ne ho dedicato loro tanto. Ma all’alba di un anno iniziato all’insegna dei conti in tasca alla morte, ha senso fermarsi a ragionare sulla percezione che abbiamo del valore di una vita bianca e occidentale (e benestante) rispetto al valore di chi non lo è.
A meno che la vita bianca e occidentale non stia resistendo alle attività di ICE, l’autorità statunitense preposta all’arresto e alla deportazione di persone americane senza documenti, o percepite come tali.1 Renee Good, cittadina statunitense di 37 anni, è morta ammazzata dai colpi di pistola di un agente di ICE, Jonathan Ross, il 7 gennaio. Good stava manovrando la sua auto color granata su una strada innevata di Minneapolis, in Minnesota, dove un gruppo di residenti si era radunato per ostacolare le operazioni di ICE nei pressi di una scuola elementare.
All’indomani dell’omicidio di una cittadina americana per mano di un agente federale, l’amministrazione Trump è intenta a dimostrare che la morte di Good non conta. Almeno non tanto quanto conta la morte a cui sarebbe andato incontro l’agente Ross se non avesse sparato a Good per impedirle di investirlo con l’auto — un resoconto degli eventi promosso da Trump, dal Vice Presidente J.D. Vance e dalla Segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem che tuttavia viene palesemente confutato dalle analisi dei numerosi video dell’accaduto.

Renee Good è una “terrorista domestica”, secondo Vance e Noem. Al contrario, chi ha assalito il Campidoglio a Washington cinque anni e un giorno prima per impedire la certificazione dell’elezione di Joe Biden è “patriota” e “manifestante pacifico”, secondo la narrazione distorta pubblicata sul sito della Casa Bianca nel quinto anniversario dell’attacco del 6 gennaio 2021.
Praticamente una ristampa di 1984 di George Orwell, questo testo, di cui riporto un estratto qui sotto nella mia traduzione, deve essere insegnato e analizzato nelle scuole come esempio di utilizzo distopico del linguaggio da parte di un regime autocratico:
“I democratici hanno magistralmente rovesciato la realtà dopo il 6 gennaio, etichettando pacifici manifestanti patriottici come ‘insurrezionalisti’ e descrivendo l’evento come un violento golpe orchestrato da Trump, sebbene non vi siano prove di ribellione armata o dell’intenzione di rovesciare il governo. La verità è che sono stati i democratici a inscenare la vera insurrezione, certificando un’elezione fraudolenta”.
I conti alla rovescia del 2026 sono le distorsioni della realtà operate dalla Casa Bianca per trasformare la logica in propaganda ideologica.
Dentro Anche una donna qui, invece, i conti li facciamo per il verso giusto.
Con la promozione di fine 2025, dieci generose persone hanno deciso di sottoscrivere un abbonamento annuale. Per ogni nuovo abbonamento, avevo promesso una donazione di 5 dollari a un banco alimentare. Facendo i conti al diritto, insieme abbiamo donato 50 dollari a Feeding America!
Non è una somma irrisoria: Feeding America sostiene che una donazione di $50 permette di fornire ben 500 pasti a persone che vivono in condizioni di insicurezza alimentare.
Ringrazio di cuore le dieci persone che sottoscrivendo un abbonamento mi hanno fatto il regalo di Natale più bello: la fiducia nel mio lavoro di scrittrice. Mi impegnerò per esserne all’altezza e approfitterò della loro generosità per finanziare sempre più reportage di strada dagli Stati Uniti. Grazie!
Con tutta probabilità, il più grande conto al contrario del 2026 statunitense saranno le elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre. Qualsiasi notizia sentirete nei prossimi mesi riguardo al Partito Democratico in testa ai sondaggi sarà probabilmente vera. I numeri già lo suggeriscono (anche se è ancora troppo presto nella corsa), e la storia ci insegna che alle elezioni di metà mandato l’elettorato tende a favorire il partito all’opposizione2, per la naturale propensione di chi vota a giudicare la performance del partito al governo in maniera più severa (il caso attuale ovviamente se lo merita).
Storia, statistica e buonsenso si scontrano però con la ferma intenzione di Trump di non perdere le elezioni (in termini di seggi del Partito Repubblicano al Congresso; la presidenza a questo giro non si tocca). Per la Casa Bianca, il conto dei voti sarà accurato solo se decreterà la vittoria di candidate e candidati del Partito Repubblicano. Se i conti raccontassero una storia diversa, l’amministrazione Trump rovescerà magistralmente la realtà (cit.), insinuando che la disonestà appartiene invece all’opposizione.
Per preparare il popolo a questa eventualità, Trump inizierà le operazioni di rovesciamento della realtà ben prima del 3 novembre, come già successo in occasione delle presidenziali del 2024. Le accuse di brogli e i tentativi istituzionali di ostacolare il voto di comunità tradizionalmente democratiche — ad esempio tramite leggi che limitano la possibilità di votare per corrispondenza, consuetudine dell’elettorato democratico più di quello repubblicano — si alzeranno con anticipo rispetto al giorno ufficiale delle elezioni.
Il palinsesto del 2026 statunitense prevede anche i Mondiali di calcio maschile, che si terranno in concomitanza del duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti dalla Gran Bretagna — la nascita del Paese. Sebbene ospitati anche da Canada e Messico, sono già i Mondiali di Trump. Salvo sorprese stile Corea 2002, sulla vittoria della nazionale statunitense il presidente può influire davvero poco.3 Ma sarà l’ennesimo riflettore puntato sul Paese più gonfio di sé di tutto il mondo, come se già non monopolizzasse abbastanza i giornali, le tv, le piattaforme social e i nostri pensieri.
E il problema è che tutto il mondo glielo permette, da ben ottant’anni. Il comportamento attuale degli Stati Uniti altro non è che la metastasi di una patologia pre-esistente: il dominio imperialistico di una sola nazione sul resto del mondo. Di questo, l’Europa è sempre stata, ieri come oggi, spettatrice inetta e connivente.
Su Anche una donna qui, chiaramente, terremo i riflettori puntati sugli Stati Uniti nel 2026 perché è il nostro lavoro. Ma lo faremo rovesciando le narrazioni rovesciate e facendo i conti per il verso giusto.
Se leggete queste pagine da un po’ di tempo, sapete che alle uscite dedicate agli Stati Uniti alterno commenti su fatti di attualità e giustizia sociale in Italia: questa consuetudine continuerà nel 2026 — è parte dell’identità della pubblicazione — ma l’intenzione è affinare sempre di più il focus sugli Stati Uniti.
L’obiettivo è che Anche una donna qui diventi un importante punto di riferimento per la discussione sugli Stati Uniti in Italia.
Non è di certo un lavoro che si realizza in un anno, anzi: è un processo all’infinito e richiede una buona dose di humility and surrender, per dirla con Cheryl Strayed. Umiltà, nel senso etimologico derivante da humus, che significa terra: il lavoro si fa dal basso, sporcandosi le mani, coltivando la scrittura giorno dopo giorno con impegno, costanza e sano senso dell’umorismo. Abbandono, nel senso di rinuncia di un rigido controllo sulle cose: quel che deve accadere accadrà se e quando dovrà accadere, con calma, senza rigidità e forzature.
I punti di originalità della discussione sugli Stati Uniti su Anche una donna qui sono in continuità con il 2025:
L’ascolto e l’amplificazione di voci statunitensi vere, raccolte dall’incontro diretto con persone la cui storia è raramente raccontata in Italia.
Per raccogliere queste voci dovrò per forza uscire dai confini del recinto urbano, istruito e benestante dove vivo (Boulder, roccaforte democratica in Colorado). I primi posti che vorrei visitare nel 2026 sono l’Idaho e il North Dakota, gli ultimi due che mancano alla mia lista di tutti e 50. Il North Dakota, in particolare, confina con il Minnesota, che come dicevamo è teatro di eventi significativi in questi giorni, perciò intendo fare una puntatina anche lì. Vorrei fare questi viaggi on the road entro la primavera. A renderli possibili sono anche i vostri abbonamenti; come ringraziamento e come già fatto in passato, riserverò alle persone abbonate la lettura integrale di alcuni articoli prodotti grazie a questi viaggi.
I racconti di vita statunitense vera attinti dalla mia esperienza personale.
Gli Stati Uniti sono un tema su cui tutti sentono di avere qualcosa da dire. Solo alcune di noi, però, conoscono questo Paese nell’intimità e sono in grado di mostrarne i segni e le cicatrici, restituendo una complessità che va oltre le generalizzazioni culturali più diffuse. Nel panorama editoriale italiano attuale, le voci che vi raccontano gli Stati Uniti direttamente da qui, senza la mediazione e la direzione di una testata mainstream, sono davvero poche. Sento che questo è l’elemento creativo più originale, sincero e autentico che posso offrirvi, e continuerò a farlo. Tutti i racconti sugli Stati Uniti che non ti immagini vivono a questa pagina.
A partire da questi racconti, quest’anno (con calma) vorrei concepire un libro (autopubblicato) che li raccoglie sotto forma di antologia.
L’avverbio di luogo rende l’espressione “anche una donna qui” duttile abbastanza perché la nascita nel contesto della parità di genere non precluda una crescita più legata agli Stati Uniti senza scossoni semantici (grazie Francy per la validation).
Per chiarire il focus sugli Stati Uniti a livello visivo, invece, ho aggiunto al logo della pubblicazione una bandiera statunitense sfocata. Non è la soluzione ideale, non in questo momento storico in cui le stelle e le strisce simboleggiano usurpazione, ingiustizia e tracotanza; ma era l’adattamento più semplice e veloce che riuscivo a improvvisare per questa prima edizione del 2026 senza consultare o incaricare una designer.
La prossima settimana uscirà un racconto di vita statunitense vera scritto da un’autrice ospite. Doveva uscire oggi, in realtà, per darmi il tempo di riassestarmi dopo la pausa delle ultime settimane. Ma visti i grossolani conti alla rovescia con cui il 2026 è iniziato, ho preferito ripartire da qui.
Grazie per il sostegno e la lettura di queste pagine nel 2026, e buon anno!
—Enrica
Undocumented Americans: ho letto quest’espressione in un articolo sul New Yorker qualche giorno fa, mi ha colpito e l’adotterò da ora in poi. È un po’ l’equivalente del nostro “italiani senza cittadinanza”: si tratta di persone che vivono negli Stati Uniti (o in Italia) da lungo tempo, contribuiscono attivamente alla crescita economica e socio-culturale del Paese, ne sono membri effettivi e lo considerano casa ben più della nazione di provenienza — e per tutti questi motivi la definizione di “immigratə” non contiene più l’interezza della loro identità —, ma per motivi legali non possono fare domanda di cittadinanza o comunque regolarizzare la propria posizione migratoria.
È successo in venti delle ultime ventidue elezioni di metà mandato, dal 1938. Hanno fatto eccezione due tornate in qualche modo straordinarie: nel 1998, dopo l’impeachment di Bill Clinton, che però godeva di grande approvazione; nel 2002, dopo l’11 settembre, quando il popolo statunitense si strinse forte attorno a George W. Bush.
Credo comunque che gli USA possano sperare di alzare la coppa più dell’Italia, vent’anni dopo i rigori di Berlino.





Ti aspettavo, Enrica. Grazie ♥️
Io non credo Enrica che le elezioni produrranno effetti contrari all'amministrazione di trumpo, ci saranno azioni preventive ed azioni successive che manterranno e, sospetto, rafforzeranno la presa ferrea.
Temo peraltro che questa soluzione soddisfi la maggioranza degli statunitensi e che certi bassi indici di gradimento del bad man siano dovuti soprattutto al prezzo della benzina.
Le manifestazioni di protesta coinvolgono una minoranza, sensibile al rispetto dei diritti, ma per molti i criminali dell'ice incarnano "valori americani".
Il mondiale dovrebbe essere un fiasco (🤞🤞🤞🤞🤞) e certo gli usa non lo vinceranno.